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Siria: Mosca guarda ai Paesi del Golfo

… e volta le spalle all’Iran

Una settimana fa c’erano gli americani, adesso è arrivata la delegazione di Mosca. In queste ore è il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov a essere impegnato in una fitta agenda di incontri con ministri e capi di Stato dei Paesi del Golfo: Qatar, Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti. Solo sette giorni fa lì c’erano il consigliere per la Casa Bianca Jared Kushner, l’inviato statunitense per il processo di pace in Medio Oriente, Jason Greenblatt, e l’inviato per l’Iran, Brian Hook.

Il piano di pace in Medio Oriente e il futuro della Siria sono al centro dei colloqui che hanno visto avvicendarsi le delegazioni di Washington e Mosca. Sulle agenzie di stampa russe è il primo argomento a dominare.

Gli Stati Uniti stanno cercando di sabotare la soluzione dei due stati con il loro ‘Accordo del secolo’” ha fatto sapere ieri Lavrov a Riad a proposito del piano annunciato da Trump per la soluzione della questione israelo-palestinese. E se la dichiarazione, come prevedibile, ha suscitato facili consensi negli uffici diplomatici del Golfo, sul tavolo degli incontri per Mosca resta prioritaria la questione siriana. È su questo punto che potrebbe tornare utile il “benestare” dei ricchi paesi del Golfo.

Per ricostruire il paese dopo otto anni di guerra servono dai 250 ai 350 miliardi di dollari. Gli Stati Uniti non solo non li daranno, ma hanno minacciato pesanti sanzioni per i paesi che lo faranno. L’Unione europea non ne vuole sapere: lunedì ha aggiunto alla lista delle sanzioni sei ministri del governo di Damasco per il loro ruolo nella violenta repressione dei civili siriani. Nella lista in novembre era già entrato il ministro dell’Interno: il cerchio si chiude. Mosca, a sua volta sotto sanzioni internazionali, adesso ha bisogno di trovare investitori per ricostruire un paese ridotto ormai in macerie. I paesi del Golfo sono i candidati ideali: è a loro che sta guardando Lavrov in questi giorni.

Oggi il Consiglio dei ministri degli Esteri della Lega Araba si riunisce in Egitto per discutere un possibile ritorno della Siria nel gruppo. Senza la riammissione nella Lega, la Siria di Assad resta tagliata fuori da tutto. Domenica ad Amman, in Giordania, per la prima volta dagli inizi della guerra civile un inviato siriano, Hammouda Sabbagh, è stato ammesso a un incontro degli Stati arabi. È un primo passo che non è passato inosservato.

Ma se Mosca pensa al traino degli stati arabi, in Siria non tutti sono disposti a salire sul carro. L’Iran ha speso milioni di dollari per tenere in piedi Assad: adesso vuole un tornaconto economico e strategico e non è disposto ad accettare che stati rivali come l’Arabia Saudita mettano piede a Damasco. Non per niente tra i viaggi diplomatici di questi giorni ce ne è stato uno molto discusso: quello del presidente siriano Bashar al Assad a Teheran. Pare che sia proprio questo l’episodio che ha convinto il ministro degli Esteri iraniano Mohammed Javad Zarif alle dimissioni, poi respinte dal presidente Hassan Rouhani: lo ha confermato ieri l’agenzia di stampa iraniana Isna. Zarif non sarebbe stato avvisato della visita di Assad. Un incidente politico che ha a che vedere con i progetti di Mosca in Siria.

Zarif è considerato un moderato. A differenza dei politici conservatori iraniani, primo fra tutti l’ayatollah Ali Khamenei, è sempre stato favorevole al dialogo con i paesi del Golfo. Anche perché nella sua visione l’Iran non avrebbe che vantaggi a partecipare ai progetti di Mosca in Siria: i soldi dei paesi del Golfo, nelle mani del governo di Damasco, permetterebbero a Teheran di risollevarsi dalla crisi economica provocata a cascata dalle sanzioni e dalle spese per le guerre regionali. Diversa la posizione delle Guardie rivoluzionarie islamiche iraniane e delle forze conservatrici che fanno capo a Khamenei: l’Iran in Siria dovrebbe mantenere prima di tutto le proprie forze militari per sfruttare i vantaggi strategici. La visita di Assad a Teheran, la prima in otto anni di guerra siriana, era innanzitutto un messaggio dei conservatori a Mosca e Zarif. Per questo il ministro degli Esteri non è stato invitato agli incontri con il presidente siriano.

Ma Teheran dovrà scendere a patti: i memorandum d’intesa che ha firmato con Damasco per lo sviluppo delle telecomunicazioni e nel settore minerario rischiano di restare puramente simbolici se verranno a mancare i finanziamenti per avviare la ricostruzione. E qualcuno l’ha capito: Zarif è ancora ministro degli Esteri. Nei giorni scorsi è apparso in alcune fotografie ufficiali nel suo ruolo accanto al presidente Rouhani.

Adesso tutte le aspettative sono puntate sul viaggio di Lavrov nel Golfo: se la Siria verrà accettata nella Lega Araba, Mosca e Teheran, entrambe sotto sanzioni internazionali, potranno beneficiare della ricostruzione del paese. Resta solo da vedere se i paesi del Golfo saranno disposti a sfidare il potente alleato americano e la minaccia di pesanti sanzioni. A meno che in questi giorni di incontri diplomatici nel Golfo non si trovi un accordo tra le parti: Stati arabi, Washington e Mosca.

Monica Mistretta

 

 

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