LiberoReporter

Pirateria somala: protesta familiare marittimo danese ostaggio pirati somali


Anche il familiare di un marittimo danese, ostaggio dei pirati somali, protesta contro il proprio governo. Un malcontento manifestato contro le autorità di Copenaghen in quanto, secondo questa persona, finora non avrebbe fatto nulla per garantire il rilascio del proprio familiare caduto in mano ai pirati somali e trattenuto in ostaggio da mesi. La protesta è stata innescata da Marjorie Onate, moglie di Eddy Opolo Lopez comandante del cargo danese Leopard di proprietà della compagnia marittima Schipcraft. Il marittimo di origine cilena, ma di nazionalità danese, è caduto nelle mani dei pirati somali insieme ad altri quattro membri dell’equipaggi, tutti filippini, lo scorso 12 gennaio quando il mercantile venne attaccato mentre era in navigazione nell’Oceano Indiano in rotta verso la Giordania. La moglie del comandnate del Leopard, che vive con tutta la famiglia in Cile a Villa Alemana, ha rilasciato un’intervista, poi pubblicata lo scorso 5 marzo, al giornale cileno ‘El Mecurio de Valparaiso’. La donna, come tutti gli altri familiari dei marittimi del cargo danese e non solo sono da mesi in attesa di poter riabbracciare i loro cari tenuti in ostaggio in Somalia. La moglie dell`ostaggio ha raccontato della sua triste esperienza al giornale cileno. Soprattutto ha fatto emergere quanto le famiglie dei marittimi ostaggi dei pirati somali sono sempre di più preoccupate per l’incolumità dei loro cari. La donna ha riferito che dopo il sequestro ha avuto due contatti telefonici con il marito che le avrebbe detto di essere tenuto prigioniero su di un’altra nave utilizzata come nave madre dai pirati che lo hanno anche picchiato e rotto la testa. La moglie del capitano del Leopard ha spiegato di aver intrapreso questa iniziativa per rendere pubblica la sua disperazione e per attirare l’attenzione del governo cileno sulla vicenda e sperare che questi potesse poi fare pressione su quello danese affinchè il marito possa ritornare a casa e riabbracciare lei e i loro tre figli di 2, 8 e 10 anni. Come è sua politica il governo danese ha rifiutato di trattare con i pirati somali e pagare il riscatto richiesto. Interpellato in merito, dallo stesso giornale cileno, il ministero degli Esteri danese ha spiegato che le autorità stanno facendo il possibile per trovare una soluzione all’intera vicenda. L’azione intrapresa dalla moglie del comandante del Leopard ha però, attivato una sorta di collaborazione tra il governo danese e quello cileno. Un fatto questo che si potrebbe rivelare positivo. Come era accaduto lo scorso primo marzo in Pakistan e prima ancora in India, ancora una volta i familiari di ostaggi trattenuti in Somalia si sono resi protagonisti di proteste contro i loro governi. Allora si trattò dei familiari dei marittimi del cargo egiziano MV Suez catturato lo scorso 2 agosto nel Golfo di Aden. Questo nuovo episodio si mostra, ancora una volta, come il segnale di un forte e crescente malessere tra i familiari dei marittimi ostaggi dei pirati somali. Marittimi, che per le condizioni in cui sono tenuti, definite spaventose, e per il fatto che sono soggetti ad ogni tipo di abuso sia fisico sia psicologico, come hanno raccontato tutti quelli che sono stati rilasciati una volta tornati a casa, sarebbero in condizioni critiche. Nei primi mesi dell’anno, oltre al capitano Lopez, sono caduti in mano ai pirati somali anche altri sette danesi. Si tratta della famiglia Johansen di Copenaghen, padre, madre e tre figli minorenni, caduti nelle mani dei predoni del mare lo scorso 24 febbraio, mentre erano in navigazione nell’Oceano Indiano a bordo del loro Yacht ING con cui stavano compiendo il giro del mondo in barca a vela dall’agosto 2009. Si tratta di Jan e Marie, e dei loro figli adolescenti, Rune, Hjalte e Naja, rispettivamente di 17, 15 e 13 anni. Con loro catturati anche due danesi membri dell’equipaggio. I sette ostaggi danesi stanno bene. I loro familiari hanno avuto contatti sia con gli ostaggi sia con i pirati che hanno chiesto un riscatto per rilasciarli. Questi sequestri di naviglio danese ed egiziano non sono altro che una parte di una lunga catena di arrembaggi alle navi mercantili che transitano nel mare al largo della Somalia. In queste acque e in quelle dell’Oceano Indiano quasi quotidianamente si susseguono attacchi pirati ai danni dei mercantili in transito. Si tratta di azioni criminali condotte da gang del mare che poi chiedono un riscatto per rilasciare navi e marinai sequestrati. Quello della pirateria marittima è un fenomeno cresciuto di molto negli ultimi anni al largo della Somalia. Esso è favorito soprattutto dal fatto che il Paese africano è dilaniato dalla guerra civile e che si trova nei pressi di una delle rotte marittime più importanti del mondo, quella che collega l’Oriente e l’Occidente. Qui gang del mare vi spadroneggiano e catturano mercantili e uomini trattenendoli in ostaggio fino a quando non ricevono un riscatto per il loro rilascio. Un riscatto che viene pagato dal governo del Paese di origine dei marittimi o dalla compagnia marittima proprietaria della nave. Nel 2010 gli ostaggi sequestrati dai pirati somali hanno raggiunto il numero record di 1181 marittimi. Secondo Ecoterra i pirati somali attualmente trattengono in ostaggio almeno 50 navi e almeno 700 marittimi di diverse nazionalità tra cui anche cittadini europei. Un bottino di navi e uomini mai registrato finora. Ostaggi trattenuti dai pirati somali finchè qualcuno non pagherà per il loro rilascio un riscatto. In quelle acque sono intervenute le marine militari di 25 Paesi che hanno inviato decine di navi da guerra a pattugliare il mare del Corno D’Africa e dell’Oceano Indiano. Uno sforzo, quello della comunità internazionale, dal costo di diversi milioni di dollari annui che però, che non sembra dare i frutti sperati almeno dal punto di vista del contrasto alla pirateria marittima. Una dimostrazione è il fatto che i pirati somali sono sempre di più i padroni del mare visto che continuano indisturbati nella loro attività criminale in lungo e in largo nell’Oceano indiano e nel mare del Corno D’Africa. Una sorta di riconoscimento di questo mezzo fallimento è dato dal fatto che nelle ultime settimane si comincia a parlare di iniziative diverse in seno alla comunità internazionale. La Russia in particolare, da sempre favorevole all’istituzione di un tribunale internazionale per giudicare e condannare i pirati somali catturati, nei giorni scorsi ha fatto circolare una bozza di risoluzione che impegnerebbe il Consiglio di sicurezza dell`ONU a dare urgentemente l’avvio alla discussione per l`istituzione di tre tribunali istituiti direttamente in Somalia per trattare i casi di pirateria. Le misure proposte da Mosca inoltre, prevedono che in Somalia si dia il via alla costruzione di due carceri per chi viene condannato per casi di pirateria. Alla proposta russa si è subito associata anche la Cina ed entrambi i Paesi chiedono che tutti gli altri membri dell’organizzazione del Palazzo di Vetro di impegnarsi ad emanare leggi per contrastare il fenomeno della pirateria marittima. Un fenomeno che nel giro di meno di due anni ha visto coinvolta direttamente anche l’Italia. Da ieri infatti, è un mese, che è stata catturata la superpetroliera italiana Savina Caylyn. A bordo della nave 22 membri d’equipaggio di cui 17 indiani e 5 italiani. Per loro, come per tutti gli altri ostaggi dei predoni del mare, l’incubo non è ancora finito. Ora sono trattenuti a bordo della loro nave ancorata al largo delle coste somale del Puntland. Sull’intera vicenda le autorità italiane hanno imposto il silenzio stampa. La giustificazione è stata, come fu nel 2009 quando venne catturato il rimorchiatore italiano Buccaneer con 16 marittimi a bordo di cui 10 italiani, quella di voler condurre le trattative con riserbo nell`intento di giungere ad una conclusione positiva della vicenda. Allora l’intera vicenda si risolse con un enorme figuraccia della Farnesina che alla fine arrivò anche a smentire di aver pagato un riscatto invece pagato. Se fosse stato vero, ma non lo è, sarebbe stato il primo caso al mondo in cui una nave ed il suo equipaggio veniva rilasciata senza il pagamento di un riscatto e quindi con una perdita economica per i pirati, invece l’Italia pagò ai pirati 4 milioni dollari, il più alto riscatto pagato fino a quel momento. Allora il riserbo imposto servì solo a nascondere le mancanze delle autorità italiane e ad innervosire i pirati somali. Ripetere lo stesso errore significa che la ‘lezione’ precedente non ha insegnato nulla.
Ferdinando Pelliccia

Encatena - Your content marketing platform
RELATED ARTICLES

Back to Top

Pin It on Pinterest

Share This

Condividi - Share This

Condividi questo post con i tuoi amici - Share this post with your friends