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Caso Ruby: Imane Fadil, mistero si infittisce su morte modella marocchina

Non si dipana il mistero della morte di Imane Fadil, la modella 34enne di origine marocchina testimone chiave nei processi per il caso Ruby, che vedono Silvio Berlusconi tra gli imputati. La donna è deceduta il 1° marzo nella clinica Humanitas di Rozzano, dove era ricoverata dal 29 gennaio per cause ancora ignote, dopo essersi sentita male a casa di un amico. Era stata infatti colpita da un violento malessere improvviso e ricoverata prima in terapia intensiva e poi in rianimazione, con sintomi come mal di pancia e vomito che poi si erano aggravati, trasformando la sua degenza in “un mese di agonia”; condizione aggravata ulteriormente dal fatto che è rimasta lucida e vigile quasi fino alla fine.

Dai primi esami dell’autopsia eseguita il 27 marzo non è emersa alcuna “causa macroscopica” del decesso di Fadil. Tuttavia questi primi risultati non sono conclusivi: il pool di consulenti, guidati dall’anatomopatologa Cristina Cattaneo, hanno infatti un mese di tempo per fornire alla procura di Milano gli esiti degli accertamenti. Occorre dunque aspettare per avere dei dati certi.

Nei giorni scorsi, il procuratore capo Francesco Greco non aveva escluso l’ipotesi di una malattia rara. Tuttavia, nel sangue di Imane Fadil era stata riscontrata un’alta concentrazione di alcuni metalli, tra cui il cadmio e l’antimonio. Lo stesso procuratore Greco aveva sottolineato che l’antimonio era presente con un valore di quasi tre volte superiore e il cadmio urinario di quasi sette volte superiore il range normale.

Durante il ricovero nella clinica Humanitas, la giovane modella aveva parlato con il fratello e con l’avvocato Paolo Sevesi, manifestando loro più volte il timore di essere stata avvelenata. Ma in seguito era risultata negativa ai test sui veleni più comuni, in particolare l’arsenico. Inizialmente si era parlato, da fonti vicine all’inchiesta, anche di un “mix di sostanze radioattive che non si trovano in commercio, in quantità tale da escludere una contaminazione accidentale”. “Non posso dire se mi ha fatto nomi”, dichiarò il legale di Imane nei giorni in cui scoppiò il caso e venne diffusa la notizia della morte della sua assistita. Era infatti vincolato dal segreto, perché è stato sentito come testimone dal procuratore aggiunto Tiziana Siciliano e dal pm Luca Gaglio.

Nel frattempo, però, l’avvocato Paolo Sevesi ha rinunciato al mandato. La notizia è arrivata il 22 marzo, giorno in cui Sevesi, che rappresentava i familiari della ragazza, si è presentato dai pm per formalizzare la rinuncia all’incarico. Il motivo sarebbe un contrasto con i familiari sulla linea delle indagini, in particolare proprio sull’ipotesi dell’avvelenamento. Il legale, dopo i risultati delle prime analisi che hanno escluso la presenza di sostanze radioattive nel cadavere, aveva dichiarato: “E’ meglio per tutti, per Imane e per la sua famiglia. Alla fine vuol dire che in giro c’è un cattivo in meno”; in altre parole l’avvocato sostiene che è meglio pensare che si tratti di morte naturale, perché ciò significherebbe che non c’è un assassino da cercare. Mentre invece  i familiari hanno sempre chiesto di arrivare alla verità e di indagare sull’ipotesi dell’avvelenamento.

Il 26 marzo i familiari di Imane hanno finalmente potuto vedere per la prima volta, dopo quasi un mese dal decesso, il corpo della loro congiunta, per la procedura del riconoscimento della salma prima dell’inizio dell’autopsia. Parenti e amici non potevano vederla per una precisa disposizione dell’autorità giudiziaria. “Non farla vedere a nessuno”: era questa la scritta che compariva sul fascicolo dell’obitorio, apposta da un funzionario del Comune su ordine della Procura di Milano.

Proseguono intanto le audizioni dei testimoni: i pm milanesi hanno ascoltato in procura il fratello di Imane, il direttore sanitario e i medici della clinica Humanitas, oltre a numerose altre persone che potrebbero fornire informazioni utili. Si attendono risposte più precise dall’esame autoptico, mentre prosegue l’inchiesta per omicidio volontario.

Il procuratore capo Francesco Greco aveva definito la morte di Fadil “una vicenda strana”. E in effetti il giallo è ancora fitto e pieno di incognite. Strane sono anche altre due vicende accadute in questi mesi e legate anch’esse al caso Ruby: la morte di Egidio Verzini e di Emilio Randacio.

Verzini era l’ex avvocato di Karima el Marough ovvero “Ruby Rubacuori”. Il 4 dicembre 2018 aveva rivelato pubblicamente che Silvio Berlusconi avrebbe versato 5 milioni di euro a Ruby. Il giorno dopo questa dichiarazione esplosiva, Verzini muore tramite eutanasia in una clinica svizzera.

Randacio era un giornalista de La Stampa e in passato di Repubblica. Da anni si stava occupando del caso Ruby e stava seguendo il processo. Aveva 50 anni ed è morto improvvisamente il 13 febbraio per un “malore”, forse un infarto, ma pare che i risultati dell’autopsia non siano mai stati comunicati. Randacio era anche autore di un libro inchiesta sui servizi segreti dal titolo “Una vita da spia”.

Due morti molto strane, insolite per le modalità e la tempistica. Tre, se aggiungiamo il caso eclatante di Imane Fadil. Tutte e tre nell’arco di tre mesi, e tutte e tre legate in maniera importante al processo Ruby. Un caso, quello legato alla vicenda Ruby e alle serate del “bunga bunga” nella villa di Berlusconi ad Arcore, che evidentemente è ancora scomodo per diversi motivi e per i personaggi coinvolti, in primis lo stesso Berlusconi, anche perché il processo è ancora in corso. Imane aveva un ruolo molto importante nel processo, ma lo avevano anche l’ex avvocato di Ruby per le sue dichiarazioni, e il giornalista che probabilmente stava approfondendo il caso anche al di là delle udienze che seguiva.

A tutto questo va aggiunto anche il fatto che Imane Fadil stava scrivendo un libro sulla vicenda Rubygate, sulla sua esperienza, e su ciò che aveva visto e saputo. E forse nel libro avrebbe raccontato nei dettagli anche ciò che rivelò l’anno scorso in un’intervista al Fatto Quotidiano: l’esistenza di una sorta di “setta satanica” che praticava riti nella villa di Arcore. Fatti che coinvolgerebbe Berlusconi e il suo entourage, ma molto più gravi delle cene a sfondo sessuale per come ci sono state raccontate finora.

Inoltre qualche giorno fa è trapelata la notizia che la Fadil era stata minacciata da due “Olgettine”. Nell’atto di costituzione di parte civile depositato il 25 febbraio (quindi quando la modella era ricoverata nella clinica Humanitas), l’allora legale Paolo Sevesi scrive che nel corso dei processi la sua assistita è stata “interessata da minacce, tentativi corruttivi e pressioni per la revoca della costituzione di parte civile”, in particolare nel processo Ruby bis, da parte di Iris Berardi e Barbara Guerra, due olgettine imputate anche nel Ruby ter. Il 15 aprile il troncone del Ruby ter, che vede come imputato principale Silvio Berlusconi, dovrà essere riunito al processo principale con al centro le accuse di corruzione in atti giudiziari e falsa testimonianza. Imane Fadil era un tassello importante di questo processo e proprio per questo la sua morte è sospetta e avvolta nel mistero.

Stefania Nicoletti

 

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