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Le ribellioni armate sudanesi hanno perso due importanti leader

Per una serie di circostanze simili 2 leader ribelli sudanesi sono stati accomunato nella morte.

Si tratta di George Athor ex generale dello Spla, l’ex movimento ribelle del sud diventato poi, esercito regolare del Sud Sudan, e di Khalil Ibrahim capo del Movimento per la Giustizia e l’Uguaglianza, Jem, uno dei principali gruppi ribelle del Darfur e anche il più forte. Entrambi sono stati uccisi alla fine del mese di dicembre scorso.

Le loro sono morti che di fatto rimettono tutto in discussione in quella parte del continente africano dove è in corso una guerra di ribellione nella
regione occidentale sudanese del Darfur e scontri armati tra gruppi ribelli dissidenti e esercito nel Sud Sudan.

Di certo da ora in poi, mancheranno dalla scena due importanti attori caduti forse vittime di un diabolico piano architettato e messo in atto forse anche con complicità straniere. Un piano che ha tolto di mezzo due importanti pedine dello scacchiere africano dove si sta giocando un’importante partita che vede coinvolti anche diversi Paesi stranieri.

Con molta probabilità l’eliminazione dei loro leader segnerà la fine dei due gruppi ribelli o per lo meno avrà una forte influenza sul loro futuro condizionandone in qualche modo le loro prossime mosse.

Certamente queste due morti, avvenute in circostanze quantomeno sospette, amplificano fortemente i dubbi che in tanti hanno sui processi di pacificazione avviati sia in Darfur sia nel Sud Sudan.

George Athor è morto in circostanze più o meno sospette nella contea sud sudanese di Morobo al confine con la Repubblica Democratica del Congo. Il generale dissidente, che viaggiava sotto mentite spoglie, stranamente si trovava lontano dallo Stato di Jonglei, il territorio controllato dal suo gruppo ribelle. Athor era infatti, leader di un gruppo ribelle dai lui fondato, il Movimento democratico del Sud Sudan, Ssdm/a.

Si tratta di un gruppo ribelle che in poco tempo è diventato una vera e propria spina nel fianco per le autorità di Juba. Arrivando con le sue gesta ad oscurare il periodo post indipendenza.

Oltre a quello del Ssdm/a il fronte dei dissidenti sud sudanesi comprende almeno un’altra decina di gruppi ribelli che operano nel Paese africano contro il governo di Juba.

La morte dell’ex generale è avvenuta a pochi mesi dalla fine di una tregua in vigore tra il suo gruppo e il governo sud sudanese.

Per le autorità di Juba Athor è morto ucciso in uno scontro a fuoco con le guardie di frontiera forse mentre l’ex generale era di ritorno dal Ruanda, mentre per i suoi è caduto vittima di un complotto internazionale che vede coinvolta anche l’Uganda. Il generale Athor era infatti,
anche un forte sostenitore del gruppo ribelle del Lord’s resistance army, Lra, che in Uganda si batte contro il governo di Kampala del presidente Museveni.

Athor, di etnia dinka, era stato vice capo di stato maggiore del nuovo esercito sud sudanese, ma anche la figura dissidente più rappresentativa del nuovo stato africano nato nel luglio del 2011.

L’ex generale era il principale ostacolo ad ogni trattativa. La sua eliminazione di fatto potrebbe essere da monito a tutti gli altri dissidenti spingendoli a riprendere le trattative con il governo centrale sud sudanese.

La morte di Athor è stata preceduta da quella di altri dissidenti che come lui si erano mostrati ostinati e poco propensi al dialogo con Juba. Tra questi Gatluak Gai, Gabriel Tang Gatwich Chan detto Tang Ginye.

Questi uomini sono tutti morti in circostanze più o meno sospette e per una strana coincidenza le loro vicende ruotano tutte intorno ad uno dei 10 stati del Sud Sudan, lo stato di Jonglei.

Nell’aprile del 2010 Athor si era candidato come indipendente a governatore proprio per lo stato di Jonglei. Una sfida la sua, al suo stesso partito che aveva invece, designato come candidato Kuol Manyang Juuk. Quando quest’ultimo ha vinto le elezioni sebbene Athor fosse il favorito, il generale non ha accettato il risultato e come tanti altri ha denunciato brogli elettorali.

A questo punto l’ex generale è entrato in conflitto con il governo di Juba e ha dato vita ad una sorta di ribellione armata.

Il crescere della dissidenza interna ha spinto il governo sud sudanese ad intraprendere forti iniziative politiche e anche militari per reprimere e stroncare l’insurrezione armata nel Paese scaturita dal dissenso interno.

Visto l’incapacità di dominare i vari gruppi ribelli militarmente il governo di Juba ha poi, cercato di promuovere un processo di amnistia e di integrazione ambedue però, falliti perché in un modo o nell’altro sono stati sempre disattesi dall’una o dall’altra parte.

A pochi giorni di distanza è morto in Sudan anche Khalil Ibrahim. Una morte avvenuta nell’indifferenza di tutti. Eppure si trattava del capo del Movimento per la Giustizia e l’Uguaglianza, Jem, uno dei principali gruppi ribelle del Darfur e anche il più forte.

Ibrahim era da poco rientrato in Sudan dopo un esilio volontario in Libia di cui godeva protezione e aiuti. Questo gruppo insieme all’altro principale gruppo, il ‘Sudan Liberation Army’, Sla/Slm, diede il via, nel febbraio del 2003, ad una guerra di ribellione nella regione occidentale sudanese del Darfur. Una ribellione per ottenere che Khartoum investisse una parte degli introiti provenienti dalle risorse petrolifere del Paese africano per lo sviluppo di quell’area emarginata e dimenticata dal resto del Paese.

Lo Jem non ha mai accettato di sottoscrivere accordi di pace con Khartoum che non contemplassero l’affermazione della giustizia per il popolo del Darfur.

L‘eliminazione di Ibrahim è apparsa subito come un messaggio diretto a tutti i ribelli sudanesi a riprendere il tavolo delle trattative per raggiungere un accordo senza più spargimenti di sangue. Un accordo che fino ad ora non era stato possibile raggiungere proprio per l’intransigenza dimostrata dallo Jem di Khalil Ibrahim.

Un ulteriore motivo per volere la fine del leader sudanese nasceva dal fatto che i ribelli dello Jem avevano stabilito un’alleanza con l’Splm/n che combatte il governo del sud Kordofan e Nilo Azzurro al confine con il Sud Sudan. Un’alleanza che dalla scorsa estate ha portato i ribelli darfuriani a combattere i soldati di Khartoum anche nello stato di Kordofan del Sud alla frontiera con il Sud Sudan.

Ancora una volta ritornano legami con la questione sud sudanese.

Khalil Ibrahim è stato ucciso la notte tra il 23 e il 24 dicembre del 2011 nel corso di un raid aereo mirato. Un missile ha centrato con precisione sospetta l’auto in cui si trovava il leader dello Jem.
Il mezzo si trovava in un accampamento a Wad Banda proprio al confine tra Darfur e Kordofan. Per i ribelli si è trattato di un attacco di alta precisione reso possibile solo con collusioni locali e cospirazioni internazionali.

Di fatto i ribelli dello Jem sostengono che la morte del loro leader sia stata una vera e propria esecuzione.

In un primo momento il portavoce dell’esercito sudanese, il colonnello Khalid al-Sawarmy Saad aveva dichiarato che: “Le nostre valorose forze armate sostenute dagli abitanti di Wad Banda sono state in grado di uccidere il ribelle Khalil Ibrahim, insieme ad alcuni dei suoi collaboratori. Successivamente il ministro della difesa sudanese, Abdhul Rahim ha spiegato smentendolo che invece, che l’uccisione di Khalil è stata resa possibile grazie al rilevamento di una telefonata la cui traccia ha guidato i missili lanciati da un aereo di Khartoum.

Confermando quindi, il ricorso a sofisticate tecnologie che di certo le forze armate sudanesi non possiedono.

Con Khalil sono morti anche altri membri direttivi del movimento per cui si può dire che in un sol colpo lo Jem è stato decapitato e con esso forse la rivolta in Darfur.

Comunque sia quella ottenuta si tratterebbe di una vittoria importante per il governo di Khartoum che da anni si fronteggia con i ribelli darfuriani. Per cui potrebbe sembrare anche giustificabile che da parte della comunità internazionale non si sia alzata alcuna voce.

Però, per i ribelli dello Jem la morte del loro leader è anche responsabilità di tutta la comunità internazionale. Una comunità che da anni cerca ostinatamente di riportare la pace nella tormentata regione sudanese promuovendo e sostenendo, anche economicamente, accordi di pace che poi, si concludono in un nulla di fatto.

Facile capire quindi il perché della reazione dei miliziani sudanesi.

Per tutti è chiaro che il capo dei ribelli del Darfur non è stato ucciso dai soldati di Khartoum nel corso di uno scontro armato, ma la sua morte è stata una vera e propria esecuzione.

Tra le due parti è ancora in vigore, sebbene violato più volte, un cessate il fuoco dal febbraio del 2010.
Pertanto, sarebbe stata compiuta una violazione agli della comunità internazionale se fosse stato compiuto un attacco. In questo modo invece, si è trattato di un bombardamento che è stato letale per il leader sudanese.

Quando venne firmato l’accordo per il cessate il fuoco, il 17 febbraio del 2010, a Doha nel Qatar nel corso di colloqui tra rappresentanti del governo sudanese e dei ribelli dello Jem, si festeggiò. La gioia era per il fatto che sembrava che la pace fosse ormai vicina. Vennero addirittura gettate le basi per una conferenza di pace sulla martoriata regione sudanese. Però, dopo ogni altro colloquio che è seguito non ha dato risultati positivi.

Anche se non era la prima volta che veniva raggiunto un accordo tra i ribelli del Darfur e il governo di Khartoum, tutti poi, disattesi nel tempo dai secondi. Per molti l’accordo del febbraio 2010 poteva essere la possibilità che tutti cercano per poter finalmente fermare gli scontri e non far aumentare ulteriormente il bilancio stimato di circa 300mila morti ed oltre 2 milioni e mezzo di profughi e rifugiati provocati dalla guerra
civile in atto nella regione sudanese. Il Darfur è infatti, la regione del Sudan dove è in corso una guerra civile che dura ormai dal 2003 ed è condotta da diversi gruppi ribelli contro il regime sudanese. Una guerra civile che ha anche assunto una connotazione etnica alimentando in Darfur forti tensioni etniche tra le popolazioni arabe e africane. Tensioni che per molti è il presidente sudanese Omar el Bashir ed il suo governo ad aver esasperato alleandosi con i miliziani arabi dei Janjaweed meglio noti come diavoli a cavallo.
Si tratta di gente abituata a razziare e uccidere senza pietà, che in Darfur si sono resi colpevoli di efferati attacchi contro la popolazione civile,
compiendo omicidi, razzie, stupri e mutilazioni. Tutto questo ha innescato una spirale di violenza che nel tempo è diventata talmente brutale che oggi tutti gli osservatori dei diritti umani si trovano concordi nel affermare che il Darfur è teatro di crimini di guerra e di crimini contro l’Umanità. Gli USA sono andati anche oltre affermando che vi è in corso un genocidio volto a scacciare da questa regione sudanese la popolazione di etnia africana in favore di quella araba.

La comunità internazionale, ONU in testa, per contrastare la situazione venutasi a creare in seguito alla ribellione in Darfur, che ha poi dato vita ad una vera e propria catastrofe umanitaria, ha inviato sul posto prima una missione di pace dell’Unione Africana, Ua, di appena 7.500 uomini dimostratasi un fallimento e terminata nel dicembre 2008 quando è stato poi, deciso di inviare una nuova missione di pace mista ONU/Ua,
UNAMID, di 25mila uomini. Un dispiegamento, quello dei caschi blu in Darfur, che sebbene è stato frutto di accordi internazionali con Khartoum, non è stato completato e il contingente dispiegato sul terreno si è mostrato in numero e con mezzi insufficienti, e quindi di fatto la missione dei peacekeepers si è dimostrata, ancora una volta, incapace di arginare il progressivo aumento delle violenze contro le popolazioni del Darfur. Pertanto la situazione nella regione occidentale sudanese rimane critica e appare impensabile che si possano registrare miglioramenti. A nulla è servito nemmeno l’emissione da parte del Tribunale Penale Internazionale dell’Aja, Tpi, di un mandato di cattura contro il presidente sudanese Omar el Bashir per genocidio, crimini di guerra e contro l’Umanità, per quanto è stato compiuto in Darfur.

Questo fece allora di El Bashir l’unico capo di Stato in carica nei confronti del quale è stato emesso un mandato d’arresto internazionale.

Alcuni gruppi ribelli meno intransigenti hanno accettato di sedersi allo stesso tavolo dei rappresentanti di Khartoum per negoziare altri invece, si sono rifiutati. Questi ultimi confidando sulla conclusione della procedura giudiziaria internazionale in corso contro il presidente sudanese.

In effetti raggiungere un accordo sembra interessare poco soprattutto a Khartoum che molto probabilmente con gli accordi che sigla e poi, puntualmente disattende punta solo a guadagnare tempo.

A conferma è il fatto che l’accordo di Doha del febbraio 2010 venne siglato poco prima del voto dell’11-15 aprile. In questa data in Sudan, dopo 24 anni, si svolsero le prime elezioni presidenziali, legislative e locali multipartitiche. Per cui conveniva che la situazione fosse tranquilla durante il voto. Un voto che ha sancito la definitiva consacrazione a leader indiscusso del Sudan del generale Omar Hassan el Bashir. Prima non lo era di fatto, in quanto dopo aver preso il potere con un colpo di stato nel 1989 si era poi, autoproclamato presidente del Paese africano nel 1993. Con il suo avvento il Sudan si divise in nord, arabo e islamico, e sud, nero, cristiano e animista. Una divisione che poi, è stata sancita definitivamente con il referendum del luglio del 2011 che ha portato alla nascita di un nuovo stato africano, il Sud Sudan.

Ferdinando Pelliccia

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