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Pirateria. Liberare gli ostaggi del Buccaneer senza violenza





Ancora una volta il ministro degli Esteri Franco Frattini torna ad affermare che: `Bisogna evitare un blitz militare per liberare gli ostaggi della nave italiana Buccaneer, nelle mani dei pirati somali dallo scorso 11 aprile`. Parole che sembrano buttate li nell`insieme di un discorso e forse che sembrano anche essere senza senso.
Invece non e cosi!
Frattini da ottimo diplomatico qual è, continua a mettere metaforicamente le mani avanti.
A bordo del Buccaneer ci sono 16 marinai di diversa nazionalità, 10 sono italiani. L`ipotesi di un blitz non è stata mai espressamente promossa, ne sostenuta dall`Italia che invece, almeno ufficialmente punta ad ottenere il rilascio dell`equipaggio del rimorchiatore italiano senza condizioni e senza riscatto. L`idea del blitz è venuta fuori la prima volta a maggio quando Margherita Boniver, inviato speciale per le emergenze umanitarie, si è recata in Somalia ed ha incontrato tra gli altri anche il presidente della regione autonoma del Puntland, Abdirahman Mohamed Farole.
Il governo del Puntland, come sempre in casi di pirateria, in un primo momento ha fatto da tramite tra governo italiano e sequestratori.
Poi, improvvisamente ha cambiato linea di condotta.
La nave italiana è alla fonda, di fronte alla costa della regione autonoma somala, a circa 10 miglia dal porto di Las Qoray nel nord del Paese.
Il presidente Farole, dopo aver respinto il ruolo di `negoziatore` si è voluto vestire dei panni di fautore di nuovi propositi.
Farole ha offerto all`Italia la disponibilita a far compiere alle sue forze di sicurezza un blitz militare per liberare gli ostaggi.
La Farnesina ha subito respinto l`offerta.
`Niente azioni di forza, la salute degli ostaggi anzitutto`, ha sempre affermato la Boniver.
Le autorità del Puntland allora hanno vietato ogni negoziazione se a sfondo economico perchè ciò favorisce e incentiva il fenomeno della pirateria. Tra il governo di Roma e quello di Garowe c`è stata la rottura.
Non è la prima ne sarà l`ultima volta che Frattini afferma che: `L`unica strada è evitare un blitz militare, perche si metterebbe a rischio la vita dei nostri ostaggi`.
Però il fatto che lo riaffermi in un momento in cui sembra che contatti e trattative abbiano dato buoni frutti, fa immaginare che gli scenari siano `diversi` e che forse ancora una volta la diplomazia italiana in Somalia abbia fallito e che l`ipotesi del blitz per `tentare` di liberare gli ostaggi abbia di nuovo preso piede.
Quando il capo della diplomazia italiana afferma che: `abbiamo li una nave da guerra italiana molto ben attrezzata ma abbiamo detto che un blitz sarebbe controproducente`, certamente il ministro si riferisce alla nave anfibia d`assalto San Giorgio con a bordo uomini e mezzi del battaglione San Marco, i marines italiani.
La nave della marina militare, che opera in maniera autonoma sotto il diretto comando del governo italiano e dello Stato maggiore, è al largo della costa somala da qualche mese e da li sorveglia a vista, attraverso i sofisticati strumenti che ha a bordo, il Buccaneer, gli ostaggi e i pirati. Una sorta di catena: gli ostaggi sono sorvegliati a vista dai pirati, che a loro volta sono sorvegliati dalla San Giorgio che ha sua volta è guardata a vista dai pirati.
Un complicato gioco di ruoli che di certo impedisce alle parti di compiere mosse senza che l`altra non lo sappia in tempo. Nessuno può quindi compiere `passi falsi` e ne tanto meno le forze speciali italiane effettuare un blitz a sorpresa.
Allora sorge spontaneo chiedersi: chi potrebbe compiere un blitz contro i pirati per liberare gli ostaggi, visto che il ministro Frattini continua a ripetere `l`unica strada è evitare il blitz militare`? Un blitz su una nave battente bandiera italiana, quindi considerato territorio italiano, chi potrebbe farlo senza la nostra autorizzazione?
Il pensiero corre all`offerta di Farole di due mesi prima ed un brivido sale lungo la schiena.
Non è che l`Italia alla fine ha accettato di far compiere il blitz alle forze speciali del Puntland, ma non si può ammettere apertamente?
Se le cose dovessero andare male a rimetterci sarebbero i 16 sfortunati marittimi e qualche pirata.
Però se andassero bene a raccogliere l`onore sarebbero poi coloro che in effetti avrebbero dato luce verde all`azione di forza ossia le autorità italiane o chi per esse si sta interessando alla vicenda.
A guadagnarci sarebbero anche le autorità del Puntland che non chiedono altro che apparire, agli occhi della comunità internazionale, in una luce nuova per poter ambire a sedersi alla tavola degli aiuti economici e alimentari promessi dai Paesi donatori, tra cui l`Italia, alla Somalia e da cui per ora, sembrano essere stati esclusi.
Del resto l`aveva anche affermato la Boniver nel corso del suo viaggio nel Corno d`Africa: `Se il presidente Farole ci aiuterà noi aiuteremo la sua povera comunità`.
Parole che unite a quelle pronunciate ieri da Frattini fanno aleggiare sulla vicenda Buccaneer strane ombre e tenebrose nebbie. L`impegno italiano nella lotta alla pirateria non si limita solo alla San Giorgio ma va ben oltre, con la presenza nel `mare dei pirati` di altre 3 unità da guerra della marina italiana: le fregate Maestrale e Libeccio e il pattugliatore d`altura Comandante Borsini. La Maestrale e il Comandante Borsini partecipano alla missione anti pirateria `Atalanta` dell`Unione europea. Mentre la Libeccio rientra nell`ambito della missione della Nato anti pirateria, denominata `Scudo Oceanico`, che ha preso il via dal primo luglio nel mare del Corno d`Africa.
Si tratta delle due missioni volute dalla comunita internazionale per combattere il fenomeno della pirateria nel Golfo di Aden e nell`Oceano Indiano. Si tratta di una superficie di più di 2,5 milioni di chilometri quadrati. Un mare dove passa la rotta che collega l`Europa con il Mar Rosso. Una delle più frequentate dalla flotta commerciale di tutti i Paesi del mondo e lungo cui vi transitano cargo carichi di petrolio, aiuti umanitari e armi. Una rotta che per proteggerla è stato istituito `il corridoio marittimo del Corno d`Africa` pattugliato da una ventina di navi della coalizione navale internazionale anti pirateria. Sebbene siano stati raccolti alcuni risultati positivi come l`arresto di un centinaio di pirati e il salvataggio di diverse navi, la presenza delle flotta militare non ha scoraggiato gli attacchi.
Nel `mare dei pirati` sono intervenuti addirittura altri Paesi, in forma autonoma, come la Cina, l`Iran, l`India e Australia per proteggere le loro navi mercantili. Il fatto che si siano scomodate sia navi militari occidentali sia orientali, porta a capire anche come gli interessi in gioco siano anche altri. Non sono pochi quelli che si chiedono come sia possibile che circa un migliaio di pirati siano capaci di tenere testa ad una tale forza militare?
Sono circa 15 le `gang del mare` che operano al largo delle coste somale. Hanno a loro disposizione un centinaio di barchini veloci, diverse navi madri e comunicano tra di loro con sofisticati Gps.
Per batterli sarebbe più facile intervenire sulla terra ferma anche in virtù del fatto che si conoscono dove sono i loro covi. Sono tutti ubicati lungo la costa del Puntland, chiamata per questo la `nuova Tortuga`. Purtroppo un attacco è impensabile sferrarlo senza l`appoggio delle autorità di Mogadiscio che ora appaiono quanto mai deboli e il suo controllo sul territorio è inesistente.
Si stima che siano tenuti in ostaggio dai pirati almeno 215 marinai, 16 navi e 4 chiatte. Tra gli ostaggi dei predoni del mare somali e trattenuta anche una donna, forse una romena, e almeno 3 minori di origine egiziani, di cui sembra che l`UNICEF non ne sia a conoscenza, altrimenti avrebbe adottato misure idonee per ottenerne la liberazione.
Ferdinando Pelliccia

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