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Alta tensione fra Israele e Iran: il Medio Oriente sta per esplodere?

Che la situazione in Medio Oriente sia percorsa da grossi e pericolosi cumulonembi e, quindi, da incognite variabili e non ben definite, è incontrovertibile, soprattutto dopo le mosse americane con il mancato rinnovo dell’accordo JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action) sul nucleare con l’Iran, seguito dal preannunciato ritiro delle truppe USA dal teatro siriano e poi da quello afgano nonché, di recente, dall’affossamento del trattato INF sui missili balistici. Prevedere che, in particolare, la rimessa in discussione dell’accordo sul nucleare con l’Iran possa portare a qualche sconvolgimento con una ulteriore crisi nella stessa Repubblica islamica, è abbastanza facile e logico, così come è ipotizzabile che si verifichino turbamenti e scossoni nell’area e negli schieramenti fra i diversi Paesi del Medio Oriente. Tuttavia, per capire se siamo in presenza di una situazione talmente critica da prefigurare un vero e proprio conflitto regionale anche sul piano militare, è opportuno fare un’indagine approfondita con una altrettanto seria e obiettiva analisi delle condizioni di quel Paese e delle azioni poste in atto e di quelle in corso da parte di quei due “contender” regionali – Iran e Israele–  da sempre caratterizzati da rapporti di aperta ostilità.
In primis viene spontaneo interrogarci sulla reale validità di quell’accordo JCPOA sul nucleare iraniano, ora messo in discussione dopo un’alterna geostrategia triennale, da quella firma del 2015, che è apparsa del tutto diversa, quanto tollerante e divergente rispetto a quella attuale. In altri termini qualsiasi accordo a carattere economico e finanziario, con delle regole sul nucleare che in qualche modo sono state disattese, basate su presupposti paradossali come la preventiva autorizzazione all’accesso degli ispettori ai siti atomici iraniani, non può continuare come se nulla fosse, sovrastando un palese errore strategico americano che comunque oggi viene giudicato foriero di iniquità e pertanto non più accettabile. Giudicato apertamente da Trump come  “il peggior accordo mai fatto dagli americani”, frutto di una rovinosa quanto puerile concessione confortata soltanto, e nemmeno tanto, da quella ventata di ottimismo obamiano e fiducia a buon prezzo che gli occidentali spesso accordano a gente assai più scaltra che della commistione e della menzogna fanno per cultura un vanto, se non un pregio, una superiorità.
E’ perciò necessario porre in atto un’analisi obiettiva che osservi attentamente gli orientamenti e i grandi mutamenti sociali, culturali ed economici preesistenti nello specifico Paese, ma anche di quelli favoriti o meno dalla globalizzazione; non si può sorvolare neppure dall’esame attento e scrupoloso delle tendenze geopolitiche dei vari attori in gioco, sfatando i luoghi comuni per avere una visione più corretta delle minacce reali, delle sfide e dei loro interessi palesi o reconditi, senza bere per oro colato ciò che l’agenda mediatica propone spesso surrettiziamente e strumentalmente. E, al di là dei grandi decisori le cui scelte sono spesso condizionate da innumerevoli fattori, il comune cittadino deve documentarsi con sapienza e senza preconcetti, tenendo i piedi per terra e ragionando con la propria testa, poiché spesso quanto ci viene propinato da una stampa prezzolata, ancora ideologizzata e sovente “solo ripetitrice” senza carattere proprio, sono notizie partigiane, quando non del tutto deviate o fake. Comunque i media, quelli nostrani in prima fila riescono, con il loro tam-tam ossessivo e orientato, a influenzare la pubblica opinione e perfino i potenti, con le loro “open sources”, trascinandoci in quella zona grigia della comunicazione-informazione dove si mescola la verità con la menzogna, il giusto con il falso, portandoci così fuori rotta rispetto alla situazione realmente esistente: ciò non aiuta certamente nessuno a farsi un’opinione corretta della situazione, né può quindi farci prevedere un futuro molto dissimile da come fanno i nostri meteorologi previsori (sic), e neppure quindi tentare di ipotizzare soluzioni appena probabilistiche, a meno di complementare e corroborare quelle news con altre fonti, semi-aperte o perfino segretate, specializzate nei vari settori e quindi decisamente più affidabili.
Un buon marinaio, e quindi un governante che si rispetti, sente fonti diverse e osserva sempre più “stelle” opportunamente sfalsate in azimuth, e quindi più campane, per fare un buon “punto Nave astronomico”, scartando opportunamente quelle stelle, e quindi quelle news, che danno poco affidamento, altrimenti rischia di perdersi in mezzo all’Oceano di indicazioni e informazioni tutte da apprezzare.
Ciò premesso, quale è oggi la situazione dell’Iran sia nei ranghi popolari che nei Vertici della Repubblica islamica?

Sicuramente il ripristino delle sanzioni americane avrà conseguenze sulla vita degli iraniani, soprattutto sulla classe medio-bassa, già penalizzata dalle precedenti sanzioni in vigore fino al 2015, alla firma del JCPOA, sia sull’economia che per la carenza quotidiana di materie prime, di prodotti alimentari e di medicinali. Va anche detto che gli iraniani, tutti, hanno manifestato una certa resilienza di fronte a momenti difficili, sia per le sanzioni, sia per la guerra con l’Iraq durata otto anni, sia ancora per le difficoltà economiche strutturali che rallentano lo sviluppo del Paese.
Tra l’altro bisogna tener di conto che stavolta le sanzioni sono unilaterali, quindi meno avvertite, in quanto il JCPOA beneficia ancora del sostegno dell’Ue, Russia e Cina oltre a diversi partner dell’area, dalla Turchia, all’Oman e via dicendo. Non va altresì sottaciuto comunque che in larghi strati della popolazione iraniana ci sia disagio, malcontento e forme di protesta di piazza in quanto quel popolo aveva sperato di uscire dalle ristrettezze sofferte negli anni passati; dai tassi di inflazione prossimi al 40% nei momenti peggiori, dalla disoccupazione diffusa e dalla povertà di tanti, dalla impossibilità di fare un trasferimento bancario per poche migliaia di euro, a causa delle sanzioni pre-esistenti, per tacere di altro. Bisogna ammettere che le sofferenze, come in altri Paesi, non sono mai percepite in modo univoco perché gli iraniani non sono un “corpo unico” ma un insieme di realtà regionali, etniche e religiose nelle quali pesano molto le differenze fra gente di diversa estrazione sociale, fra coloro che vivono in città e quelli delle periferie o delle campagne e fra conservatori e riformisti. C’è infatti una parte pro-occidentale prevalente fra ceti borghesi, intellettuali e giovani e, dall’altra parte, i gruppi più legati al sistema della Repubblica islamica, dai Guardiani della rivoluzione, un vero e proprio potentato politico e militare, insieme con i gestori delle influenti fondazioni religiose caritatevoli sottoposte all’autorità della Guida suprema. Lo stesso capita a livello istituzionale e nel Parlamento, tra ultraconservatori da una parte e moderati riformisti dall’altra; i primi guardano e riconoscono come loro leader “massimo” la Guida suprema e i secondi che, pur non mettendo in discussione la massima autorità politico-religiosa della Repubblica islamica, si identificano nel più cauto programma riformatore del governo teso ad allentare le maglie del controllo sociale e quindi ad aprirsi a maggiori libertà personali, politiche e di espressione. L’Iran maschera la corruzione dilagante in ogni settore sociale e, nel contempo, una dittatura dietro le false sembianze di una democrazia che ha trasformato negli anni un Paese pieno di cultura e di nobili tradizioni in uno Stato irrigidito ed impoverito, capace di produrre ed esportare il terrorismo e la violenza, a fronte di ambizioni di dominio nell’intero Medio Oriente.
Coloro che soffrono maggiormente dell’attuale situazione, per ragioni diverse, sono i cittadini “normali” iraniani ed i giovani; la tenuta del sistema bancario è in forse, l’inflazione è sempre elevata e il valore del rial conta sempre meno, mentre il governo fatica sempre più a pagare i dipendenti pubblici e il benessere sociale, in sostanza, si sta allontanando sempre più. Per contro i loro Capi pensano al grande disegno iraniano e il loro regime, con gli ingenti proventi del petrolio, va a sostenere Hezbollah ed altre frange terroristiche che seminano odio e violenze nei confronti del mondo musulmano, verso gli arabi e gli israeliani, nonché ad alimentare la dittatura siriana di Assad, la guerra in Yemen e minare la pace in tutto il Medio Oriente. Non è facile capire fino in fondo quel mondo così diverso; chiunque voglia addentrarsi nelle vicende iraniane sa bene di entrare in un campo minato perché è un Paese fra i più controversi, demonizzato da alcuni, discusso da molti e conosciuto davvero da pochi, ma sempre in qualche modo sulla ribalta internazionale vuoi per la determinante presenza nella lotta contro ISIS, per il predominio musulmano sciita contro i Sauditi nel Medio Oriente, per la partnership con la Russia e Cina, vuoi infine per il conflitto storico contro Israele.
Quello del petrolio cui si è accennato appena, riveste un ruolo importante sul piano non solo interno, ma essenzialmente geopolitico; l’Iran confida nell’ampliamento delle vendite per rinnovare le infrastrutture e soprattutto espandere il mercato interno, anche se la diffusa corruzione e gli appetiti dei loro leader sono incredibili (sembra che solo la Guida suprema Alì Khamenei abbia accumulato un impero economico di quasi 100 miliardi di dollari). Teheran ha un “sacco” di petrolio, più dell’Iraq, del Kuwait e della Libia messi insieme, ma meno dell’Arabia saudita con cui il contrasto, sia per motivi economici che religiosi e di dominio nell’area, è enorme ed è destinato ad aumentare con uno scontro finanziario, religioso e, chissà, forse anche militare, con Riad. Probabilmente la messa in discussione del JCPOA da parte degli americani, anche se non avrà impatti pesanti in generale, tuttavia inciderà sensibilmente per esempio sulla possibilità delle loro banche di finanziare le ambizioni militari e quelle per la policy estensiva nella regione, atteso che il basso costo del prezzo del barile del loro petrolio sarà ulteriormente voluto e controllato dai Sauditi, con cui il confronto diverrà ancora più pesante. La stessa base industriale iraniana risulta sottoutilizzata ed ha bisogno di ingenti capitali per il proprio aggiornamento tecnologico, soprattutto nei riguardi degli ammodernamenti per l’estrazione dei giacimenti di petrolio e di gas, e dei minerali delle cosiddette Terre rare.

Ma quali le ragioni per cui Trump ha voluto uscire dall’accordo nucleare JCPOA con l’Iran, e gli effetti dirompenti nell’area mediorientale? 

Premesso che trattare con gli imam sciiti è assai difficile, bisogna stare molto attenti e cauti per qualsivoglia accordo in quanto si considerano più astuti degli altri e sono sempre pronti al ricatto quanto alle manipolazioni, abituati come sono alle manovre sottobanco: tale accordo è stato stilato, invece, sulla fiducia reciproca, quasi sulla parola, senza prevedere delle regole eque e sufficientemente stringenti per il reale controllo dei siti nucleari iraniani. Si può non essere d’accordo con la politica di Trump, ma non si può disconoscere che quando si tratta di negoziazioni e di stipula di accordi, è un personaggio con una tremenda esperienza di businessman di lungo corso, cui si aggiunge una particolare pervicacia e determinazione nel conseguire gli obiettivi “dell’America First”.  L’amministrazione americana ha quindi deciso di non certificare il rispetto iraniano di quell’accordo JCPOA con la possibilità di reintrodurre quelle sanzioni unilaterali confermate infine lo scorso ottobre 2018, sulla base di un assessment del Presidente basato su alcuni motivi tecnici e di natura politica: la verificata completa attuazione delle misure  senza violazioni sostanziali, l’assenza di attività nucleari clandestine, ma soprattutto i riflessi del mancato rispetto di quegli accordi per la sicurezza nazionale degli USA. Le molteplici violazioni toccano diversi aspetti tecnici; il primo riguarda l’eccedenza dello stock dell’acqua pesante presente, il secondo il numero eccessivo delle centrifughe per ricavare l’uranio 235 arricchito, il terzo attiene alle presunte restrizioni imposte agli ispettori internazionali per l’accesso ai siti nucleari militari. Inoltre esiste un altro aspetto meno tecnico ma assai importante sul piano politico-strategico: il JCPOA avrebbe dovuto “contribuire alla pace a livello regionale e internazionale”, mentre l’Iran ha continuato ad alimentare conflitti, terrore e disordini nel Medio Oriente. Di parere diverso sono gli altri firmatari di quell’accordo da cui vengono considerate ancora oggettivamente eque e utili le misure tecniche a sostegno di quel negoziato che comunque ha rappresentato, per parecchi anni, pur sempre una forma di contenimento del programma nucleare iraniano.  Comunque le sanzioni imposte hanno pesanti costi economici per Teheran che, ora, sembra procedere con piccoli aggiustamenti in merito al nucleare e  a quello che prescrive quell’accordo, per poter tornare, passata che sia la “nottata” Trump, ai negoziati “senza peccato”; è certo che la produzione di petrolio subirà una sensibile diminuzione, ma quelle sanzioni lasciano comunque aperta la possibilità da parte di otto Nazioni di acquistarlo, seppure sottocosto, come le merci di prima necessità, medicinali, ecc. che saranno forniti, specialmente dai paesi europei, di fatto bypassando quelle misure restrittive delle sanzioni. E’ anche evidente che le mosse dei due attori, USA e Iran, cerchino di giocare la propria partita; Washington confida che con l’aumento della disponibilità mondiale di petrolio, combinato con il decremento della domanda globale, si possa concretizzare una leva importante per deprimere ulteriormente le esportazioni iraniane, esacerbando ulteriormente il peso delle sanzioni all’interno; l’Iran, dal canto suo non sta a guardare e investe molto per evitare quelle limitazioni: di recente si è venuti a conoscenza della de-localizzazione e conseguente costruzione di alcune aziende in Libano per la produzione di missili da parte degli Hezbollah, in modo da evitare così pericolosi trasporti di materiale “sensibile” e componentistica altamente tecnologica, attraverso il confine siriano. Cioè l’Iran non ha alcun interesse a ritirarsi dal JCPOA che gli consente da un lato di condurre gli affari propri in maniera più o meno “covert” attraverso alcuni gruppi fidati e poter così lagnarsi nei confronti dei “cattivoni americani” oltreché, contestualmente, guadagnare crediti in termini di reputazione internazionale da giocarsi nei forum e momenti futuri, apparendo delle anime candide vessate dai soliti yankee. Tra l’altro meraviglia anche la posizione assunta dalla CIA e dal capo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, (AIEA) che sembrano giustificare l’operato di Teheran giudicandolo rispettoso, nella sostanza, degli accordi sul nucleare, facendo così inalberare lo stesso Trump che, piccato, li  ha etichettati “ingenui e che dovrebbero tornare sui banchi di scuola” perché, al di là degli opinabili aspetti meramente tecnici, dovrebbero rendersi conto che la Repubblica islamica è, e resta, una fonte di pericolo, di conflitto reale e di instabilità per l’intero Medio Oriente: una vision meno tecnica, ma politicamente non proprio insensata.
Una cosa è certa, Trump non le manda a dire anche se spesso si mostra intempestivo; di sicuro ha “arronzato” brutalmente la sua Intelligence e, al tempo stesso, con colpi diretti è entrato a gamba tesa nel fortino degli Ayatollah; inoltre è riuscito a sparigliare le carte del gioco posto in essere da Obama che invece ha agito sempre in modo grigio, ondivago, nel rispetto del politically-correct, facendo danni enormi non solo con l’Iran, ma quasi in tutti i Paesi che si affacciano nel Mediterraneo, e nella stessa stabilità della regione Mediorientale.
C’è inoltre una guerra non dichiarata, ma non per questo poco violenta che interessa le opposte fazioni iraniane da un lato, ed un’altra, anch’essa poco visibile ma altrettanto feroce e mirata che interessa le diverse Agenzie e Servizi delle rispettive Intelligence.

Teheran sta tentando di eliminare i vari dissidenti e separatisti in Europa, con attentati che quasi sempre sono rimasti anonimi, ancorché recenti come lo scoppio di una bomba nel corso di una conferenza in Francia di oppositori, l’assassinio di vari separatisti arabi, lo scorso anno, e via dicendo; ma anche i Servizi sull’altra sponda non si comportano da orsoline e puntano a demolire le capacità nucleari iraniane mirando agli scienziati, agli stessi depositi e laboratori per l’arricchimento dell’uranio, in modo da ritardare quanto più possibile le loro capacità nucleari autonome. Forse Trump, comunque, non ha tutti i torti nel definire “ingenui e poco preparati” i team delle varie agenzie di Intelligence; in effetti i vari Servizi US, UK e perfino quello israeliano sono stati gabbati negli ultimi decenni dagli iraniani che sono riusciti a costruire laboratori e depositi giganteschi senza che i famosi 007 siano mai riusciti a scoprirli e neppure fossero consci del loro reale avanzamento nel campo atomico. Soltanto nell’ultima decade e solo gli agenti del Mossad hanno avuto modo di scoprire con meraviglia e disappunto lo status iraniano del nucleare e da allora in poi iniziando a condurre una vera e propria guerra sotterranea, provocando incidenti strani e mai spiegati, eliminando fisicamente numerosi scienziati locali e pakistani coinvolti, distruggendo siti e laboratori dedicati insieme a mezzi di trasporto dell’uranio e di componenti tecnologici per sviluppare i missili Shebah in grado di colpire perfino gli USA.
Teheran ha continuato a mentire con dissimulazioni incredibili e a sviluppare un arsenale nucleare, biologico e chimico: in particolare ha costruito siti enormi con ingenti numeri di quelle macchine centrifughe in grado di enucleare l’uranio 235 assai raro, da quello 238 molto più disponibile: quegli impianti colossali sono risultati fantasmi perché spesso ben camuffati o perché nascosti in siti sperduti o sotterranei. Una vera e propria guerra dei Servizi coadiuvati dalle Forze speciali dei sabotatori, progettata e condotta per ritardare al massimo possibile o stroncare i programmi e le trame nucleari di Teheran, puntando sull’eliminazione delle persone chiave implicate nel programma nucleare, sabotando le forniture specialistiche non escludendo anche l’uso della cyber-war per infettare i loro sistemi informatici con virus letali di ultima generazione, come ben si ricorda lo STUXNET che devastò numerose centrali nucleari.
Ma se la battaglia condotta dall’Intelligence, soprattutto israeliana, riuscirà a ritardare ancora la costruzione e la messa a punto di una bomba nucleare iraniana, quanto potremo ancora andare avanti e fidarci di quei furboni rivoluzionari e degli ambiziosi Ayathollah?
E fino a quando, al di là delle dichiarazioni, gli agenti dell’Intelligence riusciranno a contenere realmente lo sviluppo della loro atomica?
Tra l’altro il ritiro delle truppe americane dal Medio oriente, dall’Afghanistan alla Siria, aggravato vieppiù dalla prefigurata uscita dal Trattato nucleare dell’INF, lascerà un vuoto nella fascia siro-libanese che l’Iran sta già riempiendo con Assad da un lato e con gli Hezbollah in Libano dall’altro, stringendo in una morsa ferale l’antico nemico di Israele, da cancellare dalle carte geografiche, che farà di tutto con l’impiego del suo Mossad  e delle loro Forze speciali [1] attraverso armi più o meno soft per ritardare lo sviluppo nucleare iraniano. Nel frattempo a fianco di Israele si sta sostanziando un’alleanza forte con Arabia Saudita ed Egitto in particolare; un’alleanza che prescinde dalle diversità religiose e pseudo-democratiche di quei regimi ma che si incentra pragmaticamente sugli interessi anti-sunniti di quell’area con una stretta vicinanza a Israele, quale che sia la percezione ideologica dello Stato ebraico: infatti, non a caso, i Sauditi hanno già promesso di aprire il loro spazio aereo per eventuali incursioni aeree israeliane.
Se, quindi, le ambizioni degli Ayatollah continueranno ad evolvere e Israele si sentirà braccato dalla minaccia nucleare e dal terrorismo dilagante, non si può certo escludere che possa ricorrere a misure estreme, scatenando un vero e proprio conflitto militare, atteso che già oggi loro vorrebbero intervenire -senza ulteriori ritardi- poiché valutano che l’Iran abbia già superato la linea rossa. Gli americani, alla stessa stregua hanno, a più riprese, condiviso l’ipotesi militare ma con un intervento differito nel tempo allorquando il livello di arricchimento dell’uranio dovesse raggiungere il livello cruciale dell’80% della piena operatività dell’arsenale nucleare iraniano: una condivisione concettuale fra israeliani e americani circa la necessità di intervenire militarmente, ma in tempi diversi legati a target differenti.
Di fatto quando gli esperti valuteranno con un preciso e più affidabile assessment che l’avanzamento del nucleare di Teheran avrà raggiunto un valore critico e cruciale, allora si scatenerà l’inferno.
Nessuno ha il dono della chiaroveggenza, né ci si può abbandonare a ipotesi pessimistiche, ma un’analisi schietta e obiettiva non può certamente escludere la deflagrazione di quell’area in tempi assai prossimi. Speriamo che siano valutazioni peregrine e un poco campate in aria; ma tutti indistintamente dovremo almeno tentare di capire ciò che ci circonda, cosa sta dentro a quei nuvoloni: non resta che fare un buon punto nave, senza nascondere completamente la “capa” sotto la sabbia!

Giuseppe Lertora

 

[1]Una aliquota di quelle Forze Speciali furono inizializzate e formate su loro richiesta nel 1948, con l’apporto di un team di Incursori italiani dell’allora ricostituito Reparto di Mariassalto, considerati fra i migliori arditi ed elementi estremamente professionali, decisi a tutto.

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