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Pirateria marittima: i pirati somali sanno essere anche umani


Quello compiuto dai pirati somali, nel corso della settimana appena conclusasi, è stato un vero e proprio gesto umanitario. La gang del mare, che li tratteneva in ostaggio, ha rilasciato due dei marittimi membri dell’equipaggio della MV BLIDA. Il cargo battente bandiera algerina è gestito da una società con sede in Grecia, la Sekur Holiding INC., mentre la proprietà è algerina, la International Bulk Cariers associata alla Compagnie Nationale de Navigation. La nave è in mano a pirati somali dallo scorso mese di gennaio. A bordo del mercantile vi sono 27 membri d`equipaggio, 17 sono di nazionalità algerina e altri 10 di diversa nazionalità. Si tratta di 6 ucraini, tra cui il comandante, 2 filippini, un giordano e un indonesiano. Due di questi lavoratori del mare erano gravemente ammalati e necessitavano di cure ospedaliere. Pertanto, come gesto umanitario, e non è la prima volta, i pirati somali li hanno rilasciati senza il pagamento di un riscatto. Ad essere stati rilasciati uno dei 17 marittimi algerini e un altro degli altri 10 di cui però, ancora non si conosce nazionalità. Da questo emerge un fatto che, mentre, i banditi somali sono disposti anche ad attendere mesi per rilasciare una nave e il suo equipaggio se i cambio non riceve un riscatto, dall’altro lato, per motivi umanitari, sono disposti anche a rilasciare dei marittimi se questi sono gravemente ammalati. Per cui i pirati somali sanno anche essere umani. Nei mesi scorsi proprio per sollecitare il governo di Algeri nel fare in modo che i marittimi della MV Blida tornassero a casa sani e salvi si è creato un vasto movimento d`opinione nel Paese nordaficano. Un movimento che assieme alle famiglie di questi lavoratori del mare ha inscenato numerose manifestazioni. L`Algeria, come tanti altri Paesi, non intende ne trattare ne pagare alcun riscatto, almeno ufficialmente, ai pirati somali. Lo scorso mese di luglio Moundeer Abdul-Rahman, uno dei 17 marinai algerini prigionieri in Somalia, aveva lanciato un appello al proprio governo. L’occasione gli era stata data da una telefonata fatta dalla nave ai familiari a casa in Algeria. Moundeer e gli altri ostaggi speravano di poter essere di ritorno a casa prima dell’inizio del mese sacro del Ramadan ossia all’inizio del mese di agosto. Così non è stato. Ad ottobre, a 10 mesi dal sequestro, sono ancora prigionieri dei pirati somali. Dopo la cattura della nave algerina, in Algeria, era stata creata un’unità di crisi composta da funzionari del ministero degli Esteri e dei Trasporti e membri della società nazionale algerina di navigazione marittima, CNAN. Lo scopo era di raccogliere informazioni e tenere i contatti con la nave e i sequestratori. Da allora però, l’unità di crisi non ha mai fornito notizie su eventuali esiti del lavoro svolto. Un copione già visto in altre parti del mondo e, che sottolinea quanto sembra essere sempre più palese ossia che i governi dei Paesi a cui appartengono i marittimi, che cadono nelle mani delle gang del mare somale, forse non facciano abbastanza per riportare a casa i loro connazionali. Al tempo stesso indica quanto sia alto il malessere e la sofferenza dei familiari degli ostaggi lasciati dai loro governi senza notizie sulla sorte dei loro cari. Uomini e nave sarebbero ostaggio di una gang del mare somala di Gaarad che inizialmente hanno chiesto per il loro rilascio un riscatto di circa 6 mln di dollari. Come sempre la cifra era trattabile tanto è vero che il negoziatore era riuscito a far scendere la cifra a circa 3 mln di dollari. Quando tutto era pronto per lo scambio è saltato l’accordo. I pirati hanno deciso che per meno di 6 mln di dollari non avrebbero mollato nave e uomini. Questa sembra essere una nuova tendenza delle gang del mare. Quella di far saltare gli accordi all`ultimo minuto, ha un solo intento, quello di ottenere più soldi. Purtroppo nel caso della MV Blida la cifra è al di sopra delle possibilità dell’armatore anche perchè la copertura assicurativa, di cui godeva la nave algerina, è di soli 2,5 mln di dollari. Questo non è il solo caso verificatosi. Un altro caso riguarda la MV Dover. In questo modo però, essi stanno solo facendo infuriare gli armatori spingendoli ancora di più ad essere meno inclini a trattare un riscatto, per avere nave e uomini indietro, con i pirati somali. Gli stessi armatori, ormai stretti da tempo nella morsa delle assicurazioni, sembrano ora stanchi delle ‘pretese’ delle gang del mare. Purtroppo, tutto questo è anche conseguenza del fatto che i pirati somali si stanno ritrovando con un numero sempre minor di navi tenute in ostaggio e in attesa del pagamento di un riscatto. Per cui ora essi sentono il bisogno realizzare il massimo profitto su quelle che sono in loro possesso. E’ stato stimato che la somma pagata come riscatto negli anni è aumentata mediamente di 36 volte rispetto al 2005 quando veniva pagato un riscatto di 150mila dollari. Oggi si paga tra i 5 e i 10 mln di dollari. L’attività criminale a cui si sono dedicati i somali frutta loro molto bene. Dopo che nel 2008 l’incasso era stato di 55 mln di dollari e, nel 2009 di quasi 100 mln di dollari, nel 2010 nelle casse dei pirati sono entrati oltre 100 mln di dollari e nei primi 9 mesi del 2011 i riscatti pagati hanno già superato quota 100 mln di dollari. Ed è forse per questo che nell`ultimo anno e mezzo non sono stati più divulgate informazioni riguardante i riscatti pagati dalle compagnie di trasporto marittimo o dai governi dei Paesi a cui appartenevano navi e uomini catturati. A trattare per il rilascio degli uomini e delle navi catturate sono le stesse compagnie marittime proprietarie della nave. Anche i governi dei Paesi da cui provengono i marittimi catturati sono coinvolti nella vicenda. Spesso sono proprio quest’ultimi che pagano la somma concordata per il rilascio di nave e uomini. Il costo medio di un sequestro lievita di anno in anno. Su di esso incide soprattutto la parte della negoziazione. Ai negoziatori, che sono o nominati dagli assicuratori o consigliati dagli stessi pirati, va una sorta di percentuale del riscatto. Questo induce a pensare che più alto è il riscatto pagato più alta è la loro ricompensa, per cui hanno tutto l’interesse a farlo essere alto.
Nel 2010 gli ostaggi caduti nelle mani dei pirati somali avevano raggiunto il numero record di 1181 marittimi. Attualmente si stima che nelle loro mani vi siano trattenute in ostaggio circa 30 navi e i loro equipaggi. Si tratta di almeno 500 marittimi di diversa nazionalità. Il 10 per cento di essi provengono da Paesi OCSE. Ci sono anche 11 italiani. Nelle loro mani però, anche altri marittimi. Si tratta di persone che i pirati trattengono senza una nave e che si trovano tenuti prigionieri a terra o su altre navi catturate. Tra questi gli equipaggi della MT Asfalto Venture, MV Orna, MV Leopard e la coppia di velisti sudafricani dello yacht SY Choizil catturati alla fine del 2010.
E’ certo che i sequestratori sfogano il loro malessere, per il protrassi del sequestro, sui poveri ostaggi con ferocia e con vessazioni di ogni genere. Dopo la cattura nave ed uomini dell’equipaggio vengono affidati in custodia ad altri predoni che vanno a viverci a bordo insieme agli ostaggi. Una promiscuità forzata che conduce anche a situazioni esasperanti dettate dal prolungarsi del sequestro e dal fatto che i somali sono molto dediti a consumare grandi quantità di khat, foglie euforizzante che masticano di continuo, e a bere alcoolici. Una miscela esplosiva che trasforma la prigionia dei marittimi catturati in un vero INFERNO. Un`esperienza che segna anima, mente e corpo. Per cui meno dura il sequestro meglio è per gli ostaggi!
Per un po’ di tempo non si è parlato di nuovi attacchi pirati, ma nelle ultime settimane sembra che il fenomeno della pirateria marittima si sia ‘risvegliato’. Questo è dovuto in parte al fatto che la stagione dei monsoni è terminata dalla metà del mese di settembre. Per cui i predoni del mare hanno potuto riprendere la loro attività. Con il tempo che è migliorato è scattato infatti, l’allerta per il timore di una nuova ondata di dirottamenti.
Il problema è che ora, di fronte ad una minore propensione degli armatori a pagare i riscatti, ad una maggiore difficoltà ad impadronirsi di un mercantile, a causa del fatto che un numero sempre maggiore di Paesi sta ricorrendo alla difesa dei proprio cargo con team di sicurezza armati a bordo di queste navi, i pirati somali possano dirigere la loro ‘attenzione’ verso obiettivi più facili. Obiettivi che potrebbero essere le barche a vela che navigano nell’Oceano Indiano. Finora diverse di questi yacht sono stati catturati. In tutti i casi si è trattato di un ripiego, da parte di predoni del mare, dopo un’infruttuosa caccia. Un altro problema che si sta concretizzando nella lotta al fenomeno della pirateria marittima è quello derivante dal fatto che molti Paesi stanno prendendo in considerazione l’idea di non rinnovare la loro partecipazione alle missioni navali di contrasto al fenomeno questo a causa di un forte ridimensionamento delle spese militari. Per cui nei prossimi mesi si prospetta un ridimensionamento della presenza navale militare nel ‘mare dei pirati’. Un fatto questo che aggrava ulteriormente la situazione. Questo in quanto le oltre 50 navi da guerra che pattugliavano il mare del Corno D’Africa e Oceano Indiano erano già in numero esiguo figuriamoci dopo la defezione di molti Paesi. Uno di questi potrebbe essere il Regno Unito.
Ferdinando Pelliccia

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