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Giornata del Ricordo: l’arrivo dei profughi Giuliani Dalmati visti da un veneziano Doc, omaggio a Gigio Zanon

Gigio Zanon , veneziano doc e d’altri tempi, ormai non è più con noi, ma di lui ci rimangono tante testimonianze. Oltre a quelle pubblicate nella nostra rivista LiberoReporter, ai tempi del ponte Calatrava e dei misfatti della costruzione, oggi possiamo rivivere la storia dell’esodo dei nostri fratelli Giuliani e Dalmati, costretti a lasciare le loro case a seguito delle persecuzioni cui furono fatti oggetto da parte di Tito e dei suoi scagnozzi jugoslavi (e che per fortuna non finirono la loro esistenza infoibati come tanti altri nostri connazionali), sbirciando nei ricordi proprio del mitico Gigio, che rivive tra queste pagine grazie all’amore di suo figlio Marco Zanon, che insieme alla sorella ha rispolverato tra gli archivi di una vita lunghissima passata a “conservare” il passato della sua Venezia, un passo scritto dalla mano vibrante di questo straordinario veneziano Doc.  

I “PROFUGHI” di Gigio Zanon

Abitavo in campo della Lana, e l’unico pezzo di terreno su cui si poteva giocare con una palla fatta di stracci era il campazzo dei Tolentini, (dove adesso c’è l’università di architettura) ma che fino a poco tempo prima era stata un caserma dei militari tedeschi. Era il 1946, una mattina.
Arrivano degli uomini con un fazzoletto rosso al collo, mitra in mano (di mitra in quegli anni ne avevamo visti a centinaia… e oramai li sapevamo anche distinguere. Comunque erano degli STEN, di quelli col caricatore laterale…) e ci cacciano via tutti e si mettono a una certa distanza l’uno dall’altroverso i giardinetti Papadopoli, e giù giù verso piazzale Roma. Di là non potevamo veder altro.
Dopo poco tempo iniziano ad arrivare prima dei ragazzi, poi donne e quindi uomini. Tutti avevano sacchi o lenzuola pieni di stracci, di abiti, pentole, ecc. Davanti di loro altri due uomini col fazzoletto rosso al collo, e ancora di quegli uomini parte per parte di questa colonna di gente. I loro visi erano tristi, molte donne piangevano. Ed entrano tutti nell’edificio che poco prima era stata una caserma.
Tutti dentro!
E noi lì a guardare.
Entrata l’ultima persona, il portone venne chiuso e tre uomini si misero fuori di guardia.
Entrano delle persona ben vestite. Fasce tricolori a tracolla, e anche dei militari alleati: li conoscevamo dalle divise.
Ci facciamo coraggio e chiediamo a quegli uomini dal fazzoletto rosso cosa era successo, e uno di loro – un giovane che avremmo rivisto anche in seguito – ci disse che erano profughi Dalmati, che erano arrivati quella mattina e che i “compagni” – gli uomini dal fazzoletto rosso – li avevano scortati dalla Marittima fino a lì e che erano “titini” e che lì sarebbero rimasti per diverso tempo. Che dovevamo stare attenti a loro perché erano pericolosi e tutte robe del genere.
Da quel giorno il campazzo ci era stato interdetto, chiuso, si poteva solo passare dai Tolentini a S. Rocco.
Però noi avevamo il vantaggio di conoscere la zona e sapevamo che potevamo parlare con quelli che lui aveva chiamato titini quando volevamo: per via acquea!
Difatti dietro quella che era stata una caserma, e prima ancora il convento dei frati Teatini della vicina chiesa, correva il rio delle Muneghette.
Altro nostro paradiso di giochi con le barche. Dal ponte di campo della lana si arrivava fino a campo S. Rocco.
Prendiamo…  “in prestito” la barca di Polo, il pescivendolo che stanziava in corte Canal, e arriviamo fin sotto le finestre della caserma.
E da lì inizia il nostro dialogo con quelli che tenevano nascosto, chiamati titini. I ragazzi venivano via con noi con la barca a giocare. Agli uomini facevamo passare traghetto affinché uscissero per fare i fatti loro.
E si instaurò un rapporto di amicizia fra di noi.
Gli uomini col fazzoletto rosso, che si facevano chiamare “compagni” e che poi abbiamo saputo essere comunisti, facevano la guardia sempre in Campazzo!
A mezzogiorno e alle sette di sera arrivava la barca degli alleati con dei pentoloni pieni di brodaglia e altri generi alimentari.
A settembre – calmatesi le acque – riaprirono le scuole e ai Cavanis ci ritroviamo alcuni di quei ragazzi.
Ricordo ancora il nome di alcuni di loro: Stilinovich, Sesanich, Buda, Zuancich, ecc.
E così conoscemmo dalla loro viva voce le loro vicissitudini. Come mai, ad esempio, così pochi uomini adulti: o morti o infoibati.
Chiediamo loro cosa significa, e uno di questi ragazzi ci dà ogni possibile e diretta informazione! Cose inenarrabili!
Andavamo sempre per via acquea tutti i pomeriggi a “casa” loro… casa!!!
Delle coperte e delle tende stese attraverso dei grandi stanzoni a dividere tra loro le famiglie!
E dalle loro bocche apprendemmo tutti il resto dell’orrore vissuto da quella povera gente: DA QUEI NOSTRI FRATELLI VENETI OLTREMARINI!!!
Gente che dopo l’arrivo de comunisti di Tito si credeva al sicuro, ma che si erano trovati peggio di prima. Che poi – siccome erano voluti scappare da QUEI comunisti – si erano fidati dei “nostri” comunisti, che invece erano stati accusati di vigliaccheria e di tradimento della causa comunista!
Rimasero lì per alcuni anni e un po’ alla volta presero altre strade, andarono in altre città.
Ma mai più a casa loro!
Dove erano nati, cresciuti, dove stavano i loro Defunti, le loro case i loro ricordi!
In seguito ritrovai Marino Stilinovich.
Era secondo ufficiale di coperta a bordo della nave Esperia, dove io invece facevo il cameriere di sala.
Poi più visto nessuno.
Chissà che fine avranno fatto!
Di una cosa sono certo: che i compagni comunisti debbano aver fatto una brutta fine! Quella che meritavano!
E se non tutti l’hanno fatta, quando andrò anch’io “di là dell’acqua” e troverò … chi di dovere mi dovrà dare qualche spiegazione …
Gigio Zanon

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