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Golfo di Aden, tra storia e realtà


E` sempre più teso il braccio di ferro tra la comunità internazionale e i pirati somali. Quello della pirateria è un fenomeno che sta assumendo dimensioni preoccupanti. I pirati negli ultimi quattro giorni hanno sfidato le potenze navali mondiali presenti al largo della Somalia, allargando il loro raggio d`azione in profondità nell`Oceano Indiano e sequestrando numerose imbarcazioni.
Il fenomeno ha fatto lievitare fortemente i costi di spedizione su cui ha pesato molto l`aumento dei premi assicurativi. Lo scorso mese di maggio i Lloyds di Londra avevano già riclassificato l`area del Golfo di Aden come zona di guerra, paragonandola per quanto riguarda il rischio all’Iraq, e di conseguenza aveva aumentato i premi assicurativi. Ad un anno di distanza la situazione non è cambiata e si prefigurano nuovi aggiornamenti. Il rischio di fare brutti incontri ha anche costretto, le compagnie di trasporto marittimo, a cercare nuove rotte per proteggere le loro navi e i loro carichi. In molte stanno pensando di ritornare ad una vecchia rotta, quella di Vasco de Gama, scoperta nel 1498. Per raggiungere il Pacifico si dovrebbe compiere la circumnavigazione dell’Africa. E` dal 1869, anno dell`inaugurazione del canale di Suez, che in pratica pochi o nessuno segue più quella rotta che del resto è più lunga e rischiosa. Se fosse ripristinata, il fatto avrebbe un valore negativo in quanto costituirebbe un grosso passo indietro nella moderna società e tutto a causa dei pirati. Tra le compagnia marittima che hanno già deciso di ripercorrere la rotta di Vasco de Gama vi è la danese `Moeller Maersk` che è stata subito imitata dalla norvegese `Odfjell` che è tra le più grandi compagnia al mondo che trasportano greggio. Fatto questo che comporterà di certo anche un aumento del costo del trasporto del greggio e di conseguenza dei suoi derivati. Sebbene il fenomeno nelle acque al largo della Somalia abbia fatto `capolino` nel 2006 e i pirati siano saliti alla ribalta nel settembre 2008, quando hanno sequestrato il cargo ucraino `Faina` carico di armi rilasciato poi lo scorso febbraio, è indubbiamente il 2009 l`anno che ha visto l`intensificarsi dell`attività piratesca nel Golfo. Praticamente i sequestri di navi al largo della Somalia sono raddoppiati dal 2007 al 2008. Nel 2007 sono stati 41 mentre nel 2008 il numero degli attacchi sono stati 111. Nei primi 4 mesi del 2009 sono già 77. Nell`area, vasta circa 2,5 milioni di chilometri quadrati, da mesi incrociano navi da guerra di ben 15 nazioni. Dallo scorso giugno infatti, l’estensione delle attività dei filibustieri somali e la varietà degli interessi colpiti ha indotto la comunità internazionale alla costituzione di coalizione in chiave anti pirati, in barba a divisioni politiche e geografiche, composta da decine di navi da guerra messe a disposizione da Spagna, Germania, Francia, Italia, Danimarca, Portogallo, Grecia, Stati Uniti, Belgio, Olanda, Canada, Cina, Iran, Corea del Sud, Svezia, Giappone, Gran Bretagna, India e Russia. Alcune di queste navi pattugliano l’area in forma indipendente dalle altre, ma la gran parte della flotta anti pirati fa parte di 2 missioni, il dispositivo Combined Task Force, Ctf-151, a guida Usa e la missione `Atalanta` a guida Ue. Tutto questo però, non basta per prevenire e sconfiggere gli atti di pirateria perché, nonostante la presenza delle navi è impossibile tenere sotto controllo un mare così vasto. Il Golfo di Aden è una delle vie marittime più trafficate al mondo. Per questa rotta vi transita la gran parte delle forniture energetiche mondiali, oltre che una buona parte del commercio marittimo tra Asia ed Europa. Prima di quella del mare di Somalia il fenomeno aveva interessato un’altra importante via marittima mondiale quella dello stretto di Malacca. Quell`area ora è stata `bonificata`. Il risultato raggiunto è stato reso possibile da un`efficace contrastato favorito innanzitutto dal fatto che i Paesi della regione hanno trovato un intesa comune e sono intervenuti direttamente sui covi dei pirati situati sulla terraferma e senza limitazioni di confine. Cosa che purtroppo non è possibile attuare in Somalia. Il Paese del Corno d`Africa è una polveriera pronta ad esplodere. Sul suo territorio ci sono migliaia di miliziani armati fino ai denti e pronti a coalizzarsi contro chiunque tenti azioni di forza all`interno del Paese. Tra i gruppi più pericolosi ci sono quelli di `al Shabaab`, l`organizzazione islamica ritenuta vicina ai terroristi di al Qaeda e che controlla gran parte del Paese. Finora tranne alcune sortite di tipo punitivo compiute da commandos francesi, nessuno si è mai azzardato a pensare di poter interventi anche sulla terraferma. Secondo l`inviato speciale delle Nazioni Unite in Somalia, Ahmedou Ould-Abdallah, andrebbe per prima affrontato il problema della `governance` in Somalia, dove dal 1991, anno della caduta del dittatore Siad Barre, regna un caos indescrivibile, per trovare poi una soluzione al problema dei pirati che ne è una diretta conseguenza. La mancanza di un governo legittimato dalla volontà popolare infatti, mentre da un lato spinge i più disperati a correre ogni rischio per assicurarsi la sopravvivenza dall’altro rende impossibile il controllo del territorio. Questo opzione però, sembra ricominciare a prendere piede. Sono in molti a ritenere che l`unica soluzione sia attaccare le basi a terra dei pirati che del resto sono tutte state identificate. L`ipotesi sarebbe l`invio di una forza anfibia internazionale che con una rapida azione ripulisca le coste dai bucanieri somali. Una soluzione questa che è prevista dal Trattato di Montego Bay del 1982 meglio conosciuto come la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare che sancisce anche il diritto alla repressione della pirateria. Un diritto che comporta anche l`autorizzazione ad inseguire una nave dalle acque internazionale fino in quelle territoriali, e anche fino alla costa. E ancor di più, che vede il diritto di distruzione del `sorgitore`. Quest`ultimo è il termine marinaresco il cui significato è: qualsiasi zona da cui può partire un mezzo marino che non sia un porto. A frenare il ricorso all`opzione di intervento armato sulla terraferma pesa anche il fatto che i pirati appaiono agli occhi delle popolazioni locali come degli eroi e pertanto, di certo, le genti somale sarebbero pronte ad aiutarli. Non a caso nei giorni scorsi uno dei predono del mare catturati recentemente in un `intervista si è dipinto come un moderno Robin Hood. Sembra infatti che il messaggio che i pirati lanciano alla gente sia: “Noi togliamo dei soldi a chi ne ha tanti e li usiamo per stare meglio tutti”. Un`idea che ci riporta con la mente alle imprese del pirata Morgan. Con il cambio dell`inquilino alla Casa Bianca la pirateria in Somalia è diventata oggetto di forte dibattito anche negli Usa. Una discussione che ruota intorno alle due opzioni classiche: mantenere un profilo basso o attaccare le basi dei pirati sulla terraferma. Un confronto politico e militare che a Washington ha assunto connotati diversi dopo che è stato compiuto da parte dai pirati somali l`abbordaggio, il primo dopo 200 anni, di una nave americana. Il fatto che siano stati attaccati gli `interessi americani` potrebbe ora far prevalere quella parte che protende per l`azione di forza. Tuttavia, pochi Paesi sono favorevoli a un`operazione militare condotta in terra di Somalia. In proposito l`edizione odierna del quotidiano americano `Los Angeles Times` riporta una dichiarazione del premier somalo Omer Abdirashid Ali Sharmarke che ha affermato: “La lotta contro i pirati potrebbe contare su una soluzione rapida, semplice e relativamente poco costosa: il coinvolgimento delle autorità somale”. In effetti nei giorni scorsi il presidente somalo, Sheikh Sharif Ahmed, aveva sostenuto di avere un piano per sconfiggere i pirati simile a quello con cui nel 2006, quando era a capo dell`Unione delle Corti Islamiche, Uci, ebbe per qualche mese ragione del problema. Un piano che ipotizza l`invio di 1000 soldati in alcuni dei porti della costa somala per dare la caccia ai pirati e la creazione di una Guardia costiera composta da circa 3mila uomini. Purtroppo la mancanza di fondi ne ha finora impedito l`attuazione. Quando nei giorni scorsi, il deputato americano Donald Payne, si è recato in visita a Mogadiscio le autorità somale gli hanno fatto presente questa loro necessità illustrandogli quanto, nella lotta contro i pirati, il loro piano potrebbe dare risultati migliori rispetto all`attuale strategia. Trovando nell`inviato di Obama un valido sostenitore. “costa di meno affrontare questo problema sulla terra, prima che i pirati salpino per andare ad attaccare le navi nelle acque del Golfo di Aden”, ha affermato Payne, che ha annunciato la sua intenzione di chiedere fondi al Congresso.
Il presidente americano, Barack Obama, dopo aver seguito la linea del silenzio, ad aver aletto a portavoce del suo pensiero il segretario di Stato, Hillary Clinton, di recente ha dichiarato che intende porre fine alla pirateria al largo della Somalia, rafforzando la collaborazione con gli alleati e ha ordinato un blitz delle forze speciali americane contro i pirati per liberare un ostaggio americano nelle loro mani. Da parte loro, i pirati hanno minacciato rappresaglie e attacchi. “le recenti azioni di autodifesa effettuate da Francia ed Usa hanno lanciato un forte messaggio ai pirati e, ciò che più conta, a quanti li manovrano sfruttando la povertà e la disperazione dei loro giovani compatrioti”, con queste parole, il rappresentante speciale dell`Onu per la Somalia ha commentato i blitz. Gli Stati Uniti attualmente stanno valutando anche l`ipotesi di inviare navi da guerra lungo la costa somala per lanciare una campagna contro le navi madre dei pirati. Quelle grandi imbarcazioni da cui partono le veloci scialuppe utilizzate dai pirati durante gli attacchi e razzie via mare.
Nel contesto si inseriscono anche i timori degli operatori umanitari del Programma alimentare mondiale dell`Onu, Pam, i quali temono che la popolazione somala possa rimanere senza aiuti alimentari a causa del precipitare della situazione al largo della Somalia. Anche le navi cariche di aiuti umanitari vengono arrembate dai predoni del mare. Quasi metà dei 7 milioni di abitanti della Somalia dipendono da questi aiuti.

Ferdinando Pelliccia

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