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La voce delle case chiuse

Il titolo di questo articolo a qualche malizioso puo’ suonare strano, intriso di un eventuale doppio senso. Meglio sgombrare subito il campo da idee fasulle, poiché non vi è nessun contatto con il lupanare della perdizione sigillato dalla Legge Merlin nel settembre del 1958. Se proprio di perdizione si deve parlare, allora facciamo riferimento a quella di casa nostra. L’immagine principale di Calitri che nel tempo ha fatto un po’il giro del mondo attraverso libri, cartoline, servizi televisivi e supporti mediatici vari, è quella ritratta dalla chiesetta di S. Lucia. Di giorno come di notte, agli occhi rimbalza una sorta di presepe con una serie di case affastellate l’una sull’altra le quali animano un sentimento di corposa gratitudine e di stupore temporaneo in chi si sofferma a guardare. Peccato soltanto però che il presepe a cui si fa riferimento si sia andato svuotando, e non c’è traccia nemmeno più della paglia nella mangiatoia. Ho ben vivo il ricordo del centro storico quando pulsava di gente, quando ogni portale era il biglietto da visita di una famiglia. Lo ricordo grazie a mio nonno che ero solito accompagnare con “l’ape” durante la vendita e la distribuzione di bibite nei luoghi più angusti ma anche altamente misteriosi di cui la Calitri di un tempo che fu, godeva a pieno. Il vociare della gente era sinonimo di vita, mentre oggi la vita ha ceduto il posto al totale appiattimento portatore di un silenzio cupo e profondo. Da buon osservatore, mi è capitato di ripercorrere  fisicamente i luoghi della memoria fanciullesca e adolescenziale, e pur non trovandomi in un campo di concentramento, ho avuto delle sensazioni assai poco idilliache. Guardare di sera Calitri sempre dalla stessa angolatura, è uno spettacolo intenso e deprimente allo stesso tempo. Spuntano come funghi tante lucine rosse sul display dei contatori, il che significa che le abitazioni sono vuote. Dalla chiesetta di S.Lucia fino ad immergersi totalmente nelle viuzze del centro storico, la sensazione primordiale che si avverte è quella di essere in un labirinto oscuro, ove la luce tenua di lampioni penzolanti, l’odore a tratti nauseabondo proveniente da condotti fognari assai vetusti e scarsamente efficienti, il suono sordo dei passi, incutono un certo timore. In qualche vicoletto si trovano ancora delle luci accese, simili a fiammelline ardenti nella notte scura di Halloween. Si tratta di case ormai prossime alla chiusura, in quanto chi ci abita si avvicina, ahimé, allo scadere fisiologico. Una sera, mentre m’incammino col mio taccuino lungo una delle vie più celebri del centro storico, mi accorgo che in cima ad un piccolo e stretto ballatoio siede una signora anziana la quale sentendo il suono dei miei passi, si alza di scatto dalla sedia, quasi come se fosse stata minacciata. Nel salutarla, mi colpisce molto il suo sguardo in cui si riversa il silenzio della solitudine e la consapevolezza di un certo mutismo involontario, considerando che da quelle parti non passa mai nessuno, se non il sole d’estate, la pioggia in autunno e la neve d’inverno. Capisco bene il suo stupore e il suo atteggiamento guardingo. Nel comunicarle le mie generalità (la prima sua domanda è stata: a chi appartien? A chi sei figlio?) mi ha risposto in questo modo: “ figl mij, qua nn passa mai n’sciun, sim semp ij e a television, ma tant nat picca amma m’rì e pur sta casa s’adda chiur” (Figlio mio, da queste parti non passa mai nessuno, siamo soltanto io e il televisore, ma tanto fra qualche tempo morirò e pure questa casa si chiuderà). Dopo essermi intrattenuto un po’ con questa simpatica nonnina, nell’incamminarmi nuovamente verso l’uscita di quel labirinto, mi sono sentito un po’ come Dante nel girone dei dannati. Riascoltando nella mente quelle parole, la prima cosa che mi son chiesto è chi avrebbe potuto chiamare la nonnina qualora si fosse sentita male, considerando il luogo spettrale dove l’ho incontrata. Nel prosieguo del cammino, nella mia mente si sono sovrapposti numerosi interrogativi, tutti incentrati nel cercare di capire come mai Calitri negli anni sia stata vittima di una regressione così spaventosa, e  perché la vitalità di un tempo abbia ceduto il passo al silenzio odierno. La rassegnazione della nonnina mi ha lasciato un po’ basito, così come vedere piccole ombre di ristrutturazione moderna a macchia di leopardo, senza che nessuno o quasi, ammirerà questo lavoro, rinnovato nella forma e spento nella sostanza. Una casa su due nel centro storico è chiusa, e soltanto la voce del silenzio accompagna lo scalpiccio dei passi. Negli ultimi anni, attraverso il web, si è cercato di far conoscere Calitri nel mondo, dando un’immagine quasi paradisiaca, se si considera l’inserimento del nostro purgatorio nella classifica dei migliori luoghi dell’orbe terracqueo ove trascorrere il lasso di tempo che separa l’uomo dalla sua fine. E’ scoppiato un amore folle tra alcuni stranieri e la nostra terra, tanto da portare alcuni di loro a comprare una casetta da queste parti per dare ristoro alle stanche membra avvizzite dal logorio metropolitano. Peccato però che i matrimoni affrontati senza la giusta consapevolezza, inevitabilmente si sciolgono nella separazione e poi nel successivo divorzio. Non aggiungo altro in merito a quest’ultimo aspetto, in quanto i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Il mio cammino nei luoghi della memoria calitrana, si chiude in modo non proprio esaltante. La bellezza di grotte, di case storiche, di spazi caratteristici, di piccoli slarghi multiformi, è ricoperta da un assordante silenzio. Silenzio che si respira anche quando si esce dal centro storico per incamminarsi verso una dimensione più moderna. Si ha la sensazione di vivere in un paese in guerra ove il coprifouoco impedisce lo svolgersi della normale vita sociale, senza sapere che quest’ultima manca di un fondamento: i protagonisti della vita sociale. Un aspetto positivo comunque sussiste: la voce delle case chiuse merita soltanto l’ascolto e nessuna parola, considerando che l’uso improprio di quest’ultima, nel tempo, ha contribuito ad abbassare totalmente il volume.

Marco Bozza

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