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Malaria, negli Usa scoperte nuove importanti frontiere di cura

Ancora oggi succede. Succede che tornando da un viaggio esotico, senzaaver adottato le debite profilassi  si sia contratta la malaria. E spesso succede che quando la malattia si manifesta, con i farmaci attualmente a disposizione, non si riesce ad intervenire efficacemente. È questa la sfida raccolta dai laboratori della Scripps Research Institute di La Jolla della California dove, da recenti studi condotti dal gruppo di ricerca guidato da Elizabeth A. Winzeler, PhD, parzialmente finanziati dal National Institute of Health di Bethesda, è stato scoperto un gruppo di composti chimici che potrebbero essere trasformati in farmaci per curare l’infezione da malaria, nel fegato e nel sangue.

Sebbene la sua contrazione sia prevalentemente causata dalla puntura di zanzare  del tipo Anopheles, portatrici del parassita Plasmodium, la malaria continua ad essere la più importante parassitosi e la seconda malattia infettiva al mondo per morbilità e mortalità dopo la tubercolosi. Meno frequente come tipologia di contagio ma reso più probabile dal costante ed irrefrenabile flusso migratorio, il virus può essere contratto anche con trasfusioni di sangue contaminato, con trapianto di organi o dallo scambio di aghi e siringhe infette. Più del 40% della popolazione mondiale vive nelle zone dove la malattia è più diffusa: Africa, Asia e  Paesi tropicali. In tutto, circa un milione di persone tra neonati, bambini e donne incinta e che costituisce, per la sanità africana, un costo di circa 12 miliardi di dollari e una riduzione della crescita economica dell’1.3%.

Una sofferenza, quella della malaria, che ci segue da millenni, le cui prime testimonianze mediche risalgono addirittura al 2500 a.C. per arrivare poi agli inizi del Settecento quando, proprio grazie a un medico italiano, Giovanni Maria Lancisi, le cause della sua diffusione furono rintracciate nel tanto odiato insetto. Causata da quattro parassiti della famiglia dei Plasmodium, la malaria viene trasmessa all’uomo attraverso la puntura di una zanzara infetta; dopo il contagio i parassiti si dirigono verso il fegato, dove di solito si moltiplicano rapidamente per circa una settimana senza causare sintomi, fino a quando, attraverso il flusso sanguigno, dalla zona epatica si distribuiscono nel resto del corpo. Un parassita subdolo, il Plasmodium, che può anche rimanere nel fegato in uno stato dormiente per un lungo periodo, talvolta anche per anni, prima di manifestarsi con veri e propri sintomi.

La maggior parte dei farmaci attualmente in commercio ha l’obiettivo di rintracciare la fase sintomatica dell’ infezione del sangue. Per contribuire al raggiungimento dell’ eradicazione della malaria, tuttavia, un farmaco deve trattare l’infezione durante le fasi legate al fegato e del sangue. Attualmente, l’Organizzazione Mondiale della Sanità consiglia un solo trattamento a base di primachina che però può causare gravi disturbi del sangue tra i pazienti affetti da altra patologia genetica comune in aree del mondo dove la malaria è endemica. Lo studio della Winzeler ha sottoposto alla verifica, attraverso uno screening, oltre 4.000 composti chimici che avevano precedentemente dimostrato essere efficaci contro il Plasmodium nella sua fase legata al flusso sanguigno. Hanno cercato un composto che potesse inibire il parassita anche nella fase principale, quando entra nel fegato e  la cui struttura delle proteine permetta  anche la modifica necessaria per lo sviluppo di futuri farmaci.

Da questo lavoro sono emersi un gruppo di tre composti correlati, noti collettivamente come il cluster imidazolopiperazine (IP),che possiedono completamente questi criteri. Utilizzando il cluster IP come punto di partenza, i ricercatori hanno messo a punto  un candidato farmaco, il GNF179, che ha ridotto i livelli di una specie del parassita Plasmodium fino al 99,7 per cento e ha prolungato la sopravvivenza di topi infettati, in media di 19 giorni durante i test in laboratorio. Esaminando le cellule infette, i ricercatori hanno confermato che il GNF179 è attivo nella fase di infezione del fegato. I ricercatori fanno notare che, mentre ulteriori studi saranno necessari per comprendere appieno il meccanismo del farmaco di azione e gli obiettivi specifici all’interno del fegato, questo studio fornisce un potenziale punto di partenza per lo sviluppo di nuovi farmaci antimalarici a doppio stadio.

Lavinia Macchiarini

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