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Pirateria nell`Oceano Indiano. Raggiunto un record. In mano ai pirati 20 navi e 300 ostaggi


Dopo gli ultimi assalti compiuti dai pirati somali sono ora trattenute nelle loro mani 20 navi e 300 ostaggi. Di fatto è un record in quanto è il numero più alto mai raggiunto da quando ha preso il via il fenomeno nel 2006. Nelle ultime 24 ore, nelle acque al largo della Somalia, sono state catturate altre 4 imbarcazioni: Due pescherecci egiziani, un mercantile greco e una nave battente bandiera togolese. I dati forniti dall`Agenzia marittima internazionale, Imb, con sede a Kuala Lumpurn che si occupa del monitoraggio di questo fenomeno, sono in continuo aggiornamento. Mentre nel 2008 le navi sequestrate erano state poco più di 80, contro le 31 del 2007. Nei primi 4 mesi del 2009 sono già 77 le navi catturate dai pirati. Dati questi che hanno fatto diventare la Somalia il cuore della pirateria mondiale. Un primato raggiunto tranquillamente nonostante nella zona sia schierata una coalizione navale internazionale in chiave anti pirata, pronta anche al blitz per salvare gli uomini tenuti in ostaggio dai predoni del mare. Cosa che si è puntualmente verificata con due blitz compiuti nei giorni scorsi dalle forze speciali francesi e americane per liberare alcuni loro connazionali. Ora però i moderni filibustieri che finora non hanno mai ucciso ne hanno mai praticato violenza di sorta sugli ostaggi, dopo i blitz, hanno minacciato di voler cambiare metodo. I primi segnali stamani quando i pirati dopo aver catturato due mercantili hanno, per la prima volta, aperto il fuoco su una terza nave. Sia gli ostaggi sia le navi sono tenuti in custodia nel porto di Eyl, nel Puntland, regione semiautonoma a Nord est della Somalia, una volta piccolo porto di poverissimi pescatori, ora capitale della nuova Tortuga dei bucanieri, a cui poi, si associano anche una serie di altri porticcioli vicini. Pur conoscendo il luogo esatto dove vengono condotte navi e uomini, fino ad oggi nessuno è mai intervenuto per porre fine a tutto questo anche perchè gli ostaggi, in caso di attacco da parte delle forze internazionali, potrebbero trasformarsi in scudi umani. Il fenomeno nonostante il massiccio impiego di forze navali di contrasto ha negli ultimi mesi subito un`accelerazione inattesa inoltre sembra che per quanto riguarda gli ultimi sequestri le imbarcazioni sono state portate invece che a Eyl, più a nord, tra Puntland e Somaliland, l`altra regione somala autoproclamatosi indipendente nel marzo del `91. Essendo l`area peraltro storicamente contesa tra le due regioni il fatto fa pensare che sia avvenuta una scelta strategica da parte dei pirati per esacerbare i contenziosi geografici tra Puntland e Somaliland, da sempre forti.

Oggi il termine pirata pur evocando immagini d`altri tempi: bandiere nere con il teschio e le ossa incrociate, arrembaggi e scorrerie e ormai tutt`altra cosa. I moderni bucanieri che infestano i mari sono sempre di più dotati di mezzi moderni e hi tech, e rappresentano, al pari dei loro predecessori, una minaccia molto seria per i commerci e il turismo via mare. I pirati sanno adoperare internet e i sistemi satellitari di rilevamento e sono in grado di compiere transazioni bancarie e hanno contatti internazionali che gli consentono di riciclare i proventi dei loro arrembaggi. Oggi le zone del mondo più colpite dal fenomeno sono: il Corno d`Africa e l`Oceano Indiano.
I predoni del mare somali sono facilitati nella loro attività dal vuoto di potere e dal caos che da 1991 regna in Somalia. In un Paese privo di istituzioni legittimate dal popolo la pirateria ha finito per incontrare enormi consensi popolari. Tanto è vero che intere cittadine sono solidali e collaborano con i pirati partecipando anche alla ripartizione dei proventi. Per molti dei somali che abitano lungo le coste il ricorso alla pirateria di fatto non è stato altro che un lavoro alternativo, l`unico praticabile per chi si è visto togliere il mare, ormai il più inquinato del mondo, che era la sua unica fonte di sostentamento. Tra i pirati ci sono anche persone che con il mare hanno poco a che fare e il mestiere del marinaio-pirata l`hanno imparato per necessità. Sono per lo più pastori che hanno appreso una discreta abilità marinara che li ha resi capaci di spingersi, a bordo di piccole imbarcazioni, anche per centinaia di miglia dentro l`Oceano Indiano per poi, abbordare con funi e rampini le navi.
Recentemente è avvenuto anche il sequestro di una nave statunitense, il primo dopo due secoli. Il presidente americano, Barack Obama, ha promesso di voler risolvere il problema della pirateria, lungo quella che è una rotta fondamentale per il commercio marittimo mondiale. Anche il suo omolgo francese Nicolas Sarkozy ha lanciato un appello alla mobilitazione internazionale per bloccare il fenomeno. Finora la comunità internazionale ha dislocato nell`area una forza navale internazionale in chiave anti pirata. Una coalizione navale che però, non ha avuto finora grande effetto nel contenere quella che è stata definita la principale minaccia che colpisce interessi politici, strategici e commerciali di tutto il mondo. Finora l`Onu ha approvato delle risoluzioni che autorizzano le marine da guerra di Paesi terzi a entrare nelle acque somale per inseguire i pirati e consentono loro l’utilizzo della forza. Dallo scorso dicembre il Consiglio dei ministri degli Esteri dell`Unione europea ha inviato in quelle acque una missione navale europea a difesa del traffico marittimo al largo della Somalia, nel Golfo di Aden, nell`oceano Indiano e nel mar Rosso infestati dai pirati, la `missione Atalanta`. Alla missione vi partecipano Italia, Belgio, Francia, Grecia, Olanda, Svezia, Spagna, Gran Bretagna e Germania. Dall`inizio dell`anno è operativo anche un dispositivo anti pirateria creato dal Pentagono e gestito dalla V Flotta, il `Combined Task Force`, Ctf 151. Inoltre il Golfo di Aden è pattugliato anche da navi militari del Canada, Russia, India, Giappone, Corea del Sud e Cina. La sola Russia ha mobilitato una propria forza navale costituita da ben 5 navi. Il primato di essersi attivata per prima nel Golfo di Aden in chiave anti pirati, è dell`Italia che intervenne nel 2005 con la fregata lanciamissili della Marina militare `Granatiere`.
Finora l`informazione fornita dai media sul fenomeno è stata piuttosto selettiva. Una dimostrazione è data in occasione del recente sequestro del rimorchiatore italiano, Buccaneer, con a bordo 10 marinai italiani. Solo in questo caso il fenomeno della pirateria ha trovato spazio ed è stato riportato dai media italiani. Sulla loro liberazione si tratta ed è stata presa in considerazione l`ipotesi di un blitz, se non come ultima ed estrema opzione. Naturalmente la fregata della Marina militare italiana `Maestrale`, che partecipa alla missione europea antipirateria `Atalanta`, con 220 uomini a bordo, è pronta ad ogni evenienza. In caso di blitz, secondo la prassi ricorrente, sono le forze del Paese interessato ad intervenire, pertanto saranno i due elicotteri e gli incursori di Marina imbarcati sulla fregata ad entrare in azione, naturalmente insieme e in coordinamento con gli alleati.
Se si guarda in profondità in questo fenomeno si legge un messaggio. I pirati lo hanno lanciato da tempo. Un messaggio che però non è piaciuto e allora quasi nessuno si è incaricato di trasmetterlo alle opinioni pubbliche occidentali. Il fenomeno della pirateria in Somalia nasce dalla necessità di voler sopravvivere e i pirati non sono altro che i pescatori somali che sono rimasti senza lavoro a causa di responsabilità da ricercare nell`ambito nazionale e internazionali. Per quasi vent`anni nessuno si è preoccupato di tenere sotto controllo le acque territoriali della Somalia. Questo ha permesso per primo che il mare somalo fosse invaso fin sotto costa dai pescherecci dei Paesi industrializzati che lo hanno depredato di ogni sua ricchezza. Poi, che venisse invaso dai rifiuti dei Paesi industrializzati trasformandolo in un immondezzaio internazionale. Quando in seguito, nell`Oceano Indiano si verificò lo tsunami, l`onda anomala arrivò anche in Somalia e fece risalire a galla il micidiale cocktail di rifiuti tossici che era stato mandato a fondo. I villaggi dei pescatori già senza pesce, si ritrovarono anche con le falde acquifere inquinate. Nel Paese nessuno si preoccupò, come era ovvio, di monitorare la situazione. Migliaia di somali, che popolavano le coste, morirono e molti altri oggi soffrono di malattie da contaminazione industriale in un Paese dove invece non esistono industrie. In un certo modo disturba pensare che quella stessa comunità internazionale che non si è mai preoccupata di soccorrere queste persone e nemmeno di proteggere le coste somale dalla depredazione e distruzione oggi invece, ha assunto una posizione dura contro la pirateria. Che di fatto è l`unica attività possibile a cui i pescatori somali possono dedicarsi. Se si è giunti a questo punto è solo per il fatto che è rimasta inascoltata la voce di chi per anni, con forza, chiedeva la restituzione di un mare e delle sue ricchezze che per secoli avevano dato felicità e prosperità a tanta gente. Voci che nessuno ha mai trasmesso all`opinione pubblica mondiale favorendo invece la nascita del fenomeno dei pirati dipinti come feroci terroristi o ancora peggio. E facendo passare soprattutto il messaggio che a causa dei pirati che infestano le acque a largo delle coste somale sono minacciate le consegne degli aiuti umanitari a tutti quei Paesi africani che sopravvivono grazie agli aiuti umanitari. D`altronde chi non considererebbe una preda ambita le centinaia di navi che ogni anno, passando davanti alla propria casa, trasportano l`opulenza dell`occidente.
Ferdinando Pelliccia

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