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Lo strumento militare sbilanciato: necessità di ridefinizione dei ruoli e del procurement

Concetti strategici e case-scenario da indagare sui programmi della Difesa.

Scrivere oggi con conoscenza di causa e a prescindere da motivazioni ideologiche e da pregiudizi sui problemi principali relativi all’organizzazione ed efficienza delle Forze Armate italiane e degli squilibri interni fra le diverse Componenti, è abbastanza facile poiché certe storture sono sotto gli occhi di tutti.
Più difficile è mettere mano concretamente a quei correttivi necessari in quanto spesso prevalgono stereotipi duri da morire, invidie e gelosie maturate nei decenni da una mentalità “continentale” dominante, sia culturalmente che in parte economicamente, in un pensiero militare monolitico ed esercito-centrico che sembra considerare le altre FFAA, ed in particolare la Marina, come quella che è sempre stata trattata meglio delle altre, e per certi versi viene considerata quasi un lusso, una sorta di privilegio seppure dovrebbe essere del tutto naturale ed ovvio avere almeno un occhio di riguardo verso la medesima visto che il nostro Paese è immerso nel mare per oltre 8000 km di coste. Di più; si tratta di valorizzare quel sentimento popolare da sempre vicino alla Marina non solo per la evidente simpatia ed il rispetto storico e tradizionale espresso dalla collettività che da sempre riconosce ai marinai di operare con qualità più che basarsi sulla quantità, curando quegli scarsi mezzi messi a loro disposizione come fossero i propri, con grandi sacrifici  personali ma riuscendo a mantenersi all’avanguardia nel progresso tecnico partecipando attivamente alla realizzazione delle loro Navi per essere all’altezza delle Nazioni più progredite.
Evito di proposito paragoni, sempre antipatici, ma di fronte a certe discrasie nell’ambito Difesa, il silenzio diventa colpevole più di una severa critica. Qual è in proposito la percezione della pubblica opinione sulle varie attività svolte oggi dal personale con le stellette?
L’uomo della strada quando parla della Difesa, nell’immaginario collettivo pensa che un po’ di soldati siano occupati in teatri lontani, in Afghanistan e in Iraq, un’altra aliquota impiegata negli angoli delle strade per una fantomatica presenza più che deterrenza mentre, anche a causa del quotidiano bombardamento mediatico pensa ad un loro sensibile coinvolgimento nel controllo dei flussi migratori, al soccorso di quei poveracci che comunque, una volta approdati nelle nostre coste, diventando visibili e vagano nelle nostre città facili prede delle varie mafie, da quella nostrana a quella nigeriana finendo nelle braccia della microcriminalità quando non in quella ben organizzata; qualche altro pensa che le nostre Navi siano sparse davanti alla Libia per respingere i migranti, altri ancora che solchino gli oceani per dare la caccia ai pirati. L’immaginario collettivo non sembra interessarsi di altre attività della Difesa se non per aspetti tipicamente locali che possono riguardare il supporto occasionale in caso di calamità, il brillamento di ordigni esplosivi e di qualche volo militare per trasportare malati, ostaggi o sprovveduti in Patria; cioè, volenti o nolenti la Marina è quella considerata, nell’ambito Difesa, più operosa e più attiva su diversi fronti, anche se resta per definizione “la silenziosa”. Che, non solo appare di più , ma pur nella sua sobrietà e nella intrinseca capacità tradizionale di operare nell’alto mare e quindi “fuori vista”, è quella che obiettivamente fa di più con grande professionalità e spirito di servizio verso le istituzioni e la collettività; quella percezione e quegli apprezzamenti non si fermano all’immaginario collettivo ma, per esempio, val la pena ricordare che anche la Ministra all’indomani della sua nomina, partecipando ad una cerimonia formale, si espresse in modo così lusinghiero da proporre la Marina per il Nobel per la pace, considerate le molteplici ed efficaci attività operative ed umanitarie svolte. Chi non conoscesse gli equilibri e le diverse allocazioni di risorse fra le diverse componenti delle FFAA, sarebbe portato ad equivocare che la Marina rappresenta per l’Italia il “senior service”, mutuando gli inglesi nella considerazione della loro Royal Navy, e mai potrebbe pensare che la Marina sia la più piccola fra le nostre FFAA, a cui vengono destinate risorse risicate sia economiche che di personale costringendola, più di qualsiasi altro, a tirar la cinghia e a supplire in larga misura a quelle carenze con un incredibile spirito di sacrificio per garantire comunque le missioni assegnate con grande efficacia. Esiste un ovvio squilibrio nel rapporto fra compiti svolti, budget assegnato e uomini in organico che dovrebbe essere obiettivamente rivisitato, non fosse altro per una evidente questione di onestà intellettuale rimettendo i giusti pesi ponderali nella bilancia della Difesa. Se oggi la Marina, dati alla mano, nonostante quell’immaginario collettivo e gli apprezzamenti del Vertice assai lusinghieri per come svolge le proprie attività e ruoli, viene considerata e trattata come la Cenerentola, ancora più gravose saranno le ricadute nello svolgimento dei compiti futuri che saranno caratterizzati da minacce multiformi contro la sicurezza nel Mediterraneo, dalla difesa marittima della nostra penisola senza trascurare gli oneri sempre più pesanti per garantire la nostra stessa sopravvivenza e sviluppo tutelando la libertà delle linee di comunicazione e, in sostanza, curare quell’interesse nazionale che sta alla base del nostro benessere sociale; bisogna mettere la Marina nelle condizioni dignitose, oggi con un nuovo dimensionamento in modo da poter contribuire efficacemente allo sviluppo economico, industriale e sociale anche in vista dei massicci impegni futuri sul mare correlati alla cosiddetta «Blue Economy» su cui punta tutta l’Europa e sulle conseguenze della BRI, la Via della Seta, che pone la marittimità come un vero e proprio pilastro di fattibilità del grandioso progetto cinese. Chi parla di una Marina privilegiata non si rende conto che pur avendo assai meno risorse delle altre consorelle ne ha fatto sempre un uso parsimonioso senza voli pindarici e stando sempre con i piedi per terra, e certe affermazioni sono spesso strumentali quanto inopportune: è come negare che l’Italia sia una penisola immersa nella propria marittimità. Non bastano neppure le evidenze storiche, né quelle quotidiane per stigmatizzare la valenza della marittimità nell’arena internazionale che diventerà vieppiù centrale con un portato economico e industriale di tutto rilievo, conseguente all’internalizzazione delle linee di comunicazione marittime, all’accresciuta importanza delle relazioni diplomatiche e sociali, oltre alle potenzialità di sfruttamento delle risorse di varia natura provenienti e presenti in mare. Il mare è divenuto, e diverrà, sempre più luogo di confronto per la tutela dell’interesse nazionale ed elemento essenziale per garantire, con le proprie Marine, il rispetto della sovranità nazionale e del proprio territorio con i relati diritti, nonché la via unica o del tutto preferenziale per proiettare capacità con interventi rapidi, non invasivi e stabilizzanti in aree di crisi e di instabilità. Tali ruoli possono essere svolti appropriatamente dalla Marina attraverso uno strumento aeronavale adeguato e bilanciato nelle sue componenti navali, subacquee ed aeree che possa ben operare con quella libertà di movimento in acque internazionali senza incidere sulla sovranità altrui, con una capacità di proiezione di forze che sul mare e dal mare costituiscono un fattore abilitante e di notevole supporto anche per attività tipicamente terrestri. E, avvalendosi di una caratteristica spedizionaria unica, di grande autonomia tecnica e logistica e di persistenza nella zona di interesse anche senza supporti da terra, con una flessibilità nell’esecuzione di uno spettro di missioni che spaziano da quelle tipicamente militari a quelle di natura diplomatica e civile, da quelle di sicurezza a quelle di soccorso, può sostanziare con una stretta connessione e riflessi, la volontà politica del Paese. Non va sottaciuto che proprio nel Mediterraneo siano cresciute nel tempo lotte intestine legate a fattori etnici e religiosi, la proliferazione di traffici illeciti, da quelli umani a quelli di armi e di merci, le minacce di gruppi terroristici transnazionali, fino al fenomeno migratorio con aperte violazioni sulla sicurezza globale: è quindi sempre più necessario riuscire a proiettare capacità operative e sicurezza e a far rispettare le leggi internazionali, sia con le proprie forze, ma anche attraverso Alleanze precostituite e coalizioni multinazionali di nuova concezione per ristabilire la legalità e quindi la sicurezza in senso lato. Nelle attuali operazioni di gestione delle crisi, condotte in scenari in prevalenza aeromarittimi, a prescindere che siano sotto egida ONU, NATO, Ue o multinazionale, la peculiarità delle forze aeronavali, soprattutto se centrate su una Portaerei con elevate capacità proiettive dei loro assetti aerei imbarcati e delle indiscusse caratteristiche di Comando e Controllo, consente al politico di turno di disporre di uno strumento “pacifico” ma assai importante in termini di deterrenza e dissuasione, quindi idoneo a condurre un’azione “soft” a livello diplomatico, una importante azione preventiva ben prima di arrivare a decidere per una opzione militare. In tale ottica solo la disponibilità di una Capital ship come la Portaerei, combinata con il moltiplicatore di forza costituito dalla propria aviazione imbarcata, consentirebbe di esprimere l’essenza della politica estera ed il proprio rango nazionale e, quindi, assolvere compiti “comuni” integrandosi con le forze aeronavali dei principali Paesi occidentali per svolgere missioni di sea-control allargate, di proiezioni fuori area e di un controllo efficace ed ampio del traffico marittimo. Per i tetragoni lo si ribadisce: la Marina è l’unica FA dotata di una specifica e intrinseca autonomia logistica, operativa e sanitaria di assoluto rilievo che abbinata alla disponibilità di efficaci sistemi di comando e controllo C4I le consentono di operare con efficacia dovunque e gestire compiutamente ogni diversa attività di coordinamento in qualsivoglia scenario operativo sul mare e dal mare.  Non servono paragoni ma chi altro potrebbe svolgere quei ruoli così importanti e perfino determinanti per la stabilità e la sicurezza globale, garantendo la libertà sui mari dei traffici indispensabili per i rifornimenti e la stessa sopravvivenza del nostro Paese? Perché si continua con un approccio così ottuso nel voler negare quelle funzioni vitali e non alimentare con mezzi e risorse adeguate quella nobile FA? Incomprensibile quanto, ahimè, vero!
Non c’è bisogno di superuomini per capirlo e decidere di conseguenza, ma si tratta di procedere col machete e scardinare una mentalità retrograda, invidiosa e ipocritamente ultraconservatrice di uno status quo superato abbondantemente dai fatti e dalla realtà: bisogna pertanto smontare certi poteri che servono solo a compiacere propri egoismi mettendo a tacere quei “cantori” del comodo conservatorismo a partire dal Vertice militare. Anche silenziando le sirene esterne falsamente pacifiste è necessario un cambio di indirizzo governativo e mentalità che consideri la Difesa un sistema produttivo di sicurezza e non un’entità parassita da annichilire; perfino i più duri di comprendonio dovrebbero convenire sulla necessità di un vero dibattito sulle competenze e sul futuro riassetto della Marina ambito Difesa per darle il rango e le risorse  per ben adempiere ad un ruolo che, volenti o nolenti,  rende alla collettività, sia sul piano meramente militare che in quello duale, con delle prestazioni indiscutibilmente di pregio. La valutazione tecnica e politica dovrebbe, considerati i vari pro e contro, rivisitare radicalmente le minacce a fronte del dimensionamento delle Componenti dando loro un peso ponderale, superando i vecchi schemi, disancorandosi dal passato e da quelle ipotesi stantie per cui si programma ancora la struttura e la grandezza delle forze sulla errata presunta presenza del nemico sulla “soglia di Gorizia” e “sull’invasione della flotta aerea bolscevica”: bisogna avere la forza ed il coraggio di rivisitare quel parametro conservatore e ingiusto quanto immotivato di allocazione attuale alla Marina del 19% delle risorse sia economiche che di personale incrementandolo, per quanto espresso,  almeno al 30% del totale Difesa onde consentirle di assolvere in modo compiuto, coerente e più dignitoso quei compiti esiziali a favore del nostro Paese.
Nel recentissimo Consiglio supremo della Difesa, il Presidente Mattarella ha richiamato la necessità di “Procedere con celerità e determinazione nella razionalizzazione delle FFAA, concentrando le risorse sulle capacità realmente necessarie per l’assolvimento dei compiti primari per garantire la sicurezza del Paese”  con un messaggio forte che riguarda il programma F-35 su cui l’incertezza regna da mesi – in attesa di una valutazione tecnico-operativa – sia in rapporto alla continuità stessa del programma, sia subordinatamente alla destinazione di quei velivoli: viene perciò acconcia la rivisitazione e la razionalizzazione delle varie Componenti dello strumento militare, nonché una definizione “certa” sul programma F-35, sulla coerenza nel  supporto finanziario e la destinazione di quei velivoli mirata ai “compiti primari”.  Un segnale forte affinché quei programmi di largo respiro spalmati su parecchi anni, come appunto il procurement dei velivoli F-35 se, come è vero, sono mezzi necessari per l’assolvimento dei compiti primari della Difesa, non possono essere oggetto di continui rimandi e di dubbi circa la propria validità. La situazione degli F-35 sta invece rasentando il paradossale con evidenti danni allo strumento militare sotto l’aspetto operativo e addestrativo, ma anche con sprechi che potrebbero configurare perfino un danno erariale. Da quasi tre mesi infatti c’è un velivolo F-35 STOVL, di specifica tipologia simile agli attuali AV-8B imbarcati, il secondo di quel tipo assemblato a Cameri, su cui tutti glissano e nessuno decide se destinarlo alla Marina, come sembrerebbe ovvio, oppure surrettiziamente all’Aeronautica. Sta di fatto che ogni giorno che passa c’è una “tassa” da pagare all’industria, nella fattispecie ad Alenia-Leonardo, che varia da 3 a circa 5000 euro al giorno per le necessarie manutenzioni ordinarie: cosa aspetta ancora il Vertice Difesa a esprimersi ponendo fine alla querelle Marina-Aeronautica evitando nel contempo spreco ingiustificato di quattrini?
Un infondato mancato ritiro di un assetto pregiato e pronto ed un danno amministrativo inaccettabile. Di più; il mancato ritiro di quel velivolo che doveva far parte di quel “batch” iniziale di velivoli STOVL da inviare negli USA, nella Base di Beaufort per le esigenze formative e addestrative dei primi piloti degli F-35, ha creato analoghi ritardi di oltre 2 mesi in cui avrebbero potuto volare maturando “crediti” anziché debiti formativi o comunque ritardi difficilmente recuperabili con costi suppletivi: chi risponderà mai del danno addestrativo dei piloti e di quei costi aggiuntivi  e dei danni riflessi?
Le decisioni non prese sono comunque quelle peggiori in quanto vanno a nocumento di tutti e dimostrano, insieme con la mancanza di leadership, delle volontà sottotraccia del tutto partigiane quanto poco logiche e avvedute. Viene perfino il dubbio legittimo che il programma stesso stia traballando e, siccome non manca occasione per rinviare la decisione sui numeri e sui tipi di aereo da acquisire, c’è da aspettarsi il peggio; peraltro anche la recentissima visita in USA del Sottosegretario alla Difesa Tofalo, delegato responsabile di quel programma, ha lasciato di stucco gli americani che non hanno avuto chiare risposte ai loro quesiti, ma sbigottiti di fronte ai nostri bizantinismi per cui non hanno avuto né la conferma del programma e neppure chiarezza sui diversi futuri ordinativi dei velivoli F-35 convenzionali e di quelli con caratteristiche STOVL: il risultato immediato è che gli States hanno appena richiesto di pagare 500 milioni di dollari arretrati.   La decisione non è quindi più rinviabile vuoi per la nostra Difesa che per il partner USA non più disponibile a tollerare le nostre ambiguità e a ridiscutere precisi accordi e patti in politica estera; l’amministrazione americana non ha inoltre digerito l’adesione tempestiva italiana, prima fra tutte, alla BRI, la Via della Seta promossa dalla strategia cinese per creare una sorta di multilateralismo a scapito della supremazia unilaterale degli States. Se la nostra fratellanza fra membri europei resta solo sulla carta e il processo di integrazione con l’Ue è divenuto nel tempo una telenovela, stiamo deteriorando quel rapporto storico anche con gli americani che, più in generale, si sono stancati di foraggiarci “a ufo” e senza ritorni, avendo dichiarato ripetutamente che per appartenere al club della NATO è necessario sborsare almeno il 2% del PIL, mentre noi continuiamo a fare “orecchie da mercante” spendendo meno della metà.
La nostra politica estera priva del braccio di una Difesa adeguata e ben bilanciata, sbanda un po’ a dritta e a manca, senza seguire una main road; spesso da quegli approcci controversi quanto minimalisti finiamo per creare situazioni avverse ed imbarazzanti: le posizioni ondivaghe sulla BRI, sulla Huawei del Network 5G, come quelle assunte nei confronti delle sanzioni verso la Russia ed in ultimo con l’Iran, per citare anche quelle nei riguardi del Venezuela e per finire con quelle sul programma F-35,  stanno irritando Trump che nonostante abbia confidato su questo governo ora sta virando con un pernicioso distacco dalle sponde italiane. Se pensiamo di accudire alle nostre responsabilità sulla sicurezza e curare davvero gli interessi nazionali, visto che potremo contare sempre meno sulla storica disponibilità degli USA, per non parlare dell’Ue, dovremo per prima cosa rivolgere le nostre attenzioni alla Difesa, non per tagliare risorse, ma semmai per rafforzarne lo strumento affinché possa supportare in modo adeguato la politica estera del nostro Paese, senza la quale si conterà sempre meno e la sicurezza e la sovranità nazionale resteranno alla mercé di altri. La storia insegna che per contare qualcosa in più nei contesti internazionali, la partecipazione di assetti di pregio come la portaerei con i suoi velivoli organici è da sempre considerata dagli Alleati un “golden item” con cui cooperare nelle situazioni di crisi, come sempre fatto, ed in modo ottimale nei recenti scenari: se verrà sminuito l’apporto americano dovremo ricercare forme di cooperazione aeronavali con Paesi che hanno gli stessi preziosi strumenti, dalla Spagna, alla Francia, all’Inghilterra per strutturare un “braccio condiviso” su cui la politica estera può contare in ogni momento per azioni diplomatiche e per eventuali proiezioni di capacità almeno nel perimetro del Mediterraneo cd.
Non ci vuole molto a capire che per la gestione delle crisi, anche a carattere regionale, senza una portaerei ben attrezzata, le ipotesi di uno squadrone di volo in più o di una Brigata sul terreno, non fanno la differenza; come si potrebbe giocare “una partita” se non con la presenza di una portaerei, in grado di proteggere con i propri assetti aerei imbarcati uno sbarco anfibio in teatri abbastanza lontani e recuperare migliaia di nostri connazionali, come avvenuto oltre 10 anni fa con l’operazione Leonte in Libano? Come si può pensare che in quelle aree che si affacciano sul Mediterraneo si possa intervenire, per la tutela dell’interesse nazionale, con altri mezzi inviati dall’Italia pur confidando nella neutralità dei Paesi limitrofi?  E allora?  Delle due l’una; se avremo quegli assetti aeronavali allo stato dell’arte, spedizionari ed autonomi, potremo operare e cooperare con gli altri senza far sempre i gregari sia sul campo che nelle volontà espresse; se viceversa continueremo nei tagli delle risorse alla Difesa e nel procurement di importanti programmi, allora mettiamo fin d’ora a calcolo che in caso di necessità dovremo abbandonare i nostri connazionali alla merce’ di quelle situazioni critiche non diversamente risolvibili. E, considerata l’attuale situazione turbolenta in diverse parti del pianeta ed il possibile innesco di crisi acute, come sarà possibile esprimere una partecipazione a problemi complessi cooperando con la NATO ed altri in teatri non proprio “sottocasa” come è successo con la GWOT, la guerra totale al terrorismo, in missioni come Enduring Freedom in cui la Marina con la PA Garibaldi ed i suoi assetti aerei sono stati fra i primi ad intervenire mostrando con orgoglio il tricolore e esplicando un ruolo internazionale di assoluto rilievo per la sicurezza globale  e di apprezzata visibilità? Le risposte derivano dalle esperienze vissute e sono abbastanza ovvie: solo la Marina può intervenire con forme di deterrenza e dissuasione sia per interessi esclusivamente nazionali che nell’ambito di alleanze o forme di coalizione, in quanto è l’unica arma davvero expeditionary, autonoma e pronta che non dipende per la sua dislocazione da supporti o clearance di altri Stati, tenuto conto della intrinseca libertà di navigare ed operare nelle acque internazionali anche ai primi sintomi dello scoppio di una crisi. C’è ancora bisogno di dimostrare la valenza della Marina, della portaerei con i suoi aerei organici, e della priorità nella valutazione complessiva del ruolo di quella FA nel contesto della Difesa e del suo valore aggiunto nei confronti della nostra politica estera? Anche i tetragoni, a denti stretti e pur rimuginando sui loro pregiudizi dovrebbero chinare il capo di fronte a certe lapalissiane evidenze.
Sulla coerenza delle risorse allocate al comparto Difesa ed in particolare al procurement, invocato di recente dal Presidente della Repubblica, e sulla strategia dei mezzi militari da acquisire con quelle attuali limitate risorse, ci sono parecchie ombre che andrebbero dipanate magari con indagini serie per capire se certe forniture siano state corroborate da obiettive necessità ovvero siano state motivate da singole e singolari posizioni del tutto opinabili. Fra le altre è balzata di recente alle cronache quella riguardante il caso del velivolo P-180 della Piaggio e più specificamente lo sviluppo di un velivolo Unmanned, senza pilota, identificato con la sigla P-1HH (HammerHead) che, oltre a non aver avuto un felice esito operativo e commerciale, sembra sia stato “spintaneamente” acquisito in 8 esemplari dalla nostra Difesa, dopo aver impegnato quasi un miliardo di euro a fronte di nebulosi interessi di Paesi Emiratini del Golfo Persico, motivando la spesa con un maldestro tentativo di recupero di quella società, da tempo commissariata ed avvezza a interventi “ossigenatori” dalla Difesa. Nonostante quel velivolo-drone non risponda appieno alle specifiche degli aviatori e nonostante il forte esborso di quattrini anche a beneficio di Paesi stranieri, basandosi forse su “giusti consigli” degli addetti ai lavori, siamo riusciti a stornare da quei risicati fondi un investimento opinabile e a fondo perduto: se è vero che i soldi per la Difesa sono pochi, è anche vero che spesso per motivi imperscrutabili, su cui dovremo onestamente far luce, non solo li spendiamo a vanvera, ma addirittura premiando gli attori colpevoli di tali attività che paradossalmente continuano nella loro opera di consigliori forse per coprire le malefatte precedenti.
Il procurement è un’attività essenziale per l’ammodernamento dei mezzi militari e dovrebbe essere caratterizzato da una totale trasparenza negli investimenti in rapporto stretto alle specifiche volute dalle esigenze di FA, senza lasciare quegli ampi spazi discrezionali di spesa e di “supporto” nei confronti di Ditte e Società, a scapito delle prestazioni del prodotto richiesto: spesso non solo capita il contrario, ma su alcuni contratti e strani accordi che puzzano di zolfo, come nel caso in specie, varrebbe la pena di indagare se da quelle mosse non ne sia derivato qualche vantaggio di carriera o, peggio, qualche benefit personale dei promotori di quel progetto con baratti e regalie di vario genere poco tracciabili (da auto di lusso ad altro…).
Si tratta di far luce su una serie di progetti e forniture condotte con il parere e i consigli degli esperti del momento, dai Capi di Forza armata aerea a quelli ai vertici del Segretariato della Difesa, anche per forniture non direttamente correlate alla Difesa, come ad esempio l’acquisizione in leasing del cd. Air Force One dell’epoca di Renzi, con un coinvolgimento di Alitalia ed Etihad e la benedizione dei tecnici aeronautici, riuscendo ad acquistare un velivolo prezzato circa 160 milioni di euro quando fonti quotidiane rivelano che oggi se ne può acquisire uno sotto i 10! Oltre “all’affare” desta meraviglia che quell’aereo non può stare a Ciampino insieme con gli altri velivoli del 30° stormo perché non hangarabile, viene usato pochissimo da qualche “esimio passeggero” con quasi 300 posti vuoti, ma in compenso ci costa ogni giorno un sacco di soldi per le manutenzioni: il conto salato deve ancora arrivare da Etihad!
Al di là delle stravaganze ed ambizioni del momento, ci si chiede come sia possibile che quegli “esperti” con le stellette, che hanno condiviso e supportato quella stramba iniziativa, anziché finire negli ultimi posti per l’avanzamento, siano riusciti a cambiare pelle e faccia e, per meriti acquisiti (sic!) continuino a mantenere posizioni di potere diretto o indiretto. C ’è bisogno di trasparenza e di un po’ di giustizia, altrimenti prevarrà sempre in questo Paese il furbo e colui che pensa solo ai propri interessi personali ed al proprio esclusivo futuro che spesso non coincide con l’interesse nazionale.
Sovviene a questo punto, con una visione più allargata, una ulteriore considerazione economico-occupazionale, relativa alla nostra marittimità e al suo trend futuro; l’Italia potrebbe giocare un ruolo di primo piano nell’economia mondiale con uno sviluppo del comparto commerciale della nostra flotta mercantile nel presupposto di tutelare le rotte del trasporto merci e personale con una Marina Militare ampliata di conseguenza per garantire la libertà dei mari anche ben oltre il Mediterraneo, senza soluzione di continuità. E’ noto che già ora l’Italia si colloca al 3° posto fra le principali flotte mondiali nell’ambito dei Paesi del G-20, fra navi da carico di varia tipologia, di cisterne e di navi passeggeri, con un naviglio giovane e tecnologicamente all’avanguardia che dà lavoro a circa 500.000 persone fra addetti diretti e del terziario ad essi correlato. Investire in marittimità tentando di cavalcare quell’economia del mare, la cd. Blue Economy, dallo sviluppo iperbolico dei traffici alle notevoli ricchezze “nascoste” connesse con le potenzialità estrattive nelle predefinite Zone Economiche Esclusive, è un sano approccio manageriale che ogni politico, a prescindere dal colore, dovrebbe far proprio e sponsorizzare per il benessere del nostro Paese. Se oggi quasi il 90% delle merci, sia in volume che in valore, passa attraverso le grandi vie del mare e se si è consci che il rapporto fra investimenti nel settore produce un incremento del reddito e dell’occupazione pari a tre volte di ciò che si investe, non dovrebbero esserci dubbi su “chi e come “ mettere nella lista delle priorità di un Paese che ha una forte e strenua necessità di crescita e di occupazione. La rinnovata centralità del Mediterraneo nella strategia delle grandi potenze mondiali è anche il risultato del notevole sforzo profuso per garantirne la sicurezza ed una certa stabilità, con l’apporto determinante delle Marine militari, in particolare per la libertà nelle linee di comunicazione e dei vitali snodi o passaggi obbligati, da Hormuz a Suez, e ad Ovest fino al Golfo di Guinea e ovviamente Gibilterra. Da qui l’esigenza di assicurare la libertà e la sicurezza dei traffici via mare, preservando l’approvvigionamento energetico nazionale e ben altro, dando gli strumenti più consoni alla Marina militare; se vogliamo un mare più sicuro, dobbiamo essere consci che è anche un mare un poco più costoso: “no free lunch”, nessun pranzo appetibile è gratis.
In definitiva l’attuale contesto internazionale con le molte sfide non convenzionali ed il ritorno delle politiche nazionali in campo nella politica estera, insieme con il riposizionamento di nuovi attori geopolitici, richiede di ridefinire e razionalizzare la strategia marittima del nostro Paese, raccordandola con le aree di prioritario interesse nazionale, individuando precise linee di indirizzo e rafforzando di conseguenza il ruolo e la struttura della Marina  che deve essere commisurata ai futuri compiti per garantire tutte quelle attività sul mare e di conseguenza un futuro di prosperità economica legata proprio all’importanza del mare.    Una doverosa riflessione che parte dallo squilibrio esistente oggi nelle risorse allocate alla Marina in ambito Difesa, come mezzi e personale, che deve superare remore e sciocche gelosie e, a fronte delle esigenze e delle minacce nel Mediterraneo, fornire ai decisori del Paese gli spunti e le considerazioni più opportune per l’ineludibile rimozione dell’attuale deprecabile situazione di Cenerentola della Marina fra le altre FFAA. Nell’ambito della strategia dei mezzi, ricalcando quanto richiamato dal Consiglio supremo della Difesa, è altamente raccomandabile la conferma dei vari programmi di procurement, in primis dei velivoli F-35 che, per inciso e per coerenza, devono essere allocati nella tipologia STOVL indiscutibilmente alla Marina per sostituire gli attuali AV-8B e una scelta, tardiva ma non più rinviabile anche per i presunti danni prodotti su cui indagare,  riguarda il secondo F-35 da oltre 2 mesi pronto per la consegna a Torino, che deve essere assegnato all’Aviazione Navale, senza se e senza ma, neppure da parte del Vertice Difesa.
Infine, dal riesame di alcune forniture in ambito Difesa, sono emerse perplessità e distorsioni comportamentali non scevre da danni che debbono essere debitamente approfondite con rigore, se del caso rimuovendo gli attori interessati anche se in posizioni altolocate.
Ci sono ampi estremi per serie inchieste parlamentari e specifiche interpellanze governative per i necessari chiarimenti nei diversi argomenti.
Misure necessarie e sacrosante per una governance più giusta e per un futuro migliore.

Giovanni Giacomini

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