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Foibe: gli esuli di seconda generazione. Intervista ad Adriana Ivanov

Professoressa, iniziamo da lontano. Da dove parte quest’odio verso gli Italiani?
Di certo alla base c’è una convivenza forzata, mai pacifica tra diverse culture, tra diverse etnie; le popolazioni slave scapparono per sfuggire al dominio dei turchi e si riversarono sulle coste dell’adriatico orientale, che a quel tempo era sotto il dominio della Serenissima. Le differenze socio-economiche possono aver contribuito e aver innescato dei meccanismi di complessi d’inferiorità; ricordiamo che al tempo in quelle zone costiere, dall’Istria alla Dalmazia, la borghesia era tutta italiana, mentre il contado, il proletariato e il sottoproletariato era tutto di origine slava. Durante il periodo di dominazione austriaca, noi italiani eravamo recalcitranti verso l’occupatore, gli slavi lo erano molto meno. Dopo il 1920, finita la prima guerra mondiale la zona viene assegnata a noi italiani. Non bisogna sottovalutare la coscienza nazionale; l’irredentismo: il desiderio di completare la propria unità territoriale che si inasprisce nel ventennio fascista, quando viene attuata una politica di italianizzazione forzata. La chiusura delle scuole slave e delle istituzioni culturali, hanno favorito certamente lo scontro, poi per completare l’opera arriva all’inizio della seconda guerra mondiale l’occupazione della Dalmazia: da portatori della cultura veneziana ci siamo trasformati in occupatori, e come in tutte le occupazioni, nella parte avversa, si creano le formazioni di resistenza, la guerriglia partigiana che ha scatenato la contro-guerriglia, con rappresaglie di guerra. In seguito sappiamo come è andata, purtroppo.

La sua famiglia ha vissuto in prima persona la tragedia, lei aveva un anno quando i suoi sono stati costretti all’esodo, come le hanno raccontato ciò che è successo?
Si è vero, io appartengo alla seconda generazione, quella generazione che raccoglie il testimone. Mia madre non c’è più, mio padre ha 87 anni; coloro che hanno vissuto il vero esodo stanno di volta in volta scomparendo, tocca a noi testimoniare, è un debito morale, visto ciò che hanno passato per regalarci la libertà. Sono nati entrambi nel 1921, quindi nel momento in cui la zona è diventata italiana, dopo il trattato di pace di Rapallo del 1920 alla fine della prima guerra mondiale. Hanno dunque vissuto la loro giovinezza nel ventennio fascista e, in quel periodo, per scelta o per obbligo si era tutti fascisti. Nel 1940 scoppia la seconda guerra mondiale, mio Padre viene chiamato alle armi. Poi arriva l’8 settembre e lo scellerato armistizio: da combattenti a fianco della Germania, in un batti baleno si ritrovano i nostri soldati, disorientati senza più linee di comando, a esser nemici dell’alleato. Mio padre viene catturato dai nazisti a Ragusa dalmata (l’attuale Dubrovnik) e trasferito in un campo di concentramento in Sassonia per circa due anni; liberato, è rientrato a Zara (attuale Zadar) nella città dove viveva con mia madre. Al suo arrivo viene arrestato dagli uomini di Tito in quanto ufficiale italiano, candidato quindi all’eliminazione. Siamo nel 1945 e sono ricominciate le esecuzioni sommarie, l’infoibamento e gli annegamenti, altra forma non meno cruenta per eliminare gli italiani, che si era arrestato nel 1943 dopo l’occupazione dei territori di Istria, Fiume e Dalmazia da parte dei tedeschi. Ormai Tito spadroneggiava nei balcani; calata la cortina di ferro, immediatamente la politica titina si era invertita. Non si poteva permettere che si scappasse da quello che loro consideravano “il Paradiso Rosso”. Furono costretti a imparare lo slavo, l’italiano era tassativamente bandito. Furono anni terribili, Tito “offrì” alla mia famiglia appena nel 1950 la possibilità di andare esuli in Italia o integrarsi definitivamente alle loro condizioni. A chi sceglieva di lasciare il paese, era concesso portare via una sola valigia a testa. Tutto ciò che era stato costruito e acquisito nel tempo doveva essere abbandonato. Così mio padre e mia madre decisero di fare il salto nel buio: venire in Italia. Io avevo un anno appena compiuto. L’arrivo in Italia, non fu certo dei migliori: i nostri connazionali della sponda adriatica opposta, ci insultavano e gridavano “Tornatevene da dove siete venuti, Fascisti!”. Oltre il danno, la beffa.

Quanti furono i morti e quanti coloro costretti a fuggire?
Inizialmente, secondo la storiografia slovena non ci furono morti per rappresaglia, non esistevano gli infoibamenti di italiani, quello che si trovava durante le operazioni di recupero nelle foibe della Venezia Giulia erano ossa di cani: il negazionismo più bieco, una brutale falsità.
Guido Rumici, storico documentatissimo, che ha pubblicato, tra gli altri, `Infoibati`, volume dedicato alla tragica vicenda delle foibe, afferma che le cifre si attesterebbero tra i 6.000 e i 12.000. Bisogna tener conto che i registri anagrafici degli italiani nei territori di Istria, Fiume e Dalmazia, rimasero in mano titina, quindi occultati se non addirittura distrutti, per evitare la conta; inoltre, non è stato possibile accedere alle oltre 1700 foibe istriane, al tempo terra jugoslava, oggi divisa tra sloveni e croati. Si potrebbe arrivare a circa 20.000 tra infoibati, fucilati, annegati, deportati e morti di stenti o per le torture, ma con certezza non lo sapremo mai. Il dato certo riguarda gli esuli: sono 350.000 gli obbligati all’esodo, di questi, 70.000, furono costretti, non trovando accoglienza in Italia, a cercare fortuna verso le Americhe, il Canada e l’Australia.

Essendo un ex insegnante cosa ha fatto per far conoscere la verità su queste tristi vicende?
Mi sono resa conto che sull’argomento era stato imposto il silenzio, che in pochissimi avevano sentito parlare delle foibe, c’era un’ignoranza diffusa sull’argomento. Sono stata un insegnante di Lettere, ma inevitabilmente avendo vissuto, anche se indirettamente questi drammi, ho cercato di far conoscere ai miei alunni quella storia troppo spesso negata e ancor peggio altre volte giustificata, per colpe non della popolazione istriana, fiumana e dalmata italiana, come conseguenza del periodo repressivo e coercitivo fascista. Ho redatto un opuscolo informativo [b]“Esodo. La tragedia degli italiani di Istria, Fiume, Dalmazia e Venezia Giulia”[/b] che in collaborazione con la Provincia di Padova, l’associazione Giorgio Perlasca e la Federazione delle Associazioni degli esuli Istriani, Fiumani e Dalmati, abbiamo distribuito nelle scuole che ci ospitano e nei luoghi dove si tengono incontri e convegni sul tema. Un piccolo contributo contro l’oblio attuato verso questa tragedia italiana, volutamente dimenticata. 

Un ultima cosa: i vostri beni sono rimasti nella sponda orientale dell’Adriatico, ovviamente confiscati dai comunisti titini, avete avuto un risarcimento dallo Stato Italiano?
La mia famiglia non ha visto una lira ne un euro, l’unica cosa che ci rimane è la tomba di famiglia, solo perché paghiamo le tasse annualmente in Croazia, altrimenti avrebbero già nazionalizzato anche quella, esumando le nostre salme, gettando le povere ossa e sostituendole con le loro. Qualcuno più fortunato di noi, si fa per dire, ha ricevuto dei risarcimenti insignificanti. Ora, dopo il discorso del Capo dello Stato Italiano Giorgio Napolitano, recatosi in visita ufficiale nel gennaio scorso in Slovenia, che da poco ha fatto il suo ingresso nell’Unione Europea, in cui afferma che non esistono di divergenze fra i due Stati, si intravede la volontà di riconciliazione, sottacendo per l’ennesima volta le questioni ancora aperte; un gesto di profanazione e insulto verso gli esuli ancora vivi e coloro che per mano violenta sono morti.

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Prendiamo spunto da quest’ultima risposta, per addentrarci nell’ennesima ferita rimasta aperta: i risarcimenti dovuti all’esodo forzato. Nella zona istriana, nella città di Fiume e di Zara, gli italiani residenti erano la maggioranza assoluta. Nessuno durante i vari trattati di pace, prese in considerazione tale fatto. Terminato il secondo conflitto bellico Mondiale l’Italia firmò nel ‘47 il “Trattato di Parigi” secondo il quale, come Stato sconfitto, doveva cedere dei territori alla Jugoslavia; lo stesso documento, prevedeva adeguate garanzie per le minoranze etniche che quindi ipoteticamente sarebbero state protette nei luoghi dove si trovavano. Fu proprio l`Italia, sì, avete capito bene, a violare questo diritto andando a firmare più di 20 accordi bilaterali con la Jugoslavia, svendendo le proprietà degli Italiani al Governo jugoslavo in piena violazione del diritto internazionale in quanto proprietà privata. Ma non basta. L’Italia si impegnava a risarcire coloro che venivano di conseguenza espropriati delle loro legittime proprietà: risarcimenti mai giunti.
Il presidente dell’Unione degli Istriani, Massimiliano Lacota contattato telefonicamente ci chiarifica: “Si calcola che solamente il 6% di quanto effettivamente è dovuto a questi esuli, che si sono visti portare via i propri beni dal Governo comunista jugoslavo, sia effettivamente stato restituito. Una percentuale irrisoria. Solo qualche famiglia delle più ricche è riuscita ad intentare delle cause che hanno avuto successo ed hanno ottenuto un pieno risarcimento, per gli altri sono stati fatti accordi di indennizzo, che significa non pieno rimborso come per il risarcimento, ma parziale, i quali comunque non sempre sono stati rispettati”.
In richiamo alle dichiarazioni del Presidente della Repubblica Napolitano (2008) durante la visita ufficiale in Slovenia, Lacota ha inviato al Quirinale una lettera nella quale si ripercorrono i drammi degli esuli “e le truffe che l’Italia ha architettato a loro danno nel corso degli ultimi sessant’anni”, argomenti che aveva già illustrato al Governo Italiano durante la convocazione del 20 febbraio 2007, ma che non sortirono alcun effetto.
Facendo riferimento in particolare alla frase pronunciata da Napolitano “La comune appartenenza all`Unione Europea apre ora ai nostri due Paesi nuove straordinarie opportunità di cooperazione”, Lacota ha commentato seccamente: “Anche noi esuli dell’Istria vediamo nell’Ue la nostra ‘speranza’, dato che riteniamo, a ragion veduta, l’appoggio dell’Italia alla nostra causa ormai nullo. Se così non fosse ci sarebbe, da parte di Roma, un’ammissione di responsabilità per gli errori commessi nel passato ed una partecipazione alle spese di risarcimento insieme alla Slovenia, cosa alquanto sgradita alle nostre istituzioni. Ci affidiamo, dunque, alla giustizia comunitaria; infatti sono già oltre 650 le cause presentate da esuli. I trattati bilaterali del passato, fra Roma e Lubiana, siamo convinti siano stati conclusi in violazione del diritto internazionale; a riprova di ciò abbiamo interpellato l’allora Segretario Generale dell’Onu, Kofi Annan, che ha confermato la nostra tesi. Vorremmo pertanto che questi trattati venissero denunciati dall’Italia e si discutesse una soluzione per noi soddisfacente e dignitosa. Indire una Giornata del Ricordo, come è stato fatto, ci sembra una soluzione insufficiente se non offensiva”.
Come dargli torto… Le ferite vanno curate, medicate con amorevolezza, se vogliamo che si rimarginino. Ma la volontà di sanare questi “traumi” e ben lontana dal volere delle nostre istituzioni, almeno così ci appare; immutata da decenni, in tutto il suo squallore.
Come vorremmo essere smentiti…
Gaetano Baldi

L`inchiesta reportage, pubblicata nel febbraio 2008 su LiberoReporter
clicca qui –> http://www.liberoreporter.it/?p=3537

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