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Quelle morti legate da un filo…  radioattivo: tre Donne coraggiose e le loro inchieste sui traffici nucleari

Ero appena entrata: la sede istituzionale mi ispirava fiducia, tranquillità. Sapevo bene che di lì a poco avrei fatto domande scomode su una vicenda che la stampa nazionale aveva appena sfiorato, senza dilungarsi in troppi dettagli. Ma a me e ai miei lettori sono queste le storie che interessano di più, quelle di cui nessuno vuole parlare. Anche quando le cose scottano, è giusto che ci siano giornalisti che cercano di saperne di più. In fondo, una democrazia dovrebbe essere fatta soprattutto di questi giornalisti e di lettori attenti.

Il rappresentante delle nostre istituzioni era stato cordiale, quasi affabile. Mi aveva accolto con un caffè. Tutto stava andando per il meglio, o quasi. L’intera conversazione si stava svolgendo con qualche tensione, qualche silenzio di troppo, risposte poche e confuse. C’era stato perfino spazio per un commento sul fatto che mi trovasse proprio una bella donna. Ma me lo aspettavo: niente di nuovo.

Quello che davvero non potevo immaginare è quanto sarebbe accaduto di lì a poco. Accompagnandomi fuori dal suo ufficio verso l’uscita, la domanda era arrivata diretta come uno strale: “Lei ha figli?” Io: “Sì, certo, ho due bambini”. E lui: “Bene, allora la smetta e pensi da madre al futuro dei suoi figli”.

Oggi è la festa della donna, di tutte le donne. Io vorrei ricordare quelle più coraggiose, ribelli. Quelle che non si sono arrese di fronte alle minacce e che qualcuno ha pensato che dovessero essere uccise per questo.

Un mese fa la procura di Roma ha chiesto una nuova archiviazione delle indagini sull’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin il 20 marzo 1994 a Mogadiscio, in Somalia. A venticinque anni della loro morte non conosciamo ancora i nomi dei responsabili e cominciamo ad avere dubbi perfino sulla natura delle piste investigative da loro seguite. Fino a oggi ci hanno raccontato che Ilaria si stava occupando di traffici di rifiuti. Il problema è che adesso è emerso che nei primi anni 90 l’Italia era coinvolta in ben altri affari: quelli di materiali nucleari verso paesi del Medio Oriente, in particolare l’Iran. Le bolle delle navi che all’epoca trasportavano a Genova l’uranio impoverito proveniente da Stati Uniti e Russia sono emerse di recente e sono anche state pubblicate. Ci sono testimoni che raccontano come questo uranio venisse arricchito e trasformato in materiale a uso bellico nelle centrali nucleari italiane, dismesse nel 1987 in seguito al referendum sul nucleare. Ci sono giudici che davanti alle varie Commissioni rifiuti hanno parlato, guarda caso, della presenza di tecnici iracheni e iraniani in queste centrali. E poi c’è ancora lì Ilaria: ci sembra di vederla attraverso le poche immagini di repertorio che ci sono rimaste di lei, mentre intervista il sultano somalo di Bosaso nel suo ultimo viaggio prima di essere ammazzata. A Bosaso, dove oltre alla base italiana di Gladio all’interno di una vecchia struttura dell’ex Germania dell’Est, c’erano i campi di addestramento dell’intelligence iraniana. Da Bosaso via mare raggiungere il Golfo Persico e l’Iran all’epoca era facilissimo, anche perché poco più a nord il Sudan era alleato di ferro di Teheran, che controllava l’intera porzione meridionale del Mar Rosso, quella che arriva proprio al corno d’Africa e a Bosaso, il porto dell’ultimo viaggio di Ilaria.

Nell’Iran e nei suoi traffici si è imbattuta anche un’altra giornalista uccisa: Daphne Caruana Galizia, saltata per aria nella sua auto, nell’ottobre del 2017 mentre indagava sugli affari sporchi di una banca maltese con gli uomini di Teheran. Anche sui mandanti del suo omicidio sappiamo ancora poco. Di lei ci hanno raccontato che indagava sulla corruzione dei politici maltesi. Ma fa pensare che le bolle delle navi dei primi anni 90, riemerse solo qualche mese fa, quelle che ci riportano all’epoca della morte di Ilaria Alpi, registrassero una meta costante: Malta. Anche l’esplosivo con cui è stata uccisa Daphne, il Semtex, ci fa tornare alla stessa epoca di Ilaria: alle stragi dei primi anni 90 compiute da Cosa Nostra in Italia. Daphne nel corso del suo lavoro di giornalista aveva ricevuto minacce e intimidazioni, ma non si era mai arresa. Ha continuato a cercare fino alla fine: fino a dove, nessuno ce lo ha ancora raccontato. L’hanno uccisa perché non lo venissimo a sapere.

E poi c’è Graziella De Palo, la giornalista uccisa in Libano nel 1980 insieme al collega Italo Toni. Era appena passato qualche mese dall’abbattimento del Dc9 Itavia sui cieli di Ustica. Solo molti anni dopo il giudice Rosario Priore avrebbe ipotizzato per primo che l’aereo fosse stato abbattuto da un caccia israeliano perché trasportava materiale nucleare a uso bellico (i jet con la Stella di David avrebbero scambiato il Dc 9 Itavia per l’aereo che trasportava l’uranio, per un errore della filiera di comando: chi diede l’ordine del via all’operazione sbaglio la data del trasporto), destinato a un altro paese orientale: l’Iraq.
Beh, sapete cosa disse il portiere dell’albergo di Beirut dove Graziella fu vista per l’ultima volta? Che la giornalista era in partenza per Baghdad, in Iraq. Il paese dove un anno dopo gli israeliani avrebbero bombardato la centrale di Osirak per fermare il programma nucleare iracheno. Le parole del portiere dell’albergo furono subito bollate come depistaggio. Graziella e Italo salirono su un’auto di Fatah e svanirono nel nulla. E adesso, a quasi quaranta anni dalla morte, ci ritroviamo a cercare, per chi ne avesse ancora voglia, i mandanti del suo omicidio. Per giunta, come per altri casi, nessuno ci sa dire perché sia morta: su cosa stava indagando di così grave da non sapere la verità nemmeno dopo quattro decenni?

Un filo rosso, tutto radioattivo, sembra legare l’omicidio di tre giornaliste: Graziella, Ilaria, Daphne. Certo, è solo un’ipotesi, forse un tentativo tardivo di fare luce su questo buio. Ma una cosa è certa: i traffici di materiale nucleare dei paesi occidentali verso quelli orientali sono un tema scabroso, difficile. E a quanto pare, proprio un tema da donne.

Monica Mistretta

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