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Caos in Venezuela: Maduro durerà?

Anche se la crisi venezuelana dura con alterne vicende da almeno un lustro, negli ultimi tre-quattro mesi il Paese è piombato nel caos con situazioni critiche e condizioni di vita che sono al limite della sopravvivenza per la mancanza di beni primari, dal cibo ai medicinali, all’energia elettrica ed al petrolio, con un’inflazione che gli esperti valutano oltre il 2500%: ma cosa è successo e sta succedendo in Venezuela?
Pensare che quel Paese, e io l’avevo visitato nel lontano 1968, è stato fino a tutti gli anni ’70 l’emblema della democrazia, primo fra gli Stati latino-americani, sia politicamente che sotto il profilo economico, assai laborioso e le attività produttive, supportate anche dall’ingente presenza del petrolio nella baia di Maracaibo, consentivano un benessere ed uno sviluppo industriale di tutto rilievo. Caracas era una metropoli con commerci e traffici importanti; con una straordinaria urbanizzazione, la gente si stava riversando nelle grandi città con un tenore di vita moderno e gratificante, anche se non mancava la criminalità e la corruzione e sussistevano alcune sensibili insicurezze in quell’area: ricordo ancora la pericolosità, ad esempio, dell’autostrada che va dal porto di La Guaira fino a oltre 2000 metri, a Caracas, per i frequenti assalti alle auto e sequestri di persona.
Quegli eventi, gestiti dalla microcriminalità, sembravano tuttavia abbastanza normali in una società in piena evoluzione; la capitale brulicava di attività economiche, finanziarie e di grandi ricchezze legate ai due ori: quello “giallo” estratto diffusamente nel Paese e quello “nero” che già allora competeva, superandolo, almeno in quantità, quello dell’Arabia Saudita, del Golfo Persico e del Canada. Non sembra vero che nel giro di venti-trent’anni la situazione politica ed economica si sia così deteriorata da far precipitare il Venezuela all’ultimo posto nella graduatoria democratica ed economica dell’America Latina e, nonostante quelle ricchezze potenziali degli “ori gialli e neri”, si trovi ora in una situazione catastrofica, prossimo a uno “Stato-failed” con condizioni di vita deprecabili; gente alla fame, privi di medicinali di base, con un’inflazione alle stelle e con una corruzione dilagante dappertutto che rende vana ogni istanza di sicurezza sociale. Un Paese, ora, in preda a problemi di sopravvivenza di ogni genere che si dibatte istituzionalmente fra l’attuale guida del Presidente Maduro e quella “ad interim” di Guaidò, formalmente riconosciuto dalla loro Assemblea Nazionale e da una cinquantina di altri Paesi. Da alcuni mesi sembra che il Venezuela sia al collasso a causa della grave crisi economica, politica ed umanitaria, con i militari che rappresentano comunque una forza cospicua che tiene ancora in sella Maduro, ma ciò serve solo ad inasprire ulteriormente la già fluida situazione sociale rendendola ancora più degenerativa e, sostanzialmente ambigua, con due “pretendenti al trono” di Presidente.  Di certo la responsabilità della tragica situazione venezuelana è da imputare a Maduro e, prima di tutto, al suo predecessore Chavez che, con un approccio socialista-proletario-populista, quanto guascone, ha stretto rapporti con Cuba riuscendo, malgrado la straordinaria presenza di petrolio e altri proventi minerari, a vanificare un benché minimo sviluppo della società; anzi, ora la situazione è aggravata dalle interferenze e interventi di altri Stati, primo fra tutti gli USA, con sanzioni, minacce ed embargo del petrolio e che, nonostante i maldestri tentativi e forzature di far arrivare aiuti umanitari attraverso la Colombia, rischiano di peggiorarla ulteriormente. Anche la   dei vari black-out ha inciso sul popolo ma non ha avuto effetti stravolgenti sull’intera classe dirigente, così come non li hanno avuti, almeno finora, quei tentativi di convincere le Forze Armate ad abbandonare Maduro per una transizione pacifica verso nuove elezioni presidenziali. Perfino quegli ulteriori passi per isolare e sanzionare vieppiù la produzione di petrolio già ai minimi termini, e le forniture energetiche ad altri Paesi amici, dalla Cina, alla Russia, alla Turchia non hanno avuto un effetto determinante su quella tenzone “bipolare”; neppure la minaccia di un’opzione militare americana ha sortito effetti nei militari locali schierati pro-Maduro, ma ciò non sorprende affatto poiché molti Vertici (si contano più di mille generali…) sono assai politicizzati e molti di loro immischiati nei traffici di armi e di droga, quindi con grandi interessi personali che non vogliono mollare per un destino ignoto e di minor potere. Non è solo Maduro ad opporsi a questi tentativi pro-Guaidò, ma quel “triangolo di tiranni” costituito da Cuba, Nicaragua e dallo stesso Venezuela che, fra l’altro, sono spalleggiati dalla Cina, Russia e Turchia, per interessi geopolitici globali.
Pure le proposte condivise da parecchi altri Stati, ONU compreso, di intavolare un dialogo fra le parti e avviare delle “elezioni libere e trasparenti” sono servite a consolidare il potere “legittimo” di Maduro e dividere così le opposizioni, ma con le conseguenze – per gli States – di perdere consensi nei Paesi limitrofi, dal Guatemala all’Honduras.

Viene quindi da chiedersi, al di là della situazione politica fa i due contender e le mosse di convenienza dei Paesi pro e contro Maduro, cosa stia succedendo in pratica al popolo venezuelano?
Fra le cause principali dell’attuale stato sociale in Venezuela ci sono sicuramente le sanzioni decretate dagli USA che hanno limitato l’accesso ai beni essenziali del cibo e dei medicinali e, con l’abbattimento del prezzo del petrolio su cui si basa il 95% della loro economia, hanno creato condizioni al limite della sopravvivenza popolare. Gli ori, sia quello giallo che quello nero, vengono estratti e venduti sottocosto e spesso attraverso rapporti poco chiari quanto illeciti; non aiutano certo il popolo, ma servono per pagare in parte i debiti con la Russia – circa 17 miliardi di dollari- e anche Erdogan; infatti sono giunte notizie che diversi aerei-cargo russi siano partiti carichi di tonnellate d’oro per non ben precisate “compensazioni” debitorie e con ritorni di parecchio danaro che comunque, a fronte della situazione attuale, sarà una goccia nel deserto. L’estrazione mineraria è al centro delle attività illecite in corso, in particolare nel Sud del Venezuela; gruppi armati contribuiscono ad alimentare un clima di violenze, il traffico di droga e soprattutto l’estorsione con l’estrazione illegale di oro, determinando situazioni di caos e di criminalità a spese dei piccoli proprietari di terreni che vengono “comprati” con qualche razione di cibo da parte di milizie e avventurieri senza scrupoli. Il Paese, a parte il black-out delle scorse settimane, è alle prese con energia elettrica limitata che sta paralizzando molte attività industriali e sociali; l’inflazione è fuori controllo, lo stipendio medio di un mese serve per comprare un litro di latte, e risulta che 8 persone su 10 siano affamate con ricadute sulla loro salute (è assai diffusa la malaria, la difterite e alcune malattie rare sono ricomparse); mancano medicine – quasi il 40% quelle salvavita -, alimenti di prima necessità e benzina; gli scaffali dei supermercati sono vuoti con costi inavvicinabili: la prostituzione “per necessità” è assai aumentata e per la fame, alcuni media riportano che la gente è arrivata a mangiare gli animali degli zoo e sempre meno cani e gatti si vedono circolare. La popolazione è stremata, l’economia al collasso e la situazione sembra sull’orlo di una guerra civile; anche quegli aiuti umanitari di cibo e medicinali di recente inviati non sono riusciti ad arrivare a destinazione; nel periodo sono morte oltre 40 persone e da Chavez in poi oltre 3 milioni di individui sono emigrati verso Paesi come la Colombia, Ecuador, Perù e Brasile.  Viene segnalata la presenza di bande paramilitari in diverse zone del Paese, con soldati ed agenti di Cuba sparsi sul territorio venezuelano; continuano gli arresti di vari personaggi, ultimo dei quali ha riguardato il capo di gabinetto di Guaidò denunciato di terrorismo: è ovvia l’ulteriore escalation della tensione a causa degli scontri sempre più accesi fra i due contendenti e lo sgomento popolare che fanno accreditare un intervento militare esterno.
La Russia si oppone fermamente ad un qualsiasi intervento di forza militare, ritenuto un’inaccettabile ingerenza esterna in un Paese sovrano; gli USA hanno a disposizione diverse leve prima di entrare a gamba tesa nei problemi venezuelani: dalla recrudescenza delle sanzioni, alla minaccia di colpire direttamente individui ed assetti pro-Maduro, e nei confronti dei militari che, qualora continuino a vessare il popolo civile, sono minacciati di doverne rispondere di fronte a tribunali internazionali.
E’ pur vero che l’amministrazione Trump, al di là delle dichiarazioni bellicose, tende ad escludere l’impiego della forza militare, vista anche la prevalente policy del disimpegno già manifestata in Siria e in Afghanistan, ma se le cose in Venezuela dovessero peggiorare ulteriormente, “ogni opzione è possibile” come dichiarato dal Presidente Trump stesso. Prima di arrivare ad estremi rimedi gli States dovrebbero fare ogni sforzo puntando su una cooperazione diplomatica più spinta con le altre Nazioni del Centro e Sud America, dando rilievo alle loro ambasciate ora assenti in Brasile, Cile, Honduras e via dicendo, rafforzando i legami con quei Paesi e tentando di recuperare il “flop” dell’abbandono del TPP, Trans Pacific Partnership, riportandolo in vita anche nei confronti del Venezuela e limitando nel contempo l’influenza economica cinese nell’America Latina. Si dovrebbe tentare anche di portare i moderati, quelli meno corrotti del Governo e dei Governi alleati, a far virare il Paese verso una democrazia vera con una stabilità e sicurezza assai migliori, ed evitare così conflitti regionali dalle conseguenze planetarie. Da parte americana arrivano invece, veri o propagandistici che siano, segnali sempre più orientati verso un intervento armato diretto ovvero inviando un contingente militare in Colombia per un successivo intervento in Venezuela; tant’è che il Governo di Caracas avrebbe deciso lo schieramento di sistemi missilistici tipo S-300 di fabbricazione russa per contrastare un eventuale intervento militare statunitense.
L’obiettivo di Trump in Venezuela è ovviamente quello di demolire e cambiare il regime corrotto di Maduro, colpendo indirettamente Cuba e Russia, con il ripristino della democrazia ed il rispetto delle regole e dei diritti umani: ciò anche prevedendo l’opzione militare.

Ma in tal malaugurato caso quali le ipotesi sull’uso della forza militare?
Esistono almeno due distinti scenari oppure un loro mix: una campagna aerea con bombardamenti di precisione oppure una invasione vera e propria; entrambe le ipotesi dovrebbero essere seguite da una fase di stabilizzazione civile con un Governo democratico che dovrebbe lavorare sodo e senza corruttele per molti anni, tenuto conto delle dimensioni di quella Nazione e della sua forza militare legata al precedente regime. Il Venezuela ha una popolazione di 33 milioni di abitanti su una superficie doppia rispetto a quella dell’Iraq, con oltre 160.000 militari e con altri gruppi fra paramilitari e milizie criminali di oltre 100.000 persone che, comunque, giocano contro ogni assetto di regole sociali e di legittimità, puntando a fare i propri interessi, malgrado l’establishment in carica, sempre e solo con affari loschi.
Perciò anche se l’intervento militare avesse risultanze positive, le forze USA si troverebbero impantanate per decadi in quei vasti territori per riportare una qualche forma di pace sociale e ricostruire istituzioni libere e democratiche.

L’intervento chirurgico o di precisione dovrebbe distruggere il regime militare di Maduro con le relative infrastrutture economiche e strategiche più importanti, ma soprattutto convincere il popolo ed i militari ad abbandonare quel Governo, senza che si verifichi un bagno di sangue. Al di là delle teorie e dei loro sponsor, gli interventi chirurgici hanno dimostrato sia nella guerra di Libia, sia prima in Yugoslavia, che, nonostante i successi tattici quegli attacchi hanno sempre comportato gravi “effetti collaterali” sui civili e, in definitiva, non hanno portato ad un sensibile mutamento della situazione pregressa, se non in modo assai parziale. L’intervento chirurgico richiederebbe operazioni aeree, navali e nel cyber-spazio, con l’impiego di portaerei e sommergibili per i lanci di missili Tomahawk contro basi militari, centri di comunicazioni, altresì facendo largo uso di armi cyber per manipolare e distruggere le difese venezuelane. Nel caso più favorevole, ai primi attacchi è possibile che i militari si schierino dall’altra parte anche per evitare l’escalation del conflitto; nel caso più sfavorevole, invece, gli attacchi potrebbero proseguire per mesi con effetti collaterali disastrosi verso i civili, distruggendo completamente la loro economia e creando condizioni sociali tipiche dell’anarchia, del caos e di forte acrimonia popolare nei confronti degli “invasori”.  Di più; lasciando inoltre ampi spazi ai gruppi criminali, senza tuttavia escludere un successivo intervento sul terreno: quest’ultimo scenario, forse quello più probabile visto il coinvolgimento generale, potrebbe avere tra l’altro una durata piuttosto lunga, quanto difficile.

La seconda ipotesi, quella di una invasione massiccia, dovrebbe includere lo spiegamento di almeno 150.000 soldati per distruggere aeroporti, porti, siti del petrolio e altre strutture sensibili, ma esiste il concreto rischio che le truppe americane restino nell’area per i prossimi vent’anni come è successo in Afghanistan, con costi esorbitanti sia in termini di quattrini che di vite umane (più di 7.000 soldati sono morti in Afghanistan ed Iraq…). Lo scenario migliore sarebbe, anche qui, che i militari venezuelani disertassero ai primi combattimenti senza reagire, con la popolazione dalla parte dei “liberatori”; gli USA potrebbero così ridurre il numero delle truppe presenti, dopo il collasso del regime, per supportare le forze dell’ordine e per garantire una certa sicurezza sociale, ma nel caso peggiore potrebbe scatenarsi una guerriglia con i militari fedeli a Maduro e le milizie criminali, con il rischio di divenire una endemica situazione come nel teatro iracheno. Comunque la si consideri, l’azione militare non è mai priva di effetti collaterali indesiderati e, in una situazione così precaria e controversa come quella in esame, è assai difficile prevedere e fare un giusto assessment fra benefici e negatività nella scelta della tipologia dell’azione militare: appare, in sostanza, abbastanza più logico e meno coinvolgente sotto ogni profilo l’intervento chirurgico piuttosto che la vera e propria invasione con truppe ingenti sul terreno.
Sicuramente, e a prescindere dalla tipologia dell’azione militare prescelta, l’intervento richiederà un lungo periodo di stabilizzazione del Venezuela dopo i primi combattimenti, ammesso che si risolvano positivamente, ma ci saranno costi rilevanti anche in vite umane non solo negli scontri, ma anche a causa di rivolte suscitate dalla accesa contrarietà di strati di popolazione colpiti in qualche misura da quegli attacchi, senza trascurare le avverse compromissioni dei rapporti da parte di altri Paesi latino-americani.
E non si può sottacere che l’innesco di una campagna militare nel cosiddetto “Giardino di casa” distoglierebbe buona parte delle FFAA americane dal Pacifico in cui gli States sono sempre più “committed” nel confronto con Cina e Russia, e sul nucleare con la Corea del Nord: difficilmente potrebbero impantanarsi in una campagna a lungo termine sia per quei motivi militari che per altre giustificazioni di ordine politico-elettoralistico, in vista delle prossime elezioni presidenziali.

Maduro ha portato il Venezuela a un caos prossimo alla guerra civile ed il popolo, vessato da condizioni di vita deprecabili e poco sostenibili, non accetterà ancora a lungo quel “mal d’essere e di vivere”; il presidente è entrato in una fase di Purgatorio supportato da Cuba e da molti dei suoi militari sempre più corrotti,  tallonato da Guaidò e dalla comunità internazionale che invoca se non il ricambio almeno l’avvio di elezioni democratiche per dar voce a quel popolo: è fuori di dubbio che ciò non basterà a far restare in sella Maduro per il quale, avendo i giorni contati, un qualsiasi intervento militare benedetto pure dall’ONU,  gli farebbe aprire le porte dell’Inferno.
Ma, al di là del destino ormai segnato di Maduro, visti gli esiti storici degli interventi militari anche nella nostra epoca, dall’Afghanistan, all’Iraq, alla Libia e in parte in Siria in cui i “dittatorelli”  sono stati sostituiti con altri che hanno fatto rimpiangere i primi, bisogna ben riflettere in quanto le invasioni risultano sempre più intollerabili dal popolo ancorché spesso necessarie come nel caso in specie, come è acclarato che anche le rivolte non servono per eliminare la povertà e le ingiustizie, ma solo a cambiare i nomi dei loro Capi e al tempo stesso cambiare i beneficiari della ricchezza, senza un vero e concreto vantaggio per il benessere di quel popolo dopo l’agognato cambiamento: Maduro dunque non dura, ma dopo che succederà?

 Giuseppe Lertora

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