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Pirateria. Si complica la vicenda dell’Alakrana, il peschereccio spagnolo ostaggio dei pirati somali





Sono giorni di ansia e di paura quelli che stanno scandendo il tempo al sequestro della nave da pesca spagnola, Alakrana, in mano ai pirati somali dal 2 ottobre scorso, quando venne catturata nell’Oceano Indiano insieme al suo equipaggio di 36 marinai, di cui 16 spagnoli. Dopo che i pirati avevano minacciato di uccidere gli ostaggi se non venivano accolte le loro richieste. Sabato sono stati riportati a bordo del peschereccio spagnolo, Alakrana, i 3 marinai che erano stati trasferiti a terra il giovedì precedente nell`intento di esercitare pressione sulle autorità spagnole. Il timore per la vita degli ostaggi sembra per ora essere dissipato, ma la situazione in Somalia non è delle migliori dopo che tra governo di Madrid e pirati si sono interrotti i negoziati. I ‘predoni del mare’ hanno rifiutato il pagamento di un riscatto di due milioni di euro per il rilascio del battello e del suo equipaggio. Ne chiedono almeno il doppio. A condizionare poi, le trattative vi è la questione riguardante i due pirati catturati, il 3 ottobre scorso, dalla fregata spagnola, ‘Canarias’ al largo della Somalia e trasferiti poi, a Madrid dove sono in attesa di giudizio. I pirati esigono anche la loro liberazione mentre per le autorità spagnole il loro rilascio non rientra nei negoziati. La loro detenzione venne decisa 2 settimane fa dal giudice Baltazar Garzon. Una decisone che ha spaccato in due l’opinione pubblica iberica in quanto tutti erano consapevoli che questo atto avrebbe potuto rendere più difficile la liberazione dei marittimi dell’Alakrana. Come poi si è rivelato. Dopo l’ultimatum dei pirati, il dibattito sulla questione si è acceso ancora di più e lo scorso venerdì, nel corso di un’accorata conferenza stampa, i familiari dei marinai spagnoli hanno chiesto al governo madrileno di liberare i due pirati detenuti in Spagna ed evitare un blitz militare per risolvere il sequestro. A dar forza a questa loro iniziativa, essi hanno poi, promosso per sabato 7 novembre due manifestazioni per sensibilizzare l’opinione pubblica spagnola sulla vicenda. Manifestazioni a cui hanno partecipato migliaia di persone. Una si è tenuta a Bermeo, nei Paesi Baschi, e l’altra a Vigo, la città della Galizia da cui provengono la maggior parte dei marittimi spagnoli ostaggi dei pirati. Stamani il capitano della peschereccio, Ricardo Blach, intervistato telefonicamente dal quotidiano spagnolo ‘El Pais’, ha raccontato che a bordo sono 4 giorni che non cessano le provocazioni e i maltrattamenti da parte dei pirati. “Ci sputano addosso, ci prendono a calci”. “Sono armati fino a i denti e ci tengono sotto tiro`, ha spiegato Blach aggiungendo che a turno, uno per volta, sono tenuti sul ponte della nave, separati dal resto dell’equipaggio detenuto invece nella sala da pranzo. Secondo il capitano, i pirati sarebbero sotto l`effetto di droghe. Il racconto ricorda molto le vessazioni subite, per quasi 4 mesi, dai marittimi italiani ostaggi dei pirati somali insieme alla loro nave, il rimorchiatore ‘Buccaneer’. La Spagna potrebbe aggirare il problema dei due pirati detenuti accordando la loro estradizione in Somalia. Oppure trasferendoli in Kenya. Con il Paese africano, l’Unione Europea ha infatti firmato un accordo secondo cui tutti i pirati catturati vi vengono trasferiti per poi essere giudicati, e in caso di condanna, esservi detenuti. Finora sono un centinaio i pirati detenuti nelle carceri Keniote. Alla luce di quanto sta avvenendo nelle acque al largo della Somalia, e dopo circa 40 giorni dal sequestro della nave da pesca Alakrana, il governo spagnolo ha, nei giorni scorsi, proposto ai Paesi alleati che partecipano alla missione navale antipirateria dell`Ue, ‘Atalanta’ di mettere a punto un piano per bloccare i covi pirati lungo la costa somala, da cui partono i barchini delle ‘gang del mare’ per andare ad arrembare navi nel mare del Corno d’Africa. Di questa opportunità se ne è discusso anche nell’ambito della ‘Conferenza internazionale sulla lotta contro la pirateria al largo della Somalia’, tenutasi lo scorso 6 novembre in Cina. Alla riunione hanno partecipato rappresentanti delle forze navali di Russia, Giappone, India, Unione europea, Nato e altri Paesi. La pirateria ha ormai imboccato una strada pericolosa. Non si tratta più di combattere dei semplici banditi che si limitano a catturare navi e poi a chiederne un riscatto per il rilascio. Oggi si assiste ad un recrudescenza del fenomeno. Tanto è vero che si registrano sempre di più episodi in cui si verifica immancabilmente scontri a fuoco tra assalitori e assaliti. Addirittura i pirati ingaggiano ‘battaglia’ anche con le unità navali da guerra che pattugliano il ‘mare dei pirati’. E’ del primo novembre scorso la notizia che una nave da guerra della marina norvegese, la `Fridjof Nansen`, che stava controllando 4 pescherecci al largo della Somalia, è stata attaccata. La battaglia si è scatenata quando i marinai norvegesi avevano ultimato il controllo di 3 delle imbarcazioni da pesca e stavano avvicinandosi alla quarta. Nello scontro che ne è scaturito nessun militare è rimasto ferito mentre tra i pirati due sono stati uccisi. A bordo del peschereccio sono stati rinvenuti fucili mitragliatori e Kalashnikov prova questa evidente che gli uomini a bordo dell’imbarcazioni non si occupavano propriamente di pesca. Ormai quasi tutte le compagnie di navigazione commerciale si sono organizzate in modo da imbarcare a bordo delle loro navi, armi da utilizzare in caso di attacco o guardie private armate. Unica eccezione la Francia che ha imbarcato sulle proprie navi commerciali o da pesca, fanti di Marina. Di recente invece, la Spagna, le cui leggi non consentono l`impiego di personale militare su navi civili, ha concesso l`autorizzazione, alla sicurezza privata imbarcata sui pescherecci iberici, di poter utilizzare per la difesa armi da guerra. Ed è stato proprio grazie a questa concessione, che lo scorso 31 ottobre il peschereccio spagnolo ‘Artza’ è sfuggito ad un attacco dei pirati al largo delle coste somale. La concessione era stata approvata dal governo il giorno prima. Il 5 novembre invece, il cargo ellenico, ‘Theophoros 1’, in rotta verso Hong Kong, attaccato dai pirati, nel Golfo di Aden, pur non avendo armi o guardie di sicurezza a bordo, è riuscito a sventare lo stesso l’attacco. L’equipaggio ha tenuto lontano gli assalitori, con gli idranti, fino a quando non sono accorse in aiuto due navi da guerra delle missioni antipiarateria. Non è andata altrettanto bene invece all`equipaggio del cargo greco ‘Delvina’, attaccato e catturato, lo stesso giorno, dai pirati somali al largo delle coste della Tanzania. il ‘Delvina’, battente bandiera delle isole Marshall, è di proprietà della società armatrice, ‘Meadway Shipping’. Il cargo, proveniente dal Mediterraneo si stava dirigendo verso il porto keniota di Mombasa. Ora è trattenuto alla fonda lungo la costa somala dai pirati insieme al suo equipaggio di 21 marinai, 7 ucraini e 14 filippini. Nel frattempo stamani i pirati hanno attaccato, senza successo, una petrolifera di Hong Kong, la “BW Lion“. L`assalto è avvenuto a 400 miglia nautiche dal nord est delle Seychelles. L’attacco è stato portato, anche con lanci di granate, da parte dei pirati che si trovavano a bordo di due barchini. La petroliera è però riuscita ad allontanarsi attuando manovre evasive. Immediatamente allertati, sono intervenuti in zona, un aereo e la fregata francese, ‘Floreal’ della missione europea Atalanta, di base alle Seychelles. L’attacco di oggi, di fatto è quello più lontano dalla costa somala condotto finora dai pirati.
Ferdinando Pelliccia

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