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Una nuova rotta per gas e petrolio: Iran, Giordania… Europa

In Medio Oriente la diplomazia segue strade diverse da quelle cui siamo abituati in occidente. Per noi è difficile comprendere come una figura religiosa possa contare quanto o più del presidente di uno Stato. Ma quando ieri il presidente iraniano Hassan Rouhani, al termine del suo viaggio in Iraq, ha incontrato l’ayatollah Ali al Sistani nella città sacra di Najaf, all’ombra della cupola dorata della moschea dove è sepolto il primo imam sciita Ali, gli accordi economici presi nei giorni scorsi con il primo ministro iracheno Adil Abdul Mahdi hanno ricevuto un ulteriore avallo, religioso e politico insieme.

L’iracheno Ali Sistani, venerato dagli sciiti tanto a Baghdad quanto a Teheran, nel 2014 con un suo semplice appello aveva convinto migliaia di fedeli ad arruolarsi nelle milizie popolari che di lì a poco avrebbero combattuto l’Isis in Iraq e in Siria. Oggi difende l’indipendenza delle istituzioni irachene dall’influenza dei paesi stranieri, Stati Uniti e Iran inclusi. Un’udienza con lui è più difficile da ottenere che un incontro con il presidente iracheno.

Lunedì, nel suo primo giorno di viaggio in Iraq, Rouhani aveva firmato diversi accordi con Abdul Mahdi e il presidente Barham Salih: da qualche mese l’Iraq è la meta delle maggiori esportazioni non petrolifere di Teheran, per un valore pari a 12 miliardi di dollari. Un flusso di merci che adesso occorre facilitare con l’emissione di visti, reti stradali e ferrovie. Ecco perché la più importante delle firme di questi giorni riguarda il progetto per la costruzione di una ferrovia che dovrà unire Khorramashahr, nel sud dell’Iran, a Bassora, la città che custodisce il 60% del petrolio iracheno e il 70% delle riserve di gas naturale del paese.

La ferrovia, oltrepassata Bassora, taglierà il Medio Oriente fino a raggiungere la Siria e il porto di Laodicea, sul Mediterraneo. Accanto le correrà parallelo un oleodotto che, dopo aver toccato la città santa di Najaf, dove l’ayatollah al Sistani ha le sue scuole religiose, si separerà dalla ferrovia e arriverà al confine con la Giordania, seguendo un percorso di cui il presidente iracheno Barham Salih e il re di Giordania Abdullah II hanno parlato a Baghdad proprio due mesi fa. L’oleodotto è destinato a creare un nuovo percorso per gas e petrolio che ora, dopo i nuovi accordi presi da Rouhani, dall’Iran sciita porterà dritto ai paesi sunniti del Golfo attraverso Iraq e Giordania. E di qui, lungo il Mar Rosso, verso l’Europa.

Con la Giordania, un paese sunnita alleato degli Stati Uniti, l’Iran sembrerebbe aver poco a che fare. Ma qualcosa si è mosso proprio nei giorni precedenti la visita di Rouhani in Iraq. Il 5 marzo Teheran ha rilasciato tre giordani che erano trattenuti da gennaio per aver sconfinato con le loro barche da pesca in acque iraniane. I tre pescatori sono stati consegnati nelle mani dei giordani presso la loro ambasciata a Teheran. Certo, il portavoce del ministro degli Esteri giordano, Sufian Qudah, ha fatto sapere di aver pagato la multa imposta per la violazione dei confini marittimi, una sorta di riscatto. Ma questa è una trafila diventata ormai tradizionale quando si parla di ostaggi a Teheran: non ha sorpreso nessuno.

A sorprendere è il fatto che, nello stesso giorno in cui venivano rilasciati i tre pescatori giordani, il governo iraniano approvava un generoso piano economico per facilitare il pellegrinaggio annuale dei fedeli iraniani alla Mecca, in Arabia Saudita. Teheran offrirà loro la possibilità di pagare i costi del viaggio in valuta locale con forti sconti e agevolazioni. In Iran qualcuno ha protestato dicendo che questi soldi potrebbero andare a finanziare la guerra in Yemen, dove i sauditi combattono contro gli Houthi alleati di Teheran. Ma il piano è già stato approvato. Il governo iraniano, stretto dalle sanzioni americane, tende una mano verso il suo peggiore nemico: Riad.

Il ministro dei trasporti iracheno, responsabile del progetto della futura ferrovia che unirà il sud dell’Iran a Bassora, nei pressi dell’oleodotto, è Hadi al Amiri: è il leader dell’alleanza Fatah, il secondo partito politico iracheno, il più vicino all’Iran. Negli anni 80, durante la lunga guerra tra Iran e Iraq, Amiri ha combattuto al fianco delle Guardie rivoluzionarie islamiche iraniane. Poi, nel 2014 ha guidato una delle più potenti milizie popolari sciite nella guerra contro l’Isis: l’Organizzazione Badr. Adesso sarà lui a seguire i lavori della nuova ferrovia che collegherà l’Iran all’Iraq. Sia detto per inciso, Amiri è contrario alla presenza delle basi americane in Iraq.

Gli Stati Uniti hanno dato un ultimatum all’Iraq: ha tempo fino alla fine di marzo per rendersi indipendente dall’importazione del gas e dalle merci iraniane. Poi Baghdad dovrà adeguarsi alle sanzioni imposte a Teheran e rompere i rapporti commerciali. Il governo iracheno dice che per marzo non ce la farà e ha chiesto altri due anni di tempo.

Due giorni fa, mentre incontrava Rouhani, il presidente dell’Iraq Salih non ha lasciato adito a dubbi su cosa intenda fare: “L’Iraq è fortunato a essere un vicino dell’Iran, oltre che un paese confinante con la Turchia e il mondo arabo. Speriamo che l’Iraq possa diventare un ponte tra le nazioni della regione nel mutuo rispetto e nell’interesse comune”.

Teheran, dal canto suo, pur di stare a galla nel mare delle sanzioni americane, sembra essere pronta a scendere a compromessi con i paesi sunniti: Giordania e Arabia Saudita in testa. L’ayatollah Ali al Sistani ha il carisma per fare da tramite tra Iraq, Iran e Paesi del Golfo. In questo ultimo anno al Sistani ha tenuto aperti diversi canali di dialogo con Riad. E Riad ha flirtato con il clero sciita di Najaf in nome di una comune identità araba.

Qualche giorno fa i due principali partiti iracheni, entrambi sciiti, Sairoon e Fatah, hanno preparato una proposta da presentare al parlamento: impedire a paesi stranieri di avere basi militari nel paese, ma garantire al governo iracheno la possibilità di utilizzare consiglieri militari stranieri, iraniani compresi, per addestrare le proprie truppe. Il braccio di ferro con gli americani è appena iniziato: l’Iraq punta a tenere i piedi in tutte le scarpe e a trasformarsi in un polo regionale per il passaggio di merci e risorse energetiche. Da Teheran al Mar Rosso.

Monica Mistretta

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