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Somalia: si combatte ancora a Mogadiscio


Si combatte ancora nella capitale somala Mogadiscio. Si tratta di sporadici combattimenti ha reso noto il governo somalo. Di fatto si tratta di veri e proprio scontri conseguenza dell’offensiva avviata dai militari del governo di transizione somalo, Tfg, appoggiati dai caschi verdi della forza di pace forze dell`Unione africana, Ua, Amisom, contro i miliziani islamici filo al Qaeda degli al Shabaab. Un tentativo questo, di cercare di ‘cacciare’ via dalla città somala anche l’ultimo dei ribelli islamici. Per questo motivo negli ultimi giorni si sono registrati sanguinosi scontri. Combattimenti avvenuti in alcuni quartieri alla periferia di Mogadiscio dove i governativi somali, sostenuti dai militari dell’Ua, stanno cercando di avanzare verso le ultime postazioni tenute ancora dai miliziani islamici, che dallo scorso mese di giugno si sono ritirati progressivamente dalla capitale somala. La partenza dei mujahidin somali non ha significato però, il ritorno alla normalità in città anzi, nelle ultime settimane si sono verificati almeno tre sanguinosi attentati terroristici che hanno decretato di fatto, il passaggio alla guerriglia urbana da parte dei ribelli somali dopo aver capito che gli scontri diretti, con governativi e truppe Ua, erano insostenibili. Si è trattato quindi di una scelta tattica.
Nel frattempo, gli scontri sono continuati per lo più nel quartiere nord-occidentale della città, a Deynile, che è uno degli ultimi della capitale ancora in mano ai mujahidin somali. Purtroppo il bilancio di questi combattimenti è pesante. Lo scorso venerdì, secondo l’Amisom, sarebbero morti almeno 10 caschi verdi, per lo più del Burundi. I peacekeepers sarebbero stati uccisi durante uno scontro con i ribelli somali a Mogadiscio. Mentre altri due soldati risultano dispersi e un veicolo blindato è andato distrutto. In realtà però, i morti sarebbero almeno 70 e tutti uccisi dai miliziani islamici nel corso dei combattimenti seguiti all`offensiva militare lanciata dai governativi somali nella capitale Mogadiscio. La conferma arriva anche dagli al Shabaab che il 20 ottobre scorso che hanno dichiarato: “Abbiamo ucciso più di 70 soldati nemici e si possono vedere i loro corpi morti”. Soldati morti i cui corpi sarebbero stati infatti, mostrati ad Elasha, 15 chilometri a sudovest di Mogadiscio. I ribelli li hanno mostrati, come se fossero dei trofei di guerra, alla popolazione locale. Si trattava di cadaveri di uomini che indossavano le divise dell’Amisom. Secondo testimoni molti dei corpi presentavano ferite di colpi d`arma da fuoco. Per ora non ci sono conferme da parte della missione Ua. Se la notizia dovesse però, trovare conferme si tratterebbe del peggior massacro subito dalla forza di pace dell`Ua da quando sono dispiegate in Somalia. Una missione iniziata quattro anni fa e inviata in Somalia in sostegno del debole governo di transizione somalo, Tfg. Dovevano essere almeno 20mila di diversa nazionalità e tutti africani. Alla fine sono poco più di 7mila soldati provenienti in gran parte dall’Uganda oltre che dal Burundi. Il debole governo somalo, sponsorizzato dalla comunità internazionale, USA e Europa in testa, senza il loro sostengo sarebbe già stato sopraffatto da tempo dalle milizie degli al Shabaab.
Quest’ultimo è un gruppo terroristico che si contrappone al Tfg, dal 2007 e che ormai controlla gran parte del Paese africano. Gli al Shabaab sono nati come movimento giovanile dell`Unione delle Corti islamiche, UCI, che governò il Paese fino al dicembre 2006, poi si sono trasformati in combattenti dopo la cacciata delll’UCI ad opera delle truppe etiopi accorse in aiuto del governo somalo e rimaste nel Paese fino al 2009. Trai miliziani islamici militano parecchi combattenti estranei alla Somalia, provenienti dallo Yemen, Afghanistan e anche da Paesi occidentali.
I ribelli islamici ora sono impegnati anche su un altro fronte. Da qualche giorno, precisamente dal 16 ottobre scorso, sono sotto attacco nel sud della Somalia. Da quando l’esercito del Kenya è entrato nel Paese del Corno d’Africa. L’obiettivo delle truppe keniote è quello di dare la caccia ai miliziani islamici. Per il governo di Nairobi essi sono i responsabili, nell`ultimo mese, del sequestro di quattro donne tutte europee in Kenya. Si tratta di due operatrici spagnole di Medici senza frontiere, Msf, rapite da uomini armati a Dadaab, il più grande campo profughi del mondo, di una britannica e di una francese rapite invece, nell`arcipelago turistico di Lamu, non lontano dalla frontiera somala. I rapiti sono stati trasferiti in Somalia dai loro rapitori. L’ostaggio francese purtroppo non ha superato la prigionia ed è morta. “Il Kenya ha violato il diritto territoriale della Somalia entrando sulla nostra terra santa, ma vi garantisco che se ne andranno a mani vuote, se Dio vuole. Invito tutti i somali a unirsi contro il nemico assettato di sangue che è entrato nel nostro territorio e contro gli apostati somali che lo sostengono”, ha dichiarato un leader al Shabaab, Sheikh Hassan Turki.
Venerdì scorso i ministri dei Paesi membri dell`Inter Governmental Authority on Development, Igad, dell`Africa orientale si sono riuniti ad Addis Abeba, in Etiopia. Si è trattato di una riunione di emergenza dei rappresentanti degli esteri dei 6 paesi membri, Gibuti, Etiopia, Kenya, Somalia, Sudan e Uganda. Lo scopo era discutere della recente entrata delle truppe del Kenya in Somalia. Il summit si proponeva di adottare una posizione comune contro i ribelli di al Shabaab e di elaborare una relazione sul consolidamento della pace in Somalia. La speranza era di ricevere sostegno alle operazioni militari iniziate dal Kenya in Somalia domenica 16 ottobre contro i mujahidin somali. Un sostegno a questa campagna militare anti Shabab che è venuto meno invece, da parte dell’Unione Africana. L’Ua aveva dichiarato di: “non appoggiare l`incursione unilaterale della Somalia da parte dell`esercito kenyano pur comprendendone le ragioni”.
Comunque sia quello che sta avvenendo in Somalia e in particolare a Mogadiscio vanifica il tentativo del TFG di ‘spacciare’ alla comunità internazionale il ritiro degli al Shabaab come una sua grande vittoria. Il gruppo islamico è sempre operativo e mantiene il controllo del Paese africano che ha strappato ai governativi
Ferdinando Pelliccia

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