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Libia-Italia: continua la ‘guerra del mare’

Due barche da pesca italiane sono state ‘sequestrate’ dalle autorità libiche mentre svolgevano attività di pesca nel Mediterraneo, in particolare nel Golfo della Sirte. Ci risiamo. La ‘tregua’ è finita. Si ritorna a respirare un clima di tensione nel Mediterraneo. A quanto pare il governo transitorio libico mantiene in vigore le vecchie leggi emanate dal regime di Gheddafi. Nel caso specifico almeno quella che estendeva unilateralmente il limite delle acque territoriali libiche fino a 72 miglia. Secondo i libici, le 2 barche da pesca italiane, si trovavano all’interno di queste acque territoriali e della riserva di pesca istituita dal precedente governo libico.

Un episodio questo, che si verifica a pochi giorni dalla soluzione di un altro caso. Quello del peschereccio italiano sempre di Mazara del Vallo, ‘Twenty Two’ con 10 membri di equipaggio. La nave da pesca era stata rilasciata dopo che era rimasta ferma, per 4 giorni, nel porto di Tripoli dopo essere stata ‘sequestrata’ da una motovedetta libica a 35 miglia dalle coste del Paese nordafricano. Di fatto il primo ‘incidente’ dopo la caduta del regime del rais.

I due pescherecci italiani ‘sequestrati sono l’«Asia» e l’«Astra». Le due barche appartengono rispettivamente alle flotte da pesca siciliane, di Mazara del Vallo e di Siracusa. A bordo del primo ci sono 5 marittimi, tutti italiani, mentre a bordo del secondo ci sono invece, 7 membri dell’equipaggio, 3 tunisini e 4 italiani. Secondo fonti della Capitanerie di porto c’è stato un breve contatto radio, mentre era in corso l’abbordaggio da parete dei militati libici, con il comandante di una delle due imbarcazioni che ha raccontato che si erano accostate motovedette libiche. L’intercettazione sarebbe avvenuta a circa 40 miglia da Misurata dove poi, sembra che le due navi da pesca siano state ‘invitate’ a dirigersi. Questa  azione, come le precedenti, ha di certo un solo scopo, quello di essere un monito a non violare i confini libici. Lo era per Gheddafi lo è ora per il governo transitorio libico. Come si dice: ”cambiano i musicisti, ma non cambia la musica”. La decennale ‘guerra del mare’ tra Italia e Libia quindi continua. Una ‘guerra’ che si combatte nel Mediterraneo principalmente tra i due Paesi, ma che riguarda tanti altri. La Libia ha ‘tracciato’ unilateralmente un’ideale linea con cui ha chiuso il Golfo della Sirte. Questo, però, non è conforme al diritto internazionale e deriva da pretese libiche, risalenti a decenni indietro, di considerare questo Golfo come baia storica del Paese nordafricano. La verità è che tale area è ricca di pesce e di petrolio. L’Italia come anche altri Paesi del Mediterraneo e gli USA, ha da sempre dichiarato di non riconoscere la validità di questa linea. In nome della libertà di navigazione, di proposito, più volte, navi da guerra, specie statunitensi, sono entrate nel Golfo. La soluzione però al problema non può essere militare, ma diplomatica. In passato trattati di amicizia e di pesca però, non sono stati la soluzione al problema. Ora si sperava che con l’avvento del nuovo governo libico, dopo la caduta del regime del colonello Muammar Gheddafi, fosse tutto almeno in parte risolto. Ed invece, la storia continua. Ancora una volta si torna a parlare di pescherecci italiani oggetto di azioni violente da parte di motovedette libiche. Purtroppo sono le barche da pesca italiane, specie quelle che partono dalla Sicilia, a doversi spingere a sud e nel farlo incorrono nel  rischio di imbattersi nelle motovedette libiche che a quanto pare hanno ancora l’ordine di ‘bloccare gli intrusi’. L’esempio più eclatante di questa ‘guerra’, che per fortuna è per ora, senza vittime, è l’episodio accaduto il 13 settembre del 2010 quando una motovedetta libica sparò colpi di mitraglia ad altezza d’uomo contro un peschereccio di Mazara del Vallo, l’Ariete.  Ironia della sorte quella motovedetta faceva parte di un gruppo di unità consegnate dall’Italia alla Libia per pattugliare il mare in funzione anti immigrati. Per questo motivo ne scoppiò anche una polemica risoltasi con un nulla di fatto.

In verità la Libia, quella del rais, ha da sempre usato la politica dei sequestri per porre pressione e ottenere importanti riconoscimenti economici e politici.  Ed è quello che sta avvenendo anche in queste settimane. A qunto pare la politica, quella violenta basata sul ricatto, è fatta loro anche dal nuovo governo libico.

Forse è giunto il momento di dire basta. L’Italia e gli altri Paesi del Mediterraneo non possono più accettare ulteriori atti del genere specie se sono compiuti da un governo che si dice democratico come lo è quello di transizione libico. Questi attacchi  violenti, che le motovedette libiche ripetutamente compiono ai danni di indifesi lavoratori del mare, che stanno li per cercare di guadagnare quel poco da permette loro di mantenere le proprie famiglie, deve cessare. Lo sanno tutti che il sequestro dei pescherecci italiani da parte dei libici è privo di basi legali in quanto discende dalla dichiarazione unilaterale di Gheddafi che violano le leggi internazionali. Se il governo di transizioe libico le fa sue allora vuol dire che è peggio del suo predecessore.

La Farnesina attraverso una nota ha fatto sapere che su istruzioni del Ministro degli Esteri, Giulio Terzi di Sant’Agata la rappresentanza diplomatica a Tripoli ha immediatamente preso contatto ad adeguato livello con i competenti interlocutori libici al fine di promuovere la positiva soluzione della vicenda.

Ferdinando Pelliccia

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