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“POLISSE” un calvario dell’anima

In questi nostri giorni così già pieni di cronaca nera e, forse, anche di guai personali, ci si chiede perché nelle due ore che ci siamo riservati allo svago dovremmo  andare a vedere un film che parla di poliziotti e pedofilia. Sapere che la pellicola in questione, Polisse, della regista francese Maïwenn ha ricevuto il premio della  giuria nella scorsa edizione del festival di Cannes non eviterebbe allo spettatore il pensiero di deviare l’ingresso in sala, magari all’ultimo istante, magari già dopo aver acquistato il biglietto, magari inventando una scusa all’addetto al controllo degli spettatori e fare così un passo indietro, presagendo che forse non ce la farà ad assistere a quello che già dalla recensione si prefigura come un calvario dell’anima. Già, perché se una regista francese ha dedicato un’opera e 150 ore di girato da cui poi è stata realizzata una storia di 127′, probabilmente qualcosa di devastante deve aver raccontato.

Ieri sera, alla Casa del Cinema di  Villa Borghese a Roma erano presenti una settantina di giornalisti. Il rito della proiezione alla stampa per una volta, mano a mano che la pellicola schiaffeggiava i presenti con un incalzante ritmo in stile presa diretta, nel  susseguirsi delle deposizioni raccolte dai poliziotti della Sezione Protezione Minori dell’ arrondissement  parigino di Belleville, è stato completamente diverso da quello abituale: il solito vociare di commenti ha lasciato il posto  al grido silenzioso degli occhi dei bambini, ai racconti dell’ innocenza millantata degli adulti, (in)consapevoli delle violenze, degli incesti, degli abusi sessuali di ogni tipo raccontati con candore da papà, mamme e  nonni nelle forme più svariate della (dis)umanità che alberga intorno a tutti noi.

Con un budget di 6 milioni di euro, un investimento effettivo inferiore ai  cinque milioni e un grande coraggio del produttore, preoccupato per  aver finanziato una regista così sempre  attenta allo stile e ai dettagli, dritto al cuore arrivano i tagli di una realtà celata  troppo spesso nelle mura domestiche: gli arresti di pedofili e piccoli borseggiatori, l’ interrogare genitori che abusano dei figli e il raccogliere le confessioni velate di pudore e disorientamento dei bambini, l’affrontare adolescenti dalla sessualità fuori controllo, il  gioire per la solidarietà  dei colleghi. Il racconto della vita vera, non le solite scene autolobotomizzanti dei film d’azione d’oltreoceano.

Quello che  inchioda alla poltrona non è una forma di voyerismo o l’occulto piacere del male ma l’essere risucchiati nella quotidianità degli agenti della Sezione Protezione dei Minori, nella passione per ciò che stanno facendo,  nel dolore che vivono in ogni istante in cui i loro occhi e le loro orecchie recepiscono e sedimentano i traumi delle vittime e dei carnefici del candore. Quello che  inchioda è il pensiero che ciò che stai guardando succede sempre e ovunque, in ogni angolo del nostro pianeta. E tu non puoi girarti dall’altra parte.

 

Scorrono i titolo di coda e nonostante l’immensa bravura di tutto il cast e della regia l’applauso non scatta. Non può scattare. Ancora scorrono le immagini pregnanti dell’ultima scena dove  tutta la squadra, al rientro delle ferie di agosto si ritrova per ricominciare un anno dove già si sa, al peggio non ci sarà mai fine e per qualcuno, tirare avanti con questa consapevolezza, non è più possibile. Quella consapevolezza che porta uno dei protagonisti a dire ”Ci sforziamo ogni giorno di risolvere ogni caso, ma non possiamo cambiare il mondo”.

Si accendono le luci. Gli spettatori si sentono come gli unici testimoni di una catastrofe epocale. Tutti escono in silenzio,  con il solo rumore pressante di un pensiero: consigliare a tutti di andare a vedere questo film. Per amare di più e veramente i bambini, per amare di più e veramente chi ogni giorno fa qualcosa per loro.

Nelle sale dal 3 febbraio 2012

Lavinia Macchiarini

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