Intervista a 360° all'autore dell'appassionato libro "Il mio agente Sasha" nonché Presidente della Commissione Mitrokhin; commissione da più parti, anche non avverse politicamente, "cecchinata", in puro stile italiano, dalla lunga mano dell'ultimo capo del KGB. Una lucida ricostruzione della Russia di Putin, per nulla dissimile dall'ex Urss e dell'Italia del Cavaliere nel tempo della seconda guerra fredda.
Presidente Guzzanti, perché questo libro così dettagliato su Litvinenko e la Commissione Mitrokhin?
PG - Per riempire un vuoto enorme. Gli italiani non sanno che cosa è successo, ma grazie ai falsi di Repubblica, tutti dimostrati, ha saputo quel che non è successo. Inoltre si tratta di una grande storia, in cui perdono la vita almeno quattro persone e di cui nessuno ha voluto che (in Italia) se ne parlasse. E’ un libro che ha richiesto quasi tre anni di lavoro, un libro denso e importante, ma che si legge come un grande romanzo di spionaggio.
In cosa consisteva e com'è stato trattato dalle autorità italiane e straniere il “materiale Mitrokhin”?
PG - Il materiale Mitrokhin, cioè le schede che il servizio segreto inglese passo negli anni al Sismi italiano, fu chiuso a chiave e non usato per compiere indagini di intelligence (non indagini penali). Ma la parte più importante di quel materiale fu rifiutata all’origine, impedendo agli inglesi di inviarla a Roma. E quando Vasilij Mitrokhin, prossimo alla morte, chiese di vedere con urgenza gli agenti italiani per dire loro tutto quel che sapeva, gli italiani fecero finta di non aver capito e non andarono.
Secondo lei perché i servizi italiani “occultarono” il grande lavoro di Mitrokhin?
PG - Per non disturbare il Partito comunista, i suoi successori, ma anche la Dc e il Psi, dove si trovava la maggior parte dei collaboratori del Kgb. I russi non volevano che gli iscritti al Pci fossero agenti del Kgb.
La Commissione si occupò anche di altro. L'attentato a Papa Giovanni Paolo II, strage di Bologna, rapimento Moro. Perchè e come si giunse ad allargare le indagini?
PG - Perché la Commissione alla fine del 2004, dopo quasi due anni di lavoro aveva già risposo alle domande che la legge 90 del 2002 aveva posto. Lo fece con una cospicua relazione che fu approvata a maggioranza dopo due mesi di accanito dibattito nella commissione che era composta di 20 deputati e 20 senatori di tutti i partiti. Così, rimase del tempo e accadde che il papa Giovanni Paolo II disse in una intervista per la prima volta di sapere da dove veniva la pallottola che per poco non lo aveva ucciso. Fu così che aprii le indagini sull’attentato e il risultato fu clamoroso: dimostrammo al di là di ogni possibile dubbio che Antonov era accanto ad Ali Agca mentre sparava e che dunque i servizi bulgari, i più fedeli al Cremlino, erano sulla piazza eseguendo ordini dal Cremlino. Per Moro siamo partiti dalla seduta spiritica inventata da Prodi ed altri, per scopi mai chiariti ma molto preoccupanti e gravi.
I risultati ottenuti possono considerarsi un eccellente base di partenza per ulteriori indagini sugli anni più misteriosi e terribili della storia repubblicana. Invece le istituzioni sono ancora ferme al palo, un vero disastro per il futuro. Lei cosa ne pensa?
PG - Penso che “i misteri d’Italia” sono tutti lì, pronti per essere risolti e anzi già risolti, almeno i più misteriosi. Bologna non è stata una strage fascista, ma araba. Come del resto Ustica. Il treno di Natale fu fatto saltare da Carlos per conto della Stasi, come risulta in documenti autentici della Stasi e così via. Non era soltanto la Cia a lavorare in Italia e abbiamo rivelato la faccia nascosta della Luna, quella con lo scudo e la spada del Kgb.
Entriamo nel dettaglio della vicenda. Litvinenko è stato assassinato per la sua segreta collaborazione con la Commissione o i moventi sono più di uno e comunque collegati?
PG - Sasha Litvinenko ci forniva puntuali aggiornamenti su ciò che accadeva in Russia e si tramava contro la nostra commissione. Si serviva di due colleghi di pari grado rimasti a Mosca e del suo superiore Anatolij Trofimov. Furono tutti uccisi e per ultimo fu ucciso lui con un metodo che avrebbe dovuto non soltanto assassinare Litvinenko, ma anche la commissione Mitrokhin, esattamente come avvenne.
Nel libro si legge la lucida testimonianza di Litvinenko in merito ai motivi per cui gli fu sconsigliato di riparare in Italia: perchè Prodi, in sintesi, era un “uomo del KGB”. Sarebbe potuto bastare questo per dare il via all'esecuzione di Sasha? O questa testimonianza rappresentava l'inizio di ulteriori e più sconvolgenti rivelazioni sulle infiltrazioni sovietiche in Italia?
PG - Litvinenko parlò per oltre 40 ore e le sue bobine sono al sicuro. Io fui costretto a non usare che poche cose che lui ci disse, perché dovevo restare nei precisi confini d’indagine che la legge aveva assegnato alla Commissione parlamentare di cui io ero il presidente. Ma a Mosca lo consideravano una mina galleggiante, così come consideravano noi un pericolo attuale, da eliminare.
Immediatamente dopo la morte del Colonnello Litvinenko in Italia si scatenò una indegna campagna di disinformazione sul lavoro della Mitrokhin. Il giornale «La Repubblica» ne fu megafono principale, peccato che l'inchiesta del quotidiano subì clamorose smentite che al contrario delle accuse ebbero pochissima, se non alcuna, risonanza mediatica. La disinformazione a questo punto non riguarda solo chi se ne fa portavoce, ma anche chi omette di divulgare l'“altra verita” che poi allo stato attuale risulta essere quella supportata da solide basi documentali. Ecco, l'informazione italiana è dilettantistica, debole o in gran parte coinvolta in questo tipo di manipolazioni?
PG - L’informazione, ma diciamo pure il giornalismo italiano, è pigro e codardo. Non fa più inchieste e meno che mai inchieste scomode e controcorrente. Attende verbali compiacenti, trascrizioni manipolate di intercettazioni e quelle pubblica. Se in Italia ci fosse stato il giornalismo degli anni Settanta, non avremmo forse avuto una tale cortina di silenzio complice. Ma la colpa non è dei singoli giornalisti. La colpa è di una editoria che serve interessi e fa parte di schieramenti. Ne discende un giornalismo servile e asservito, distratto e isterico, quando non è complice.
Secondo Bukowsky, «La Repubblica» e il «Guardian» sono stati utilizzati dal KGB per montare campagne di disinformazione in occidente. Oggi è ancora così?
PG - Secondo Bukovsky, che me lo ha detto in una intervista del maggio del 2007 filmata da mia figlia Sabina, è ancora così. Repubblica quando uscì l’intervista annunciò una querela che poi non si è mai vista. Il «Guardian» è stato condannato più volte per aver querelato Bukovsky. Ma la giustizia nei due paesi non funziona esattamente nello stesso modo. Del resto «Repubblica» si è ben guardata dal pubblicare la lettera di Bukovsky al giornalista Carlo Bonini con cui l’intellettuale russo smentiva con disprezzo e furia la pretesa intervista che Bonini gli aveva fatto e pubblicato: una delle principali interviste – mentite – che il giornale romano usò per attaccare e distruggere la Commissione Mitrokhin, che aveva già da tempo chiuso i suoi lavori.
La guerra fredda dunque non è mai finita. Eppure il muro di Berlino ormai non è altro che un monumento. Possibile che ci hanno, mi passi il termine, “fottuto” in questo modo?
PG - Eh sì. Ci hanno intortato molto bene. E anche qui bisogna dar retta a Bukovsky il quale ha detto e scritto: “Due stupidaggini sono credute in Occidente: che la guerra fredda sia finita e che l’Occidente l’abbia vinta”. La guerra fredda non era ideologica, anche se si mascherava con le ideologie: era semplicemente la guerra fra l’impero russo e l’Occidente democratico. Ieri come oggi. Basta vedere in che modo sono ammazzati i giornalisti in Russia e in quale considerazione sia tenuta la libertà di espressione e politica.
Secondo lei l'amicizia quasi fraterna fra Berlusconi e Putin ha contribuito ad affossare la Mitrokhin considerando lo scarso supporto dato dal Cavaliere alla battaglia per la verità sulla Commissione?
PG - Il Cavaliere non si aspettava, quando volle la Commissione nel 2001, di ritrovarsi a braccetto col capo del Kgb. Ciò avvenne dopo, quando la Commissione già esisteva. E a quel punto si trovò di fronte a una scelta e scelse Putin. Molto semplice. Per il Parlamento italiano la sua fu una coltellata nella schiena. Per me una delusione che ancora mi indigna.
Eppure proprio a questo giornale, nel gennaio 2008, lei rivelò la proposta che le fu fatta da Berlusconi nell'estate del 2007. Ovvero la possibilità di fare una conferenza stampa congiunta a difesa del lavoro della Mitrokhin. Tenendo presente che all'epoca l'amicizia fra i due era già salda e molto intima, come considera la proposta dell'attuale premier? Crede che se lei avesse accettato avremmo davvero assistito ad un Berlusconi paladino delle verità rivelate dalla Mitrokhin?
PG - Io accettai di corsa! Fu Berlusconi a lasciar cadere l’offerta della conferenza stampa facendo finta di nulla. Quella proposta fu la conseguenza di una telefonata che mi fece Berlusconi dopo aver ricevuto una mia lettera indignata in cui gli chiedevo se non si vergognava ad essere amico del nuovo Hitler e a tradire sia il suo Paese che i galantuomini che lavoravano per dare al Paese la verità. Allora mi fece una telefonata, era agosto ed ero in vacanza in montagna, dicendomi che non era vero quel che dicevo e che lui era anzi pronto a fare con me una conferenza stampa per difendere pubblicamente il lavoro della Commissione. Io non ci credetti, ma dissi: benissimo, facciamola subito. E il Berlusca naturalmente sparì.
A mio modo di vedere, un grande statista si giudica soprattutto dal suo patriottismo. Forse è un modo troppo idealista per giudicare un premier, ma nella vicenda Mitrokhin la verità e la libertà per gli italiani sembrano ancora un miraggio, conoscere il passato per un futuro di stabilità e progresso è determinante. Non ci sono solo gli accordi sul gas. Cosa ne pensa?
PG - Coltivo pensieri molto brutti, ma non posso provarli e dunque non li esprimo. Ma è vero, il patriottismo di Berlusconi è soltanto di facciata: lui non ama la verità e non ama nemmeno il suo paese. Ama soltanto il suo narcisismo sfrenato, il suo ego spropositato, la sua mania di protagonismo, le ragazze di cui potrebbe essere nonno e il palcoscenico internazionale dove pensa, sbagliando, di fare figure bellissime e che tutti siano pazzi di lui. La verità, poi, non sa neppure dove sia di casa.
Per concludere, Presidente Guzzanti. La sua battaglia per la verità si ferma al libro o continuerà sotto altre forme?
PG - La mia guerra per la verità è continua e la porterò avanti finché sarò vivo. Dunque, ho progetti nuovi, forti e importanti. Ma intanto bisogna far cadere il muro del silenzio con cui è stato recintato il mio libro che vende nelle librerie italiane 30 copie al giorno, ma di cui nessun giornale ha ancora avuto il coraggio di parlare, tranne il Giornale che ha almeno pubblicato alcune pagine del libro, senza commentarle. Siamo dunque agli inizi di una campagna di verità che durerà il tempo necessario. E intendo vincere questa guerra, non sono disposto a tacere e inghiottire amaro. Il gioco è appena cominciato e sarà duro come è stato duro quello che tre anni fa ci ha travolto ammazzando esseri umani e immagini morali di persone reali. Io sono stato assassinato moralmente e intendo restituire dignità al mio agente Sasha, un eroe sepolto dall’oblio in un pozzo di veleno radioattivo. Nino Lorusso