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Cibernetica e acqua: obiettivi geopolitici o detonatori per il futuro?

Forse fra una decina d’anni i nostri miserevoli talk-show finiranno di parlare solo di cronaca nera e rosa, inseguendo una politica di piccolo cabotaggio, per dedicarsi a temi finora del tutto negletti, ma assai importanti e perfino critici per la sicurezza in genere e per la stessa sopravvivenza della nostra società e del genere umano. Una sfida duplice ci attende dietro l’angolo ma, come sul Titanic che andava verso il disastro, l’orchestra ed il teatrino continuano a suonare e ballare come se nulla fosse, senza rendersi conto che la nostra sicurezza è minata, fra l’altro, da due tipi di minacce subdole, sconosciute o quanto meno sottovalutate: la prima è quella informatica o meglio cibernetica che inciderà profondamente nel nostro modo di vivere, sia a livello individuale che nelle istituzioni, con pesanti ripercussioni sul piano economico, industriale e militare; la seconda afferisce l’acqua o meglio la disponibilità di risorse idriche potabili e a favore della produzione agricola in particolare, che nei prossimi anni potrebbe diventare un grave problema geopolitico in quanto esiziale per la nostra stessa esistenza. E’ noto che la guerra ai tempi nostri e nel futuro non si svolgerà sui campi di battaglia se non in misura assai isolata, ma soprattutto via Internet o attraverso canali oscuri ed altre diavolerie che nel frattempo inventeremo nel Web; piuttosto si svilupperà nel “cyber-spazio” con danni ingenti per la distruzione di infrastrutture essenziali e critiche, comprese quelle economiche, con conseguenze ancora più gravi delle guerre classiche.
Che, invero, non è escluso si scatenino fra Stati come conseguenza di tensioni e attriti per l’accaparramento di acqua potabile o dolce, la cui scarsità e gli smodati consumi attuali nei Paesi ricchi porteranno nel breve termine a conflitti non solo asimmetrici ma anche su vasta scala, trattandosi di un bene di assoluta sopravvivenza.
Molti sono i “detonatori” nelle mani della nostra società; da quelli etnici a quelli religiosi e razziali; da quelli enormi che afferiscono gli interessi geopolitici del mare in particolare, fino a quelli relativamente più “nobili” riguardanti la violazione dei diritti umani della gente, la fame e la conquista di territori ricchi di materie energetiche e delle cd. Terre rare: motivi per attivare inneschi pericolosi atti a scatenare conflitti nel nostro pianeta ne abbiamo a iosa; si spera solo nel buon senso e nella saggezza dei governanti che tuttavia, in questi tempi moderni, non sembrano primeggiare con una visione strategica adatta ai casi già indicati, se non forse per la sete di potere frammista ad una ignoranza crassa.
Fra i detonatori disponibili nell’ambito di molti altri, la nostra società nel prossimo decennio ne ha almeno un paio con la spoletta già attivata dallo stato attuale delle cose; quindi è solo questione di tempo e di interventi più o meno intelligenti se inibirli oppure lasciarli deflagrare: il primo riguarda la cibernetica e l’altro, l’acqua; vediamo di fare alcune riflessioni su entrambe le problematiche.



Della cibernetica… 
La cyber-warfare o guerra cibernetica consentirà alle maggiori potenze, ma anche ad altri attori transnazionali “poveri” di provocare guerre asimmetriche con attacchi alle reti informatiche di uno Stato, furti di dati sensibili militari e civili con forme sempre più evolute di spionaggio industriale avvalendosi di Internet, di altri vettori più potenti e sofisticati del Web, ancora più esclusivi e protetti.
In primis la cyber-warfare avrà la potenzialità e quindi la possibilità di inibire le capacità dell’avversario, di recare e respingere le offese sul piano militare e, su quello civile, di destrutturare e demolire ogni sistema sociale e vitale, in quanto ormai del tutto organizzato e gestito quasi esclusivamente con sistemi digitali, informatizzati e spesso remotizzati, quindi assai vulnerabili e sempre più privi di back-up a carattere analogico e manuale. Forse la fiducia in quei sistemi così evoluti e comodi è divenuta eccessiva; ormai si crede che tutti quei meravigliosi computer debbano funzionare sempre e bene, per cui diviene naturale non prevederne avarie o definirne assetti degradati; se per il 99% dei casi ciò può essere vero, quando accade qualche malfunzionamento si verificheranno disastri poiché da un lato non siamo preparati a quelle emergenze, dall’altro non esistono spesso interventi risolutori alla portata del gestore perché non previsti dai programmi, né dalle procedure.  In sostanza gli Stati si contrappongono sempre più nello spazio cibernetico, con attacchi estemporanei poco prevedibili con finalità tese a demolire o indebolire, proprio attraverso un attacco informatico le strutture gestionali computerizzate e le reti vitali di una Nazione per crearne la paralisi. Oggi, e domani sarà ancora peggio, ogni Stato possiede reti informatiche di vario genere, dai trasporti agli impianti elettrici, ai sistemi di comunicazione, a quelli economico-industriali per finire con quelli che riguardano i sistemi di Comando e Controllo del comparto militare: un attacco cyber può portare al blocco ed al collasso di sistemi vitali con danni incalcolabili, anche nella stessa vita quotidiana degli attaccati.  Gli attacchi cyber possono avere quindi diverse finalità e manifestarsi con modalità assai differenti; spesso hanno caratteristiche asimmetriche nel senso che possono essere condotte con poca spesa da parte di gruppi sparuti di “Hackeristi” purché abbiano competenze informatiche elevate e possano colpire in qualunque parte del pianeta anche in modo imprevisto: sempre più spesso gli obiettivi sono costituiti da elementi e strutture “sensibili” dei Paesi più industrializzati e potenti.
E’ quindi essenziale che ogni Nazione sviluppi degli schermi e delle barriere che possano inibire la possibilità di attacchi ai propri sistemi informatici sviluppando quella branca della cyber-security di concerto con l’Intelligence nazionale non solo per pararsi da azioni informatiche piratesche, ma anche dotandosi di strumenti idonei per riconoscere nel più breve tempo possibile tali malevoli azioni, adottando le reazioni più opportune e misure pre-programmate per contenerne gli effetti disastrosi.  Nell’ambito della materia cibernetica e strettamente connesso con la cyber-warfare, trova un posto di rilievo l’Info-war, la guerra delle informazioni con lo scopo di orientare e modificare a proprio vantaggio la pubblica opinione, con inganni e notizie false, le fake-news. In sostanza c’è una corsa per dominare il cyber-spazio, con un’Internet regolata e controllata, e con lo sviluppo delle comunicazioni satellitari non più intercettabili e basate sulla meccanica quantistica foriera di sviluppi inusitati.  Lo spazio cibernetico è il nuovo campo di battaglia e di competizione geopolitica del 21° secolo e ogni Stato, e perfino ogni cittadino, può proiettare i propri interessi e le proprie strategie sul Web, la grande Autostrada virtuale, in cui non si paga il pedaggio, inclusiva delle reti computerizzate e di quelle delle comunicazioni; è in atto un’occupazione sfrenata di quello spazio strategico cibernetico che consente di espandere enormemente i domini classici di terra, mare, aria e spazio.  Il mondo corre velocemente e non sempre legalmente sulla dimensione cibernetica, definita ormai la “Quinta” che ha invaso e superato le altre quattro classiche; l’importanza strategica ed il potere costruttivo-difensivo del cyber-spazio sono senz’altro assimilabili a quello nucleare, ma con una differenza fondamentale: può essere utilizzato quasi legalmente e assai più facilmente da organizzazioni asimmetriche che, con poche risorse economiche e umane, possono creare effetti assai distruttivi.
La Quinta dimensione, più delle altre, dovrebbe essere considerata una proprietà ed un bene comune, proprio come lo spazio esterno, l’atmosfera e le acque internazionali; il cyber-spazio non può essere appannaggio di alcuno, ma tutti possono navigarvi in piena libertà: ciò è fondamentale per la nostra vita quotidiana, il nostro benessere, la nostra stessa sopravvivenza e sicurezza. Pertanto, anche un attacco ad una rete di computer di una Nazione deve essere considerato “un attacco a tutte quante”, quindi tali aggressioni informatiche devono essere sanzionate dalla comunità globale a livello di crimine internazionale nell’intesa di una codificazione con specifiche regole della stessa tipologia della Convenzione di Ginevra, equiparandole ad un conflitto tradizionale. Il mondo richiede il controllo delle armi cyber e della relativa deterrenza; forse si potrebbe ipotizzare un trattato per il cyber-spazio simile allo START opportunamente modulato poiché mentre le testate nucleari ed i missili balistici si possono contare, le armi cyber nascono e si sviluppano ovunque e non si contano: ma, almeno alcune regole dovrebbero essere fissate e affermate per evitare corse sfrenate e sregolate, di grave pericolosità in quanto fuori da ogni qualsivoglia limite e regola. In tal  senso e per evitare “misunderstanding” in caso di attacchi cyber, sono stati creati alcuni accordi fra le grandi potenze, USA, Cina, Russia, con una rete ad hoc per i Capi, segretata in materia di cyber-security al fine di potersi scambiare immediatamente dati e informazioni sulla sicurezza e attività correlate in termini preventivi: ciò allo scopo di proteggere le loro infrastrutture e siti sensibili, in primis militari, da indesiderati attacchi e per evitare reazioni incontrollate basate su Info-war spesso ingannevoli, se non fake.  La guerra moderna non si limita alla cyber-warfare, ma coinvolge oltre ad azioni ed operazioni sui computer, una certa componente di guerra elettronica e di informazioni assai importanti: si tratta di un dominio informatico-informativo che, insieme ad altri fattori più tradizionali, completa il paesaggio offensivo e difensivo di una Nazione. In sostanza la guerra dell’informazione è un tipo di minaccia transnazionale che penetra i confini nazionali e incide sulla stabilità della società, mirando ad influenzare la popolazione attraverso l’uso massiccio dei media, dei social e ovviamente di Internet e manipolare così le decisioni e le azioni dei leader. L’intento specifico è quello di portare avanti obiettivi geopolitici evitando la competizione e, ove possibile, la guerra diretta sfruttando tutte le possibili opportunità e vulnerabilità dei sistemi e della “testa” della gente, creando degrado nelle capacità dell’avversario militare o economico, e sconcerto nella fiducia popolare.  Negli attuali scenari, USA, Russia ed in particolare la Cina, stanno investendo molto sulla cibernetica; una menzione particolare merita la Cina che nell’ambito di un enorme sviluppo tecnologico senza precedenti anche sul piano geopolitico e con una strategia nazionale ben precisa, è sul punto di superare le restanti potenze. Pechino sta infatti sviluppando la meccanica dei “quanti” per l’utilizzo sia nell’informatica che nelle comunicazioni con pesanti investimenti idonei a costruire computer e sviluppare sistemi di comunicazioni impenetrabili e, per converso, con capacità tecnologiche generali fortemente distruttive. Per le Nazioni più evolute esiste non solo l’uso massiccio di Internet, ispirato  generalmente ad un principio sociale di apparente libertà nel suo utilizzo, ma per le notizie più serie e più difficili da reperire esiste il Deep Web, uno spazio a diverse profondità il cui accesso è non solo più pericoloso, ma richiede “accessi e preparazione” di elevato livello anche solo per accedervi; è anche lo spazio dove si consumano veri e propri crimini, traffici di armi e di soldi, e ogni sorta di illeciti: uno spazio con una serie di incognite, utilizzato dai “mariuoli” e da gruppi facinorosi per finalità spesso criminose che possono addirittura intaccare la sicurezza nazionale. C’è sicuramente bisogno di combatterli e batterli con sviluppi e ricerca d’avanguardia ma anche disponendo di mezzi di ultima generazione per la loro monitorizzazione ed il relativo contrasto; fra questi, vista anche l’attualità dell’argomento, merita una menzione particolare l’acquisizione del velivolo F-35, un aereo pensato come “sistemico”, adatto sia a svolgere i classici compiti aerotattici, sia – tenuto conto delle sue dotazioni avanzate di guerra elettronica – per tracciare l’avversario e disturbarlo, ma anche con spiccate capacità pensate per la guerra cibernetica per condurre quindi attacchi sulle reti informatiche al fine di inibirle e ingannare o annichilire le comunicazioni avverse.  L’apporto di quei velivoli così performanti, combinato con le indubbie capacità di Comando, Controllo e Computer e le capacità di “fusion” di una portaerei, costituirebbe un incommensurabile moltiplicatore di forze per il dominio cyber, e la garanzia di security anche in aree altrimenti difficilmente raggiungibili con mezzi stand-alone: speriamo che i governanti scelgano con coerenza e diano la giusta priorità nell’acquisizione di tali velivoli alla Marina.
Il problema della cyber-security, insieme all’Info-war viene affrontato da tutti gli Stati più potenti e anche da quelli, come Israele che da sempre è “in mezzo alla mischia” per la sua sopravvivenza; la NATO ha costituito un’organizzazione importante e anche l’Italia ha istituito da tempo il CIOC, il Comando Interforze Operazioni Cibernetiche, per la monitorizzazione delle reti e degli attacchi informatici, dando un notevole impulso soprattutto alle comunicazioni, a similitudine della Cina, puntando sulla meccanica quantistica che ha il pregio di produrre sistemi impermeabili alle intercettazioni.  Inoltre, fra le iniziative, si menziona  il recente avvio operativo del NSC, il Nucleo per la Sicurezza Cibernetica, per la prevenzione e la risposta ad eventuali situazioni di crisi cyber con l’obiettivo di rafforzare le capacità di difesa cibernetica del Paese; la nuova organizzazione cyber della Difesa insieme con il complesso sistema delle comunicazioni militari consentirà di difendere i “confini istituzionali” con un approccio olistico del dominio cibernetico pro-Difesa e quindi a favore del nostro Paese. Il progetto C5ISR, voluto e istituito di recente dalla Minidifesa, servirà a costruire un percorso univoco, utile nell’ottimizzazione e razionalizzazione delle diverse competenze e dei flussi informativi riguardanti il dominio cibernetico e, più in generale, in materia di  ICT, l’Information, Communication and Technology.
D’altronde la relazione annuale al Parlamento fatta dai “Servizi” parla chiaro: i cyber-attack a aziende e istituzioni italiane nel 2018 sono più che quintuplicati rispetto all’anno precedente, rivelandosi delle “armi” assai economiche per perseguire obiettivi strategici, con una decisa complessità di alcune tipologie di attacco e con l’impiego sinergico di tutti i più avanzati strumenti tecnologici, dallo spionaggio digitale al danneggiamento dei sistemi informatici, ai centri di ricerca, con grossi riflessi sulla “percezione” aggravata dalla creazione di fake-new e sulla loro amplificazione sui social: siamo di fronte ad una guerriglia cyber permanente e tutti siamo chiamati a stare più accorti!



Dell’acqua…   
Per vivere, anche se si vuole disconoscere risvolti geopolitici, l’uomo ha sempre dovuto – e dovrà in futuro – utilizzare e, ove possibile, sfruttare le risorse ambientali che, per dirla con il Maslow, rappresentano nel loro insieme complesso, i bisogni primari dell’essere umano; acqua e cibo, aria ed energia sono i fondamentali del nostro vivere quotidiano di cui le risorse idriche e alimentari sono, prime fra tutte e da sempre, quelle basilari per la vita stessa e avranno implicazioni importanti per il benessere e la stessa sopravvivenza di molte Nazioni. Non c’è bisogno di richiamare scienziati per capirlo, né per prefigurare gli effetti e la competizione che la loro carenza può causare non solo quindi a livello locale, ma con una conflittualità che già ora è percepibile in funzione di dati oggettivi, ma che investirà sempre più la geopolitica delle risorse ambientali, vitali per qualsiasi popolo del pianeta.  Le risorse idriche ed alimentari, contrariamente alle altre che vanno dall’energia al petrolio e che rappresentano il tipico benessere delle nostre moderne società, stanno a indicare quelle vitali demarcando una precisa linea fra Paesi ricchi e quelli in via di sviluppo; per quanto attiene specificamente all’acqua ed al suo “diritto di accesso universale”, questa ha effetti diretti sul cibo e, quindi, più in generale sulla salute degli individui: va da sé che la disponibilità di risorse idriche sarà motivo di accese conflittualità e di ineludibili conseguenti scelte politico-militari.  Ci sono Paesi beneficiati dalla natura e sono percorsi da fiumi generosi, ma la stessa diversificazione dei percorsi fluviali crea focolai di crisi, ora latenti; più del 40% della popolazione mondiale vive in bacini idrografici divisi fra diversi Paesi e quella commistione fra esigenze vitali e “confini geografici”, porterà i confinanti a scontrarsi e ad esercitare un controllo sempre più guardingo sulla risorsa idrica.  Molto dipenderà anche dai cambi climatici che influenzano direttamente la disponibilità delle risorse idriche, insieme con la diretta dipendenza dall’agricoltura e da politiche dissennate quanto discriminatorie che possono favorire disastri sociali, incluse violenze, vessazioni e crisi alimentari. Soprattutto le Nazioni con più elevato rischio, tenuto conto anche del loro stato sociale e politico, sono superiori ad una ventina per gran parte situate nel Continente africano e nei Paesi estremi mediorientali, fino all’Iran ed all’Afghanistan; chiaramente si tratta di Paesi che dipendono dalla loro agricoltura e da un elevato livello di insicurezza nella produzione di cibo spesso legata a condizioni meteorologiche sempre meno prevedibili: se il 40% della popolazione è impegnato in lavori agricoli, ogni siccità crea enormi problemi e, se si considera che quella soglia è superata da 66 Paesi, esiste un problema potenziale per ogni singolo Paese, ma anche globale e geopolitico.  La situazione in alcune Nazioni si aggrava anche per la gestione politica spesso discriminatoria che tende a marginalizzare i gruppi sociali più poveri incrementando il rischio di rivolte e instabilità fino ad emergenze umanitarie che ovviamente possono scatenare reazioni collettive contro i governi: tali condizioni sfavorevoli, al di là di altri negativi effetti del cambio del clima che sicuramente amplifica le crisi, sono direttamente legate alla carenza di acqua.
Non saranno solo i problemi del Sud e quelli africani a soffrire delle carenze d’acqua; magari saranno i primi, ma anche i grandi come Cina, India e Russia saranno colpiti da problemi analoghi in quanto aggravati da una forte espansione demografica e quindi con esigenze idriche ed agricole crescenti.
L’acqua potabile rappresenta circa l’1% dell’acqua dolce del pianeta, anche se oltre il 70% della superficie terrestre è coperta dalle acque, spesso salate, e solo un terzo della popolazione vive in aree ove la disponibilità di acqua è sufficiente, almeno per ora. Il consumo di acqua potabile nel mondo raddoppia ogni vent’anni ed oggi quasi un miliardo e mezzo di persone hanno difficoltà di accesso all’acqua potabile e, se il tasso di crescita demografica continua con gli attuali ritmi, fra 7-10 anni la domanda di acqua potrebbe aumentare di oltre il 60% rispetto ad oggi. Naturalmente la crisi idrica si svolgerà in modo diverso a seconda dei vari scenari geopolitici e anche della progressiva contaminazione del suolo a seguito di inquinamenti chimici connessi con “veleni” usati nell’agricoltura, nell’industria e anche a livello domestico. Le tensioni sull’acqua sono sparse, oltre che nel cuore dell’Africa, anche nel Medio Oriente ove la Turchia utilizza dittatorialmente le acque del Tigri e dell’Eufrate che, se è vero che nascono nel suo territorio, stanno creando tensioni e sofferenze in Siria, Iraq ed Iran soprattutto per l’irrigazione dei campi; Israele utilizza gran parte delle risorse idriche della Cisgiordania, soprattutto dal Giordano, ma ricorrendo ad una massiccia de-salinizzazione dell’acqua di mare: la crisi idrica in quelle zone è secolare, ma viene aggravata da guerre civili come in Siria, dalle endemiche tensioni fra Israele, Palestina e Giordania e dalle diatribe politiche dei vari momenti.  Il sistema idrico tra Cina, Russia e India è condizionato dalla loro demografia in decisa ascesa a fronte dello sviluppo della loro agricoltura, ed il ruolo dell’acqua e della produttività dei suoli agricoli sta diventando maggiore di quella detenuta addirittura dal mercato petrolifero e dei suoi derivati. L’acqua è la nuova materia prima che Cina, Russia e India, ed altri Paesi asiatici utilizzeranno, come i Paesi del Golfo fanno con il petrolio ed il gas.  In tal senso l’area del Tibet, ad esempio, è importantissima per la “sete della Cina” in quanto fornisce quasi il 50% dell’acqua potabile; la Russia detenendo quasi il 20% di tutte le riserve idriche mondiali ha una leva unica per costringere alla “fedeltà” le repubbliche dell’Asia centrale, con risvolti geopolitici di notevole impatto. Secondo i dati confermati dall’ONU, oltre un miliardo di persone nel mondo non hanno accesso all’acqua potabile e circa 2 miliardi e mezzo  non dispongono di acqua a sufficienza per le comuni pratiche igieniche ed alimentari; il fabbisogno minimo giornaliero è stimato in 40-50 litri, mentre nei Paesi a più alto sviluppo economico ( Ue, USA, ecc.) ogni cittadino ne usa fino a 10 volte tanto ( in Italia siamo sui 250 litri pro-capite) e si stima che ogni giorno nel mondo circa 25000 persone muoiano per malattie collegate alla carenza di acqua. I settori di utilizzo vedono al primo posto quello agricolo con il 60-70% dei consumi totali, seguito da quello industriale con il 25-30% e da quello civile-domestico con il 10-15% e ciò pur prescindendo dai fornitori che possono essere privati o pubblici. L’acqua ed il cibo si stanno trasformando, soprattutto in alcune zone del pianeta, in risorse sempre più scarse e delicate, oggetto di attenzioni e ambizioni di grandi poteri economici; si innescano così dinamiche socio-politiche complesse incentrate sull’accaparramento e sull’accentramento di risorse la cui disponibilità è influenzata anche dai cambiamenti climatici che oggi stiamo già vivendo: un equilibrio davvero difficile e finora poco compreso e non sufficientemente “compensato” dalle azioni e dai comportamenti dell’uomo che, per comodità, preferisce nascondere la testa sotto la sabbia e continuare a consumare quei beni preziosi come fossero infiniti: ma se non cambiamo rotta e ci convinciamo che non li sono affatto, ne soffriremo presto le gravi conseguenze.
Sul piano giuridico qualcosa è stato fatto ma siamo ancora lontani da una certa regolamentazione; si è tentato di far valere il diritto internazionale con una gamma di criteri e definizioni nell’appropriazione delle acque determinanti per la tutela della gente, della loro salute e dell’ambiente e si è tentato di comporre le tensioni nate fra usi locali e globali, cioè fra le comunità che usano le reti idriche talvolta spregiudicatamente, con il diritto alla salute e all’idratazione, tentando altresì di unificare la normativa ed esortando le popolazioni ad un consumo più equo e morigerato.
In due parole i rimedi possibili si sintetizzano nella riduzione dei consumi e nell’aumentare le risorse idriche; sul piano personale basterebbe fare mente locale e ridurre gli sprechi, costruire impianti che consentano il riciclaggio delle acque riutilizzandole per l’agricoltura, evitando l’uso dell’acqua potabile;  progettare bacini di raccolta di acque piovane rivedendo le condizioni delle obsolete condotte che disperdono enormi quantità di acqua, cioè una migliore gestione delle risorse con una diversa consapevolezza che oggi non si rinviene, come invece sarebbe auspicabile.
Morire di sete o di fame per la poca acqua disponibile non è una alternativa comunque accettabile, ma se non poniamo l’acqua fra le nostre priorità geopolitiche, potremo optare per morire a causa dei conflitti che inevitabilmente nasceranno; se non si raggiungerà una disponibilità idrica accettabile nelle zone più a rischio, avremo un naturale e pesante aumento delle migrazioni verso i Paesi più sviluppati, ma anche un incremento generalizzato dei prezzi del cibo e delle materie prime agricole con una ulteriore destabilizzazione sociale, strategica e geopolitica; una vera e propria bomba che metterà a dura prova il nostro sistema di valori e la nostra stabilità sociale: la crisi dell’acqua porterà ad “una guerra del pane” e quindi a conflittualità poco sanabili. La nostra società, già densa di tensioni, incertezze e crisi di natura etnica, religiosa ed economica rischia di essere minata ulteriormente, ora e per le future generazioni, dalla mancanza di acqua: dobbiamo almeno tentare di disinnescare “i detonatori” cibernetici e dell’acqua per garantirci una maggiore serenità futura che dipende in buona sostanza solo dalle nostre mosse geopolitiche, ma anche dai nostri comportamenti e dalla nostra etica nei riguardi del prossimo.
Una Nazione assetata o destrutturata dalla cibernetica è un pericolo per i vicini, ma un Continente assetato e affamato, e con sistemi informatici in ginocchio, diventa un problema ed un pericolo globale per tutti, indistintamente: se è vero che minacce globali richiedono forme convinte di cooperazione corale fra Stati, è anche vero che molto dipende dalla cosciente consapevolezza di ognuno di noi a cominciare dalla specifica ed individuale assunzione, fin d’ora, delle proprie responsabilità per non aggravare quei fenomeni.

Giuseppe Lertora

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