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Caso Cucchi: carabiniere Tedesco, “Sentii testa Cucchi fare crac dopo calcio del collega D’Alessandro”

Ma il battibecco era cominciato con Alessio Di Bernardo, che dopo le prime intemperanze di Stefano lo colpì in volto.

Venivano i brividi e scorrevano le lacrime ieri, nell’aula del Palazzo di Giustizia di Roma nel quale si celebra il processo Cucchi bis.
Alla presenza del padre Giovanni, della madre Rita Calore e dell’eroica sorella Ilaria, ha deposto il testimone oculare vice brigadiere Francesco Tedesco, che nella sua vibrante testimonianza, asciugandosi le lacrime, ci ha riportato tutti, da questa serena mattina d’aprile, alla tragica notte tra il 15 ed il 16 ottobre 2009, quando i suoi due coimputati, Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, pestarono a morte nel Comando Roma Appia dove l’avevano portato, a suon di violenti ceffoni e di calci forsennati, Stefano Cucchi, trentunenne geometra romano, arrestato quel pomeriggio, quando lo avevano visto passare delle confezioni trasparenti in cambio di una banconota.
Ed ecco, parola per parola, la ricostruzione di Francesco Tedesco: “Dopo la perquisizione domiciliare siamo andati alla caserma Casilina per il fotosegnalamento di Cucchi, ma al momento di prendere le impronte digitali Stefano ha avuto un battibecco con Di Bernardo, perché non voleva sporcarsi le mani con l’inchiostro. Hanno cominciato a insultarsi, Cucchi ha fatto il gesto di dare uno schiaffo a Di Bernardo. Era più una violenza verbale che altro. A quel punto D’Alessandro ha chiamato Mandolini, il quale ci ha ordinato di rientrare perché, essendo un italiano fornito di documenti, non c’era bisogno del fotosegnalamento.
Mentre uscivamo Cucchi e Di Bernardo hanno continuato a offendersi, finché Di Bernardo gli ha dato uno schiaffo abbastanza violento.
Poi D’Alessandro, che stava chiudendo il computer, gli ha dato un calcio all’altezza del sedere, facendolo cadere. Cucchi è caduto a terra battendo la testa, tanto forte che ha fatto rumore.
Io ho detto: “Ma che cazzo fate?“, poi ho spinto Di Bernardo, e D’Alessandro gli ha dato un secondo calcio, mi pare in faccia. Io l’ho spinto via dicendo: “Non vi avvicinate! Non vi permettete!“, ho preso sottobraccio Cucchi, che mi ha detto: “Non ti preoccupare, sto bene, sono un pugile“.
Stefano, il pugile suonato, sarebbe morto sette giorni dopo nel reparto detenuti dell’ospedale Sandro Pertini di Roma.
Ecco tutta la Verità, nient’altro che la Verità. Il resto sono lacrime e silenzio. E tutti i depistaggi operati a freddo dai Comandi dell’Arma dei Carabinieri per coprire due mele marce. E corrompere la terza. Che alla fine, ieri mattina, ha raccontato tutta la Verità.

Giancarlo De Palo

 

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