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Pirateria marittima: per i pirati somali sono mesi foschi

La pirateria marittima al largo della Somalia è destinata ad essere sconfitta. Tanti i segnali in tal senso, specie negli ultimi mesi grazie anche al fatto che la scena è cambiata.

Il fenomeno, nato nel febbraio 2005, ma che ha visto il suo culmine nel 2009, è costato finora alla comunità internazionale miliardi di dollari l’anno. Nel solo 2011 sono stati spesi, solo per contrastarlo, ben 7 miliardi di dollari.

Finora l’unica soluzione per ottenere il rilascio delle navi e dei marittimi caduti nelle mani delle gang del mare era stato quello di pagare un riscatto.

Tutti i governi e le compagnie marittime coinvolte in un atto di pirateria marittima, definito dall’ONU atto criminale, hanno dovuto sottostare alle richieste ricattatorie dei pirati somali per riuscire a sottrarre alla detenzione,  alle violenze e a volte anche alla morte i loro connazionali o dipendenti.

Il pagamento dei riscatti ha però, finito per legittimare anzichè contrastare il fenomeno della pirateria marittima al largo della Somalia. Gli alti guadagni, un pirata somalo nel periodo buono riesce a guadagnare anche 10mila dollari in un anno, in un Paese in cui il reddito annuo non supera i 500 dollari, hanno spinto tanti a lanciarsi nell’avventura.

Per anni, almeno gli ultimi tre, nelle casse dei pirati somali sono stati versati mln di dollari in riscatti pagati per ottenere il rilascio di navi e marittimi, ma ancor di più sono entrati nelle tasche dei tanti personaggi che gravitano intorno al fenomeno, politici somali e assicuratori  compresi. Un fatto questo che ha finito per trasformare il fenomeno in una sorta di miniera d’oro che in tanti, in un modo o in un altro,
hanno cercato di sfruttare. Una vera e propria cuccagna a cui nessuno vorrebbe mai più rinunciare.

Per contrastare quello che piano piano si è rivelato una vera e propria piaga per la navigazione commerciale lungo la rotta che collega l’Asia con l’Europa passando nel mare del Corno D’Africa e Oceano Indiano si è mobilitata l’intera comunità internazionale. Uno straordinario
impegno che ha visto accomunati per la stessa causa Paesi separati geograficamente da miglia e miglia e anche Paesi separati da interessi politici
e militari contrastanti.

D’improvviso decine di navi da guerra, anche di ultima generazione, hanno solcato liberamente e senza vincoli le acque di quello che ormai per definizione è conosciuto come il ‘mare dei pirati’. Unico impegno per tutti è stato quello di dichiarare di voler contrastare la pirateria marittima al largo della Somalia. A fronte di un costo in riscatti di poche centinaia di mln di dollari annui la comunità internazionale ha invece, speso
mld di dollari all’anno. Una buona stima di questo costo è possibile farla in base al costo giornaliero di una nave da guerra che è di circa 100mila dollari. La missione di un’unità navale da guerra dura in media tre mesi.

Sembrerebbe un controsenso che gli stessi Paesi che pagano i riscatti ai pirati somali poi, li combattano spendendo ancor di più di quanto gli costano in sequestri.

La risposta risiede nel fatto che nella gran parte dei casi il contrasto al fenomeno è di fatto una ‘giustificazione’. Nel nome di questa lotta ai pirati somali infatti, Paesi come Iran, Cina e Russia hanno potuto dislocare nell’Oceano Indiano intere flotte navali militari. Di fatto è stata mobilitata una forza smisurata per combattere poche migliaia di predoni del mare. Una forza che i pirati somali sono però, riusciti a tenere in scacco
almeno fino allo scorso anno. Dopo le prime timide comparse di guardie armate a bordo dei mercantili di alcuni Paesi come Francia, Spagna, Belgio nel panorama somalo qualcosa è cambiato. Dopo l’estate scorsa infatti, gran parte delle 40mila navi che ogni anno  attraversano il Golfo
di Aden e l’Oceano Indiano hanno cominciato ad imbarcare team di sicurezza a bordo. Questa si è rivelata la mossa vincente nel contrasto alla pirateria marittima al largo della Somalia. La presenza di uomini armati a bordo dei mercanti ha complicato la vita ai pirati somali che si sono trovati di fronte non più indifesi lavoratori del mare, ma dei militari o paramilitari ben addestrati e armati. Con queste navi ‘difese’ i predoni del mare sono stati messi praticamente con le spalle al muro.

Dalle tre e a volte anche cinque navi al mese i pirati somali non sono riusciti nemmeno a catturarne una al mese. Dopo aver trattenuto per mesi decine di navi e centinaia di marittimi in attesa che qualcuno pagasse un riscatto per il loro rilascio. Attualmente i pirati somali trattengono
in ostaggio appena una decina di grosse navi e una ventina di altre più piccole, per lo più navi da pesca, e poco più di 200 marittimi tra cui anche una donna e dei minori.

A rendere difficile la vita alle varie gang del mare somale non è però, solo il contrasto in mare, ma ora per la prima volta sono sotto pressione anche sulla terraferma. Questo accade da quando è stato messo in atto contro di loro  un contrasto armato da parte della comunità  internazionale, Gran Bretagna in testa, e dalle comunità locali somale, Somaliland e Puntland in testa.

Almeno mille pirati somali sono detenuti in 20 diversi Paesi del mondo e altre centinaia in Somalia.

In tanti sono i pirati somali che ormai trascorrono le loro esistenze in una tetra cella ospiti in una prigione somala o straniera. In particolare in tanti si trovano nelle prigioni dei Paesi del Corno d’Africa che si affacciano sul Golfo di Aden e Oceano Indiano. Si tratta di quegli stessi uomini che fino ad ieri l’altro hanno scorrazzato al largo delle loro coste ed ora sono sottoposti ad un duro regime carcerario che li sta duramente segnando nell’animo e nel corpo.

In fondo questi ‘banditi’ non sono che esseri umani e quindi non sono certo invincibili.

Se finora si era registrata una sorta di corsa ad ‘arruolarsi’ nella moderna filibusta perché gli uomini erano solleticati dalle voci di ricchezze facili, ora si comincia a registrare una carenze di uomini disposti a impegnarsi in questa attività criminale.

A causa d questa penuria i pirati somali ricorrono sempre di più all’uso di ‘navi madri’. Si tratta di imbarcazioni precedentemente catturate, che possono essere yacht, pescherecci, mercantili, e li usano poi, come unità di supporto a lungo raggio da cui lanciare i loro attacchi.   I pirati somali in questo modo non devono più dividersi in piccoli gruppi per una battuta di ‘caccia’, ma restare tutti insieme su di una nave più grande, più veloce e con maggiore autonomia.
In genere l’equipaggio originario di queste navi catturate rimangono a bordo e oltre ad espletare i loro ruoli a bordo costituiscono dei veri e propri scudi umani per i pirati somali con cui difendersi in caso di attacco di una nave da guerra straniera.

Quello che sta avvenendo ora in Somalia non è altro che il ‘raccolto’ di quello che si è seminato.

Per anni Paesi come la Gran Bretagna, Italia, USA hanno supportato il governo transitorio della Somalia, Tfg, con aiuti economici, sono almeno 9 i mld di dollari versati finora nelle casse del Tfg con gli scarsi risultati che sono sotto gli occhi di tutti.

La comunità internazionale ha anche fornito assistenza, con uomini, mezzi e denaro, nella formazione di personale di polizia marittima.

I risultati però, si sono cominciati a vedere solo da quando gli aiuti sono stati indirizzati in maniera più ‘attenta’, complice un po’ gli scarsi risultati prodotti e un po’ la crisi economica mondiale, e anche ai governi degli stati autonomi somali del Puntland e  Somaliland. Quest’ultimi non essendo stati mai riconosciuti come stati dalla comunità internazionale avevano finora avuto poche chance, ma ora il vento è cambiato e stanno avendo finalmente modo di dimostrare le loro capacità.

Dietro ai positivi risultati finalmente raggiunti si cela una verità. Quella che il governo somalo di Mogadiscio non ha e ne ha mai avuto la ‘forza’ di reprimere la pirateria marittima. Del resto come poteva se non controlla che una parte del territorio nazionale ed esiste ancora solo perché gode dell’appoggio delle truppe dell’Unione africana dispiegate a Mogadiscio.

I governi del Puntland e Somaliland appena hanno ricevuto il ‘sostegno’ della comunità internazionale hanno  subito dimostrato la loro capacità contrastando fortemente le gang del mare fin nelle loro roccaforti. Questi due stati nel loro piccolo avevano finora cercato di fare del loro meglio per contrastare i pirati somali pagando anche un alto tributo di sangue per i funzionari pubblici e i politici che sono stati assassinati per il loro impegno nella lotta alle varie gang del mare che spadroneggiavano lungo le loro aree costiere attaccando i mercantili che vi transitavano.

Ferdinando Pelliccia

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