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Pirateria. Madrid: unica soluzione per risolvere caso Alakrana, è pagare un riscatto





Oggi ricorre il 12esimo giorno di sequestro del peschereccio spagnolo ‘Alakrana’ caduto nelle mani dei pirati somali con 36 membri di equipaggio di cui 16 spagnoli. Nei giorni scorsi le autorità spagnole hanno fatto sapere che sono in corso trattative con i pirati per ottenerne il rilascio e che a condurle vi sono l`armatore dell`imbarcazione stessa e l`ambasciatore spagnolo in Kenya Nicolas Martin Cinto. Il peschereccio è alla fonda presso il covo pirata di Haradere sulla costa somala. I pirati per il rilascio della nave e degli uomini hanno imposto come condizione, per prima cosa, la liberazione dei loro due compagni arrestati dalla marina spagnola. A testimonianza questo, che i predoni del mare non abbandonano mai i loro compagni catturati. I due sono stati condotti in Spagna a testimoniare dinanzi al giudice dell’‘Audiencia Nacional’ Baltasar Garzon.
Inoltre hanno anche chiesto, come consuetudine, un riscatto di 4milioni di dollari. “Se queste condizioni non saranno rispettate non ci sarà alcun accordo”, hanno fatto sapere i pirati. Queste sono le condizioni a cui mai nessuno dei Paesi coinvolti in vicende di sequestri di marittimi e imbarcazioni è potuta mai sottrarsi. Non ultimo il caso del rimorchiatore italiano ‘Buccaneer’ per il cui rilascio è stato pagato verosimilmente un riscatto. La Spagna stessa ha già pagato circa un milione e 200mila euro per la liberazione del ‘Playa de Bakio’, un altro peschereccio sequestrato dai pirati somali nel mese di aprile dello scorso anno. Sequestro che si risolse in meno di una settimana. Questa volta invece le cose andranno più per le lunghe anche perché la trattativa è entrata in una fase di stagnazione. Questo soprattutto a causa della cattura dei due pirati che sarebbero diventati ora una delle contropartite che i rapitori hanno chiesto per liberare la nave e la cui consegna alla giustizia spagnola ha complicato la situazione. Non sono pochi quelli che in Spagna ritengono che l’unica soluzione valida per risolvere il caso dell’ `Alakrana` con i suoi 36 membri dell`equipaggio a bordo è arrivare ad un accordo in denaro con i sequestratori. Pagare dunque un riscatto. Inoltre è opinione comune che per superare lo stallo nel negoziato a causa dei due pirati catturati e far dimenticarli ai loro compagni. Per giungere a questo occorre, sempre secondo alcune opinioni molto forti in Spagna, pagare una somma maggiorata come indennizzo ai pirati. Nel frattempo i due pirati, Willy Abdu e Geesey Raage, il secondo è quello che è rimasto leggermente ferito al torace nel corso della cattura, sono giunti ieri mattina in Spagna a bordo di un aereo dell’aviazione spagnola messo a disposizione dal ministero della Difesa e atterrato nella base aerea di ‘Torrejón de Ardoz’ a Madrid. Per loro l’accusa è di sequestro di persona, furto con violenza e utilizzo di armi da fuoco. A bordo della loro imbarcazione i marinai spagnoli hanno trovato 6 cellulari e 5mila dollari. Secondo quanto hanno dichiarato, denaro e oggetti sono il compenso per aver partecipato all’assalto. “Il governo spagnolo non ha ricevuto alcuna richiesta di riscatto da parte dei pirati somali che da dodici giorni tengono in ostaggio i 36 marinai del peschereccio spagnolo `Alakrana`, con queste parole il ministro della Difesa di Madrid, Carmen Chacon ha smentito la notizia della richiesta di un riscatto. Il ministro ha anche affermato che i militari spagnoli nell’ambito della missione antipirateria dell’Ue ‘Atalanta’ hanno fatto un buon lavoro e hanno l`obbligo e il dovere di catturare i pirati, a meno che non mettano in pericolo la vita di innocenti. La gang del mare che ha catturato la nave da pesca spagnola è quello dei ‘Burcad Badeed’, letteralmente ‘I ladri del mare’. Il gruppo, che si stima sia presente a bordo con una dozzina di uomini, è considerato molto pericoloso. Una gang che sembra abbia una grande esperienza acquisita in precedenti sequestri di navi nel mare del Corno d’Africa. Sono certamente gli stessi che hanno tenuto in ostaggio per circa 4 mesi un cargo tedesco, la ‘Hansa Stavanger’. Potrebbero essere anche coinvolti nel sequestro della nave ucraina ‘Faina’, avvenuto nel settembre 2008 e terminato nel febbraio 2009. Nei giorni scorsi il leader del gruppo, Benlow Abdi, conosciuto come ‘Ali Sugulle’ aveva affermato che prima di qualsiasi negoziato per il rilascio dell’Alakrana devono essere soddisfatte tre condizioni: La Spagna deve prima incondizionatamente liberare i due pirati arrestati, secondo ritirare tutte le navi da guerra presenti nell’area dove si trova alla fonda l’Alakrana e terzo fermare la pesca delle imbarcazioni spagnole che violano le acque somale. Nella zona si trovano attualmente 10 pescherecci francesi e 15 spagnoli. “Se non rispettate ciò che diciamo, si creerà l`animosità nei confronti di cittadini spagnoli e questo non sarà bene per loro”, aveva affermato Abdi.
Da sempre il ministro Chacon ha ripetuto più volte che la priorità per il governo spagnolo è il salvataggio dell`equipaggio ma su questa dichiarazione alleggia il mistero di un possibile blitz militare. A tal proposito Ali Sugulle ha affermato: “La Marina ha predisposto un piano per salvare l’Alakrana e pensano che noi siamo stupidi, come quando la marina francese ci ha attaccato. Ora siamo pronti per l`azione se saremo attaccati”. Nei mesi scorsi la Marina francese era ricorsa per due volte ai commandos per liberare degli ostaggi e delle navi francesi in mano ai pirati. Operazioni durante le quali una dozzina di pirati erano stati arrestati e 5 uccisi. Nell’ultima azione ad aprile però era rimasto ucciso anche un ostaggio francese colpito dal fuoco amico. Però da allora sembra che le varie gang che scorazzano per l’Oceano Indiano si tengano alla larga dai naviglio francesi.
I Pirati che hanno in ostaggio l’Alakrana quindi sembrano ben determinati tanto da arrivare a minacciare rappresaglie contro i membri dell`equipaggio del peschereccio se dovessero essere attaccati. Minacce queste, smentite dal ministero della Difesa spagnolo. Nell’ambito della vicenda si è aperta anche una forte polemica in seno agli schieramenti politici spagnoli. Il confronto con la Francia non è la questione più dibattuta in Spagna. Come dicevamo nell’Oceano Indiano si trovano attualmente 10 pescherecci francesi e 15 spagnoli. Mentre Parigi ha posto dei militari armati a bordo delle imbarcazioni francesi, la legge spagnola proibisce invece l`utilizzo di soldati armati a bordo di navi civili. Una proposta in tal senso è stata respinta in parlamento nelle scorse settimane, anche con il voto del PSOE al governo. Il ministero della Difesa da tempo sostiene che non è possibile adottare tale proposta sia giuridicamente sia dal punto di vista operativo. La Francia, ha fatto notare il ministro Chacon, ha, a differenza della Spagna, in zona una sua base logistica operativa a Gibuti. Il ministro ha invece proposto di imbarcare a bordo, a difesa dei pescherecci, guardie private. Indicando al tempo stesso un elenco delle caratteristiche di sicurezza eccezionali da adottare per la difesa delle navi. Un altro motivo di scontro è il fatto, sottolineato dal governo, che l’Alakrana si trovava a 400 miglia ben lontano dalla zona di sicurezza. Zona che il governo afferma sia stata concordata con le società di pesca spagnole ma che quest’ultime negano di averle approvate. Dalla Spagna, le associazione di categoria dei pescatori premono invece per ottenere soldati a bordo dei pescherecci affermando che le navi francesi lavorano in vantaggio, in quanto si muovono liberamente e pescano di più. Il vice primo ministro Maria Teresa Fernandez de la Vega, capo dell’unità di crisi denominata ‘Coordinamento della Commissione per la liberazione dell’Alakrana’, ha ribadito che non è possibile garantire la sicurezza all`esercizio della pesca nell’Oceano Indiano anche se esiste un sorveglianza da parte di unità navali militari spagnoli. La maggior parte dei gruppi parlamentari all’opposizione nel parlamento spagnolo, dopo il sequestro della nave da pesca, hanno attaccato il ministro della Difesa, Chacon. La sua colpa sarebbe la mancanza di sicurezza delle navi che operano nell’Oceano Indiano. Dello stesso tono il recente intervento di Josu Erkoreka, portavoce del Partido Nacionalista Basco, PNV-EAJ, che da tempo si batte in Parlamento su questo argomento. “La nostra flotta da pesca al largo della costa della Somalia è a rischio, mentre il ministro della Difesa non interviene per non perdere voti al Congresso.
Questo non è giusto!”, ha detto nei giorni scorsi Erkoreka. Il leader del Partito di Euskadi, Antonio Basagoiti, ha accusato a sua volta il primo ministro, José Luis Rodríguez Zapatero, di essere responsabile del sequestro dell’Alakrana, per non aver minimamente protetto i pescatori. Prima di lui l’aveva fatto il leader del Partito Popolare spagnolo, Pp, Mariano Rajoy. Oggi Erkoreka è tornato a commentare la vicenda affermando che: “l`esecutivo avrebbe dovuto considerare che la detenzione dei due pirati sarebbe stata un elemento di distorsione nella negoziazione per la liberazione della nave e del suo equipaggio ostaggi dei pirati somali”. A tal proposito la portavoce del governo basco, Idoia Mendia invece si è dimostrato di tutt’altro parere. Mendia ha sottolineato che il procedimento giudiziario in atto, in relazione al rapimento del Alakrana, non è destinato ad ostacolare, ma a favorire il rilascio dei pescatori spagnoli. Spingendosi ad affermare che dopo la loro liberazione ci sarà il bisogno di cercare nuovi modi per migliorare l’attività di pesca nel ‘mare dei pirati’. Per quanto riguarda la polemica sul fatto della presenza o meno di militari o di guardie di sicurezza privata sulle navi da pesca, Mendia ha ricordato che la legge spagnola non consente la presenza di militari a bordo di navi civili, ma il governo è favorevole alla presenza di una sicurezza privata che sarebbe pagata metà dalle istituzioni e metà dagli armatori. Questo per incoraggiare tutti a dotarsi di una struttura di difesa a bordo. La legge francese, al contrario, permette di imbarcare militari a bordo delle navi civili, ma il costo è tutto a carico dei proprietari, quindi in pratica, ha evidenziato Mendia, solo le grandi società di pesca se lo possono permettere.
Ferdinando Pelliccia

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