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Iran, cronaca di un attacco annunciato… La guerra a bassa intensità

L’uomo che ha condotto l’attacco suicida in Iran uccidendo 27 militari della Guardia rivoluzionaria islamica e ferendone altri 13, sarebbe pakistano. A rivelare ieri all’agenzia di stampa iraniana ‘Tasnim’ i risultati iniziali dell’indagine sulla strage avvenuta mercoledì scorso in una zona di confine tra Iran e Pakistan è stato il generale Mohammad Pakpour, un alto grado delle Guardie rivoluzionarie.

È l’epilogo di un lungo scambio di accuse e smentite che ha coinvolto diversi paesi. Mohammad Ali Jafari, comandante in capo delle Guardie rivoluzionarie, inizialmente, dalla televisione di stato a Teheran, aveva puntato il dito contro Stati Uniti e Israele, colpevoli di aver spinto Arabia Saudita ed Emirati Arabi a organizzare l’attentato. Poi, nel giro di poche ore, mentre le cifre dei morti sulle agenzie di stampa iraniana rimbalzavano da 20 a 27, la svolta: secondo le autorità locali l’attacco suicida, nel quale un camion carico di esplosivo era detonato nei pressi del pullman sul quale viaggiavano i militari iraniani, era stato pianificato in Pakistan.

In quelle ore sull’app di Telegram un gruppo militante sunnita, Jaish al Adl, aveva appena rivendicato l’azione. E Jaish al Adl è un’organizzazione estremista con base in Pakistan, proprio nella zona di confine con l’Iran, un’area nota per i traffici sporchi e il transito ininterrotto di oppio dall’Afghanistan.

Passano solo ventiquattro ore e nei pressi di un altro confine, con il Pakistan, avviene un secondo attentato che riporta esattamente alla stessa dinamica. Siamo nel Kashmir, la regione tra India e Pakistan rivendicata da entrambi i paesi. A Pulwama, nella zona sotto il controllo dell’India, un veicolo carico di esplosivo viene lanciato contro un convoglio militare. Muoiono quarantadue uomini delle forze di sicurezza indiane. L’attacco viene subito rivendicato da un gruppo estremista sunnita che ha base in Pakistan: Jaish e Mohammad.

Due giorni dopo l’attacco in Kashmir il viceministro degli Esteri iraniano, Seyed Abbas Araghchi, incontra a Teheran il ministro degli Esteri indiano, Sushma Swaraj. I due paesi stabiliscono di cooperare nella lotta al terrorismo: le organizzazioni che hanno portato a segno gli attentati portano entrambe dritto al Pakistan. E ci sarebbe anche un perché.

A dicembre Iran e India avevano raggiunto insieme un importante obiettivo: il completamento di un porto, quello di Chabahar in Iran, in grado di cambiare la mappa delle rotte commerciali dell’Asia Centrale. Affacciato sul Golfo di Oman e finanziato con 500 milioni di dollari dall’India, Chabahar è il primo porto in acque profonde dell’Iran e si trova all’imboccatura di una delle principali direttrici che dall’Oceano Indiano porta all’Afghanistan e al cuore dell’Asia. Il porto è così importante per lo sviluppo dell’Asia Centrale che gli Stati Uniti lo hanno esentato dalle sanzioni contro l’Iran.

Pakistan e Cina hanno investito soldi e risorse in un progetto alternativo che permette di raggiungere l’Afghanistan seguendo un’altra rotta: il porto di Gwadar, in Pakistan, 72 chilometri più a sud di Chabahar.

A marzo il ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif, aveva tentato di risolvere la difficile questione dei due porti e dei relativi finanziamenti con una mossa azzardata: si era recato a Islamabad, in Pakistan, il paese da sempre in acerrimo conflitto con l’India, nel tentativo di attirare gli investimenti cinesi e pakistani su Chabahar, sottraendo il porto al controllo indiano. Ma qualcosa è andato storto perché dalla fine di dicembre Chabahar è interamente gestito da una società statale indiana, la India Ports Global Limited. Dal 27 gennaio è diventato operativo e ha cominciato a fare concorrenza al porto di Gwadar.

Gwadar ospita mercantili, ma anche navi da guerra. Quello di Chabahar ufficialmente ha solo scopi commerciali, ma è significativo che domenica, pochi giorni dopo l’attacco contro le Guardie rivoluzionarie, l’Iran abbia varato a Bandar Abbas il suo primo sottomarino capace di portare missili da crociera.

Davood Karimi, presidente dell’Associazione Rifugiati politici iraniani residenti in Italia, ha espresso a ‘LiberoReporter’ diversi dubbi sulla dinamica dell’attentato in Iran. Karimi conosce la storia del gruppo terrorista che lo ha rivendicato, Jaish al Adl: dal 2012 a oggi ha compiuto rapimenti di militari iraniani, assassini mirati e attentati di varia natura, utilizzando mine e altri esplosivi. Mai attacchi suicidi prima d’ora. Quando passano mezzi militari, fa notare Karimi, in Iran le strade al confine vengono chiuse: i controlli sono stretti ed è difficile che un camion carico di esplosivi possa passare inosservato. “Il regime ha bisogno di una guerra con il Pakistan per giustificare la miseria, la mancanza di pane e lavoro. È la ragione per cui all’indomani della rivoluzione islamica l’ayatollah Khomeini arrivò a definire la guerra con l’Iraq una benedizione di Dio. Per questo, nel fine settimana sono stati uccisi sei soldati pakistani sul confine per rappresaglia. L’Iran non teme la guerra”.

I quotidiani pakistani hanno parlato della morte dei sei soldati, addebitandola ad anonimi militanti. Anche nel Kashmir, a Pulwama, all’inizio di questa settimana nel corso di scontri con militanti locali sono morti altri nove soldati indiani.  Una guerra a bassa intensità che coinvolge non solo Iran e Pakistan, ma si estende anche a India e Cina in lotta per il controllo delle rotte commerciali dell’Asia.
Il Medio Oriente, dilaniato da decenni di guerre, rischia di essere travolto dall’ennesima rivalità regionale.

Monica Mistretta

 

 

 

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