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Somalia. Il Paese dove morire per fame, malattia e guerra fa meno notizia dei pirati
Inserito il 24 luglio 2009 alle 13:14:00 da ferpel. IT - Esteri

L’Oceano Indiano sembra essersi trasformato in un vero e proprio palcoscenico o meglio passerella su cui tutti i Paesi del mondo non vedono l'ora di ‘cimentarsi’ e ‘mostrarsi’. Sono oltre 20 gli stati, riuniti in coalizioni o in maniera individuale, che finora hanno inviato le loro navi da guerra nel ‘mare dei pirati’.

Il mondo sembra essersi accorto della Somalia solo dopo che nell’ultimo biennio è esploso il fenomeno della pirateria nelle acque dell’Oceano Indiano.
Sembra che le gesta dei pirati, che hanno messo in piedi un lucroso business con il sequestro delle navi in transito al largo delle coste somale, hanno conquistato l’attenzione mondiale più del fatto che la Somalia è, per gran parte del suo territorio, in mano ai miliziani islamici di ‘al Shabab’.
Oggi il governo di transizione somalo è completamente assediato e può muoversi solo e parzialmente nella capitale Mogadiscio ma di questo la comunità internazionale sembra non essersene accorta.
Per l'Onu in Somalia è in corso la crisi alimentare ed umanitaria più grave del mondo, peggiore di quelle in corso in Darfur e nella Repubblica Democratica del Congo, ma la comunità internazionale verso tutto questo si mostra indifferente.
Negli ultimi 2 anni hanno fatto molto più rumore le gesta di un migliaio di pirati somali che le stragi di migliaia di civili o la pietosa situazione delle centinaia di migliaia di rifugiati e profughi in Somalia.
Persino le richieste di aiuto dell'Onu ai Paesi donatori sono stati surclassate dalle gesta dei moderni filibustieri somali, di cui qualsiasi loro azione ha ottenuto sempre l’attenzione dei media mondiali.
Appare chiaro quindi che il mondo si mostra più attento alla lotta contro il fenomeno della pirateria che infesta le acque al largo della Somalia che ad impedire la morte di migliaia di civili somali.
Grandi somme di denaro sono state investite nella lotta alla pirateria. Mentre le Nazioni Unite hanno dovuto ridurre gli aiuti alimentari che permettono di sopravvivere ad alcune decine di milioni di persone nel continente africano.
Questo soprattutto perché non riesce a incassare dai ‘donors’ le centinaia di milioni di dollari promessi.
L’Oceano Indiano sembra essersi trasformato in un vero e proprio palcoscenico o meglio passerella su cui tutti i Paesi del mondo non vedono l'ora di ‘cimentarsi’ e ‘mostrarsi’.
Sono oltre 20 gli stati, riuniti in coalizioni o in maniera individuale, che finora hanno inviato le loro navi da guerra nel ‘mare dei pirati’. Ufficialmente per dimostrare che sono interessati al mantenimento della legalità internazionale e alla protezione delle rotte marittime commerciali.
Un interesse che invece non c’è mai stato per contrastare i crimini commessi da quanti, negli anni, hanno approfittato dell'assenza di un legittimo governo e di una marina somala per scaricare tonnellate di rifiuti tossici nelle acque del Paese africano o pescare illegalmente nelle acque territoriali somale. Ironia della sorte i rifiuti e i pescatori di frodo provengono da quegli stessi Paesi che oggi si sono messi in azione perchè stizziti dalle azioni dei pirati. Una sfida, quella della lotta a i pirati, che è anche affrontata dagli stessi politici somali che dal 1991 non sono riusciti ancora a dare una parvenza di governo al loro Paese. Un Paese, la Somalia, dove i terroristi islamici e i signori della guerra la fanno da padrone e dove si combatte per le strade di Mogadiscio, la loro capitale. Grazie all’attenzione che il mondo ha mostrato, la pirateria di certo scomparirà. Mentre la Somalia non riuscirà invece a costituire un suo governo legittimo e la sua popolazione continuerà ad essere decimata dalla guerra, dalla fame e dalle malattie. Ma questo poco importa l’importante che gli ‘interessi’ commerciali mondiali siano salvaguardati.
Ferdinando Pelliccia

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