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Israele: Netanyahu ha Trump e Putin, non Sanders. Analisi e scenari del voto israeliano

Foto dal profilo Instagram del primo ministro israeliano

I risultati ufficiali delle elezioni israeliane arriveranno solo nella giornata di giovedì, si sta ancora contando le ultime schede. Ma la strada è spianata. Benjamin Netanyahu, con l’appoggio dei partiti di destra e degli ultraortodossi, ha raccolto anche questa volta la maggioranza dei voti. Il presidente americano Donald Trump si è già congratulato con lui. Tutto è pronto perché la prossima settimana riceva dal presidente Reuven Rivlin il suo quinto mandato da primo ministro. Nemmeno David Ben Gurion, il fondatore dello stato di Israele, è stato tanti anni al vertice del governo.

Il principale rivale, Benny Gantz, ha ottenuto lo stesso numero di seggi, 35, ma il blocco di centro sinistra che avrebbe potuto farlo vincere alla Knesset, è rimasto sotto di dieci seggi rispetto a quello di Netanyahu. Ha perso.

Il programma di Blu e Bianco, lo schieramento di Gantz, in fondo era molto simile a quello del vincitore: nessun accordo con i partiti arabi, Gerusalemme capitale unita, il controllo di Israele sulla Valle del Giordano, no allo smantellamento dei principali insediamenti israeliani in Cisgiordania. Nella corsa elettorale sono stati questi i temi: si è parlato tanto di sicurezza e poco di economia. Netanyahu ha vinto grazie alle sue eccellenti relazioni con il presidente americano Donald Trump e quello russo Vladimir Putin. Da loro ha ottenuto l’impensabile. Trump un mese fa gli ha riconosciuto la sovranità israeliana sul Golan e a due giorni dalle elezioni ha rincarato la dose inserendo le Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane nella lista dei gruppi terroristici. Putin, dal canto suo, gli ha fatto riavere i tanto attesi resti di Zachary Baumel, eroe di guerra morto 37 anni fa combattendo contro i siriani in Libano.

A Gantz, capo dell’esercito israeliano dal 2011 al 2015, non è bastata la carriera militare per vincere la battaglia politica e mediatica internazionale. Ce l’ha messa tutta. Splendido il racconto di come sua madre, sopravvissuta all’Olocausto, avesse condiviso con il padre del suo alleato Yair Lapid un appartamento nel ghetto di Budapest prima di essere entrambi deportati nei campi di concentramento nel 1944. Ma i problemi dei cittadini israeliani adesso sono i tunnel di Hezbollah e Hamas, i razzi, i missili tecnologici a lunga gittata forniti dall’Iran alle organizzazioni terroriste, l’eventualità di essere costretti ad abbandonare gli insediamenti in Cisgiordania. Temi sui quali tutti sanno di dover contare sull’appoggio di Russia e Stati Uniti. Netanyahu, è innegabile, in fatto di relazioni ad alto livello ha sempre “savoir faire”.

Quando sabato scorso in televisione aveva promesso ai suoi elettori di estendere la sovranità di Israele sugli insediamenti, compresi quelli al di fuori dei blocchi principali, Gantz aveva ribattuto: “Non lo ha fatto per 13 anni, è solo uno slogan”. Non ne sono tutti convinti. Trump ha fatto sapere che presenterà l'”Accordo del secolo”, il piano di pace per il Medio Oriente, solo dopo le elezioni israeliane. Adesso si parla di una data a metà giugno. Qualche indiscrezione sui contenuti a Washington è già circolata: ad Israele andrebbe l’intera area “C”, vale a dire la gran parte della Cisgiordania e tutti gli insediamenti. In cambio, i palestinesi verrebbero ricompensati con lauti aiuti economici. Se questi sono i termini, si capisce perché l’Autorità Nazionale Palestinese di Abu Mazen abbia rifiutato il piano prima ancora che venga presentato.

Più di un quotidiano israeliano ha fatto un’altra ipotesi. Sì, perché anche i partiti della destra israeliana alleata di Netanyahu sono contrari, almeno quanto Abu Mazen, all’Accordo del secolo di Trump. E allora al primo ministro che si accinge per la quinta volta a ricevere l’ambito mandato, non resterebbe che l’alleanza con Gantz per formare il governo senza mettere i pali tra le ruote a Washington. Se questa è fantapolitica, lo sapremo tra pochi giorni.

Intanto, sull’orizzonte di Netanyahu si profilano diverse nubi. E non solo per via del processo che lo attende nei tribunali israeliani per tre casi di corruzione. O per le telecamere nascoste che ha tentato di far piazzare, senza aver ricevuto alcuna autorizzazione ufficiale, all’interno delle sedi elettorali nelle zone popolate da arabi: una faccenda che gli procurerà di sicuro altre grane legali. Le nubi all’orizzonte sono altre. Nel 2020 ci saranno le elezioni anche negli Stati Uniti. Pochi giorni fa il senatore Bernie Sanders, il candidato democratico favorito nella corsa alla Casa Bianca, ha voluto dire la sua sulle dichiarazioni di Netanyahu in merito alla prossima annessione della Cisgiordania. E non è stato affatto morbido: “Francamente, spero che perda le elezioni”. Così non è stato. Ma se a vincere la prossima corsa oltre Oceano sarà Sanders, a Netanyahu tra poco più di un anno verrà meno una delle ragioni per cui è stato eletto: il pieno sostegno degli Stati Uniti alla sua persona.

Monica Mistretta

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