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Il bivio strategico della Difesa italiana: fra incertezze, parossismi e marittimità

La nostra Difesa sembra avvolta da una nebbia fitta da tempo, con grosse difficoltà ad uscirne e procede a lento moto sempre più verso una atomizzazione della propria struttura, con un più deficitario sostentamento, mentre la sofferenza nei ranghi si fa sempre più acuta e irreversibile per la carenza di risorse economiche e di uomini adeguate, e la visione geopolitica oscilla fra forme conservative di “containment” e quelle del ritiro o della rinuncia. Sembrano prevalere obiettivi di corto respiro e di piccolo cabotaggio sul piano militare con una partecipazione sempre più retriva e limitata alle missioni internazionali, a fronte invece di un rilevante impiego di quei “professionisti” in compiti ancillari di “presenza figurata” nei vari angoli delle strade metropolitane: su 14000 militari operativi impiegati attualmente nei vari fronti, il 50%, cioè circa 7000 svolgono compiti che con la Difesa ci azzeccano poco e non si può certo affermare che siamo in emergenza continua. Quell’impiego balzano è sintomatico di una commistione di ruoli e compiti istituzionali e richiede, insieme ad altre questioni non meno rilevanti, non certo e non solo dichiarazioni conservative e retoriche alla stregua di quelle fatte dal neo-Capo della Difesa nella recente audizione alle Commissioni Camera e Senato che auspica un fumoso “sistema di sicurezza nazionale”, mentre a priori appare necessario compiere, con pragmatismo e concretezza, una disamina sul piano geostrategico per definire ed indicare prima le priorità della Difesa nel suo ambito  per “l’interesse generale” del Paese.
E’ del tutto evidente che le politiche militari attuate negli ultimi anni sono dipese da indirizzi spesso ideologici, quanto tardivi per non prendere decisioni impopolari che hanno privilegiato la propaganda e mosse elettoralistiche abbandonando il comparto militare alle razionalizzazioni più spinte, cioè ad improvvide riduzioni di budget, mezzi e uomini, che continuano a stringere la cinghia. Né, in quel senso, si può pareggiare i conti ricorrendo al cd. impiego duale, come soldato di guardia al bidone senza rendersi conto che quel soldato, essendo un professionista addestrato e preparato, non è un “ragazzo di leva” assai più facilmente spendibile per qualsivoglia esigenza o pseudo-emergenza: quei professionisti debbono essere impiegati nei teatri ad alta valenza operativa, dalla Siria all’Afghanistan o in Libia che sono obiettivi strategici e della massima importanza per la sicurezza globale, Libia in particolare per l’Italia, connessi “all’interesse nazionale” per le ovvie necessità di materie energetiche, petrolio e gas, per tacere d’altro.
Non si tratta solo di elencare lineamenti programmatici scontati, quanto conservativi e per compiacere al politico sottolineando – come fatto nel corso dell’audizione del predetto Capo con delle trite considerazioni- che ci sarà “una valorizzazione delle esperienze e delle dottrine pregresse”, facendo balenare perplessità sul ritorno o a rigurgiti di quel famigerato Libro Bianco, ma di avere il coraggio di analizzare e modificare in base alla loro utilità ed operatività le varie Componenti allocando o richiedendo con forza risorse attagliate e valutando criticamente la strategia dei relativi mezzi e del personale; di valutare quanto siano da mantenere o rinnovare, in relazione allo scenario europeo ed internazionale, le tradizionali alleanze; di apprezzare la naturale ed essenziale marittimità del nostro Paese nel contrasto alle sfide ed alle minacce euro-mediterranee, e molto altro con una visione geostrategica che non poggia sul passato e sulle lamentele. Che individua, invece, uno strumento militare più aderente alla nostra realtà fattuale, credibile ed affidabile, definendo un LoA, livello di ambizione che non può e non deve essere dimesso e ridotto in principio, poiché ne va della nostra reputazione, della stessa sovranità e del rango a livello internazionale.
Intendiamoci. La geopolitica dovrebbe precedere sempre la geostrategia quale sorella maggiore, ma talvolta quando la politica estera è avvolta nella nebbia, può capitare il contrario e possono essere proprio le Forze Armate, loro strumento istituzionale, a dare un decisivo contributo alla sua spinta; oggi il promesso e decantato cambiamento, almeno per la Difesa, si è arenato sugli scogli: siamo nel guado, per usare un eufemismo.
Anziché avere una visione geopolitica centrata, come vuole la dottrina, sull’interesse nazionale, che deriva in primis da quello proprio nel Mediterraneo, o meglio in quello cd. Allargato, lo  sguardo sembra rivolto verso un più comodo passato pur con ostilità e rimettendolo in discussione; dai grandi lavori ed opere, alle tradizionali alleanze, alla stessa Unione europea, alla Francia senza escludere colpi alla Germania, fino a scagliarsi all’interno contro forme di pseudo-ricchezza- i pensionati dorati-  si creano cesure e  invidie sociali, perseguendo un’azione demolitrice a tutto campo nella ricerca di nemici, e senza alzare lo sguardo sui problemi reali del Paese, inclusi gli aspetti della Difesa che in definitiva attengono la sicurezza della nostra gente. Per il futuro del nostro Paese e per far sì che possa ancora giocare qualche definito ruolo nello scenario internazionale ci vuole altro; come se le mosse delle grandi potenze, dagli USA alla Cina, alla Russia non tentassero di occupare quegli spazi vuoti dimenticati per asservirci e sfruttarci ai loro interessi (pensiamo al loro ritiro dal Medio Oriente, dalla Siria ed Afghanistan, nonché alle pesanti ripercussioni che comporterà la realizzazione di quel planetario progetto della BRI, Belt and Road – la via della Seta- cinese, ecc.) e come se, anche nella Ue, fossimo pervasi da amicalità, mentre quelli si rivelano sempre più “amici- coltelli” litigiosi su qualsivoglia questione, privi di ogni forma di solidarietà, a fronte dell’incontrastato potere dell’asse franco-tedesco benedetto da Bruxelles che ha finito per escludere l’Italia dall’agone primario economico, politico, militare e industriale occidentale.
Un momento parteggiamo per Putin salvo poi adottare le sanzioni, manteniamo posizioni ambigue con gli Ayatollah, la Siria ed i Curdi sono dimenticati, e infine si va in paranza da Trump per farci dare una pacca sulle spalle, ma in Venezuela prendiamo posizioni alterne e contrarie perfino ambito Ue, e chissà che succederà in Albania: tutto è vago.  L’Ue, poi, da buona matrigna ci abbandona alle pretestuosità di certi esimi personaggi, cui ci inchiniamo pure, e non si esime dal bacchettarci sui bilanci e su vari fronti, immigrazione inclusa: forse anche nei loro confronti varrebbe la pena assumere una direttrice di marcia “nazionale” non rancorosa ma ferma e opportuna, magari con alleanze bilaterali fra Paesi culturalmente più vicini (Spagna, ecc) per controbilanciare quell’asse perverso franco-tedesco. Sul fronte interno i nemici non mancano; siamo in recessione, ma confidenti perché il vento del cambiamento porterà presto un “boom” economico, un New Deal incredibile! (forse con speranza di un migliore budget anche per la Difesa?).
Largo ai giovini, alle loro vision, ed alle “prospettive” senza basarsi però solo su quel reddito di cittadinanza che non produrrà certo maggiore occupazione ma, se mai, andrà a gratificare chi non mai hanno lavorato e mai intende farlo, a scapito dei vecchi che devono sparire insieme a quei pensionati dorati che, pur avendo contribuito più di altri fancazzisti a migliorare la nostra società insieme alla loro posizione sociale, ora devono pagare per i loro meriti e sacrifici essendo dei “parassiti dello Stato”: peccato che a dichiararlo siano dei parassiti veri in quanto non hanno mai fatto nulla. Fanno i giramondo, ma non riescono a recepire i valori veri ed il riguardo nei confronti dei veterani che esiste dappertutto; hanno mai visto come le Nazioni serie trattano i veterani, per tacere di quelli di guerra, delle FFAA, considerati proprio per la loro seniorship in tutti i servizi sociali, mentre qui sono taglieggiati e messi alla gogna per aver fatto il loro dovere?  Del tutto analogo è il sentimento nei confronti degli appartenenti alla Difesa, anch’essi banda di parassiti da razionalizzare, da efficientare e possibilmente ridurre al lumicino nel relativo bilancio.
La sicurezza e la difesa della gente è divenuta una questione ancillare; le FFAA un peso parassitario a cui bisogna togliere tutto il possibile e, quindi, da buttare per “strada”; i veterani che “sugano e basta” vanno colpiti e affondati: povera Italia che sperava, come molti suoi cittadini, nel vento nuovo del cambiamento, ma se c’è, è soltanto in pejus.  In questo contesto nessuno sembra rendersi conto del pericolo dell’ISIS e dello Stato islamico, delle ambizioni smodate degli sciiti iraniani, del Medio Oriente pronto ad esplodere e dei nostri interessi in Libia: continuiamo a ignorare l’incertezza che ci circonda, ci manteniamo in una sorta di equilibrio instabile anche nelle alleanze confermando la nostra adesione atlantista, senza pagare pegno, e in maniera prona agli States, andando a giro un po’ in Qatar e poi a Ryad, ma senza che poi ci sia un serio dibattito parlamentare sugli schieramenti in politica estera. Il tanto sospirato forte vento del cambiamento e della trasformazione è diventato bonaccia, calma piatta. Cerchiamo di vedere comunque il bicchiere mezzo pieno; l’approccio verso una immigrazione clandestina divenuta insostenibile, è riuscito ad esempio a contenerne decisamente l’entità dando un nuovo messaggio di “non accoglienza”, un segnale positivo per la percezione di maggiore la sicurezza e sovranità che non guasta anche per contrastare i forti interessi della criminalità organizzata, delle diverse mafie o dei foreign fighters pronti a tornare a casa.
Si plaude alla condanna dei gruppi “favoritori” come le ONG, lasciando invece lavorare la Guardia Costiera libica per il loro soccorso SAR, ove compatibile e necessario per farli ri-approdare in Libia: smettiamola però di trattare il problema come emergenziale con un bombardamento ossessivo dei media per ogni sciocchezza e perfino considerarli “armi di distrazione delle masse”.
Qualunque politica, buona o meno che sia, deve assumersi in toto la responsabilità delle azioni poste in atto e delle relative conseguenze, sporcandosi le mani se occorre. C’è bisogno di ripulire la società ed innestare un vero cambiamento, riscrivendo le regole del vivere secondo un reale stato di diritto che è venuto meno; un modus vivendi in cui la cultura del diritto sia forte e prevalente e non propenda per la sua volatilità a seconda del vento che spira: gli “adempimenti” sottoscritti ed i contratti legali fatti fra Stato e cittadino non si possono cambiare a seconda degli umori ma debbono restare solidi e resilienti in base al nostro dettato costituzionale, pena lo sfascio del patto sociale. La politica non può indirizzarsi in modo surrettizio a favore di uno sterminato ceto parassitario, anziché pensare a sostenere istituzioni come la Difesa, la scuola, la giustizia ed altro; si deve pensare prima ai tax-payers e poi ai “tax consumers” evitando cesure e parossismi di uno “Stato del rovescio”; i cittadini debbono sempre confidare nei loro diritti e nel principio “pacta sunt servanda”  degli “adempimenti” sottoscritti reciprocamente negli anni, sia verso i singoli che le Istituzioni.  Una gestione colta e non contradditoria, che tuteli i veri principi evitando paradossi anche nei confronti delle proprie Forze Armate che, nel solco del pacifismo, sembrano affette da spinte populistiche e retoriche anche nel loro impiego. Perciò una particolare riflessione merita la Difesa impegnata da tempo in missioni assai complesse ed onerose, ma soggetta a budget sempre più stringati e spesso insufficienti  per disporre di un dignitoso quanto efficace strumento militare; quel “salvifico” Libro Bianco che avrebbe dovuto riorganizzare lo scibile militare è da dimenticare visto che soprattutto è servito a tagliare i ranghi a 150000 elementi e a farli divenire vecchi anzitempo, proponendo soluzioni prossime al parossismo concettuale (dalla creazione di un Generalissimo, alla civilizzazione spinta a vari livelli, a moduli organizzativi indigeribili) con il postulato, retorico quanto illusorio, di conseguire con minori risorse umane e finanziarie, addirittura migliori obiettivi e con ottimali risultati di efficienza, di efficacia e di maggiore economicità.
Era chiaro che quella non poteva essere la soluzione, ma è servita per diluire i problemi allora esistenti e strumentalmente per prendere tempo e non decidere, innanzitutto sulla spinosa questione dell’acquisizione dei velivoli F-35: ci si augura soltanto che certi rigurgiti di quel miserevole tomo siano definitivamente sepolti e non se ne parli più, anche se alcuni danni sono già stati fatti.
L’altro paradosso incredibile attiene all’allocazione delle risorse finanziarie sempre più deficitarie alla Difesa per potersi dotare di strumenti più o meno sufficienti a fronte dei compiti che istituzionalmente gli sono affidati dalla stessa Costituzione. Agli occhi del comune cittadino l’allocazione di quelle risorse risulta quanto meno controversa e mal distribuita, a fronte dell’impegno continuo e costante di alcune Componenti della Difesa, mentre altre sono dormienti o al massimo si agitano per far vedere che esistono; in tale ottica è acclarato che la Marina assolve ogni giorno in modo ineccepibile ed in silenzio i compiti affidatigli per la Difesa marittima, per garantire le linee di comunicazione, per contrastare i traffici illeciti via mare e la pirateria, per la gestione dell’immigrazione e via dicendo con una presenza attiva nel Mediterraneo e oltre, con risultati di elevato livello rispetto ad altre Componenti che vivacchiano con qualche sporadica missione di volo e qualche gazebo negli angoli delle vie con Strade sicure.
Se vogliamo continuare a fare le nozze con i fichi secchi e non supportare obiettivamente quei soldati o meglio quei marinai, non faremo bella figura né sul campo, né a livello di credibilità internazionale; dopo tutte le ristrutturazioni e le rivoluzioni copernicane che dovevano portarci a livellare quel trinomio sbilanciato attestato su 70-18-12, rispettivamente per stipendi personale, investimenti ed esercizio, verso  valori utopici di 50-25-25, oggi  dopo aver varato quella “meravigliosa” riorganizzazione abbiamo addirittura  innalzato il valore dello “stipendificio” all’81%, a scapito degli investimenti  scesi al 10% e a totale detrimento del normale funzionamento del 9%, alla faccia di tutti quelli, circa 40000 persone, giudicate all’improvviso non più buone “per il Re”, ma anche per tutta quella gente rimasta che tira la carretta con dignità sulla propria pelle, non avendo i quattrini per l’addestramento, per fare le manutenzioni e per poter generare le forze davvero efficienti e pronte. In questa situazione le FFAA sono divenute un vero e proprio, stipendificio, visto che per gli altri essenziali fattori degli investimenti e delle manutenzioni- consumi di funzionamento, ci sono solo briciole e parlare di “prospettive” è quanto meno azzardato nonché fuori luogo. Prevale d’altronde la sconsideratezza nei confronti del nostro soldato che, al di là dei compiti svolti non certamente gratificanti (si pensi a Strade sicure e alla guardia al bidone…) usufruisce di una spettanza in rapporto a quel PIL assegnato alla Funzione Difesa realmente sotto l’1% per cui il nostro soldato costa – e grava fuori tutto- 25000 euro/anno, mentre ai francesi, tedeschi ecc (per tacere degli USA, di UK e molti altri) ne costa in media più di 50000 euro, cioè il doppio, e si pretende lo stesso output operativo e gli stessi risultati: c’è qualcosa che non torna. Delle due, l’una: o noi abbiamo dei superman che suppliscono con non si sa bene quale forza e motivazione a quelle risicate risorse, oppure è anacronistico aspettarci un pareggio dei conti e dell’operatività con chi possiede “alimenti e mezzi” adeguati e doppi, confidando su “moltiplicatori” strabilianti che oggettivamente non esistono nel nostro DNA guerresco.  E’ una questione di serietà, di rispetto e perfino di onestà intellettuale; i nostri governanti debbono far ricorso all’etica della responsabilità, mettere mano con coscienza al comparto militare con una strategia dei mezzi che consenta di non mandare gente allo sbaraglio con strumenti obsoleti, non integrabili neppure nelle attuali alleanze, ma a partire – ad esempio dai velivoli F-35- decidersi una volta per tutte per garantire almeno in certi settori la comunalità e la possibilità di operare insieme, senza essere estraniati dalle comuni attività, oppure costituirne un peso inaccettabile.
Altrimenti c’è un’altra soluzione: quella di alzare la bandiera arcobaleno al posto del Tricolore, o meglio la bandiera bianca, arrendendosi a diventare come il Costarica che pare vada avanti anche senza FFAA, sperando nello stellone e che gli altri “buonisti” in caso di necessità, anche banali, ci diano una mano.
Coerentemente, quindi, non si parli più di sicurezza nazionale, di prevenzione delle minacce, di contrasto a fenomeni che in qualche modo sono alle nostre porte; se altresì dobbiamo mantenere scelte di fondo di adesione alla NATO e al tradizionale rapporto con gli USA, dall’altro continuare quel travagliato cammino verso l’integrazione estensiva dell’Ue, che insieme rappresentano due capisaldi irrinunciabili anche nel mutato scenario geopolitico, non possiamo essere sempre la pedina debole del gioco. Se vogliamo continuare a partecipare alle missioni “per la pace nel mondo” da tutti auspicate in linea di principio, sia con azioni di prevenzione che -ove occorra- di repressione, al fine di evitare scossoni all’attuale ordine internazionale ed alla sicurezza globale, la strada è diametralmente opposta: l’appartenenza alla NATO, alla Ue e all’ONU richiede non solo adesione di principio, ma una nostra effettiva partecipazione a quei “club” con pagamento delle rispettive “quote” nell’interesse nazionale, ma anche per un giusto raccordo più o meno paritetico, direi anche dignitoso, con gli alleati per i più vasti interessi occidentali. Le aspirazioni del nostro Paese non possono limitarsi ad invocare la solidarietà altrui, tanto si è visto che quello spirito di mutuo soccorso è un concetto solo teorico, ma quando si scende in pratica, la solidarietà e l’assistenza reciproca svaniscono e sono sovrastate dai propri esclusivi interessi; finora, barcamenandoci, quelle cooperazioni ci hanno consentito “alla belle- e- meglio”, e con grandi sacrifici dei soldati, di garantirci un certo alone di credibilità soprattutto nei teatri internazionali e nelle operazioni marittime con un ritorno positivo in termini di rango nazionale. Ora più di prima ci viene richiesto un impegno con uno strumento militare idoneo e compatibile con il nostro LoA che investe non solo l’ambito prettamente militare, ma che si sostanzia in una proiezione di capacità, oltre alla intrinseca funzione diplomatica, ponendo al centro di quell’impresa e anche in prima linea, la potenzialità attuale e, a ben guardare, in prospettiva, della Marina. Né possiamo confidare ancora nei lineamenti del Libro Bianco; si spera perciò che le dichiarazioni del neo-Capo con quella “valorizzazione del passato..” non si riferiscano anche a quello, in quanto con un colpo di scure abbiamo ristretto il dimensionamento dei mezzi e del personale in modo drammatico nel presupposto che quei “restringimenti” malsani portassero ad un qualche risparmio da riversare sulla stessa Difesa, ma ancora una volta ci siamo illusi e quel comparto con i suoi soldati sono rimasti a bocca asciutta. Per fare scena abbiamo ridimensionato anche il perimetro delle nostre proiezioni, restringendo surrettiziamente quel Mediterraneo Allargato quando tutti sanno che se non si partecipa attivamente alla tutela del mare, delle sue linee di comunicazione e si controllano gli Stretti, in particolare Suez e dintorni, in caso di crisi ne subiremo per primi le tremende conseguenze. Dimentichiamo troppo spesso che le turbolenze nella regione mediorientale non si sono acquietate, anzi i venti di guerra e di crisi profonda, oltre la continua presenza della pirateria, stanno incrementando la loro virulenza portando ulteriore instabilità geopolitica con appetiti e ostilità variabili, ma sempre forti. A parte quindi il pensiero di qualche pacifista e di qualche incompetente, è lapalissiano che l’Occidente, e noi siamo fra quelli, dovrà fronteggiare rischi di varia natura in buona parte subdoli ed asimmetrici, cercando innanzitutto di prevenire lo sviluppo ed il deterioramento delle situazioni di crisi, non solo con le suppliche delle anime belle, ma prima con la diplomazia e poi, se del caso, con il contrasto e la forza; non basterà quindi invocare a gran voce e supplicare la pace perché ci vorrà ben altro per ottenerla e, se non avremo delle FFAA decenti e proiettabili con una certa autonomia, non potremo fare nulla per la sicurezza e la stabilizzazione di quelle aree. Solo degli illusi, degli ingenui o degli antimilitaristi per definizione possono credere ancora che urlando la pace la si ottenga anche con truppe da impiegare al momento, alla bisogna, visto che gran parte dei nostri soldati sono bravi a fare il piantone nelle città, ma non sono certo più addestrati per quegli scopi guerreschi; solo gli sciocchi possono pensare che “civilizzando” sempre più le nostre FFAA ed abituarle ad essere disarmati, poi allo schioccare delle dita tornino a fare i soldati veri, a combattere senza farsi male. Basterebbe almeno dare una giusta valenza nell’ambito interforze a quelle attività che sia in tempo di pace e anche in tempo di conflitti o crisi sono svolte a prescindere, poiché connaturate ed intrinseche, e legate alla nostra marittimità, visto che – anche se il Capo nell’audizione non l’ha minimamente citata, forse per una questione salmastra allergica- fino a prova contraria la nostra Nazione è immersa per i tre quarti nel Mediterraneo e attraverso i traffici marittimi, che piaccia o meno, corre il 90% delle materie prime ed energetiche senza le quali non sopravvivremo neppure una settimana : chi ha il compito di curare gli interessi legati al mare ed alla nostra sopravvivenza dovrebbe occupare un posto di rilievo nella nostra Difesa. Ma non è così, purtroppo per tutti noi: la Marina, unica Componente che opera quotidianamente a prescindere dai tempi e dalle minacce è, in termini di risorse, l’ultima ruota del carro, la Cenerentola. Tra l’altro esistono degli interessi emergenti che, oltre quelli accennati, sono conseguenti alla sempre più spinta territorializzazione degli spazi marittimi ed alla creazione delle ZEE, zone economiche esclusive, spesso ricche di minerali preziosi, di petrolio e gas, che contribuiranno ad esacerbare attriti e screzi conflittuali sempre più frequenti e spinosi. Lo sfruttamento delle risorse marine, spesso conteso e improprio, aggiunto alla diffusione dei traffici illeciti di droga, esseri umani ed armi, ed all’immigrazione clandestina, oltre a quelle questioni vitali suaccennate, dovrebbero costituire elementi sufficienti e pertinenti per far entrare “di peso” l’attività e la stessa Marina in un contesto interforze con un carico ponderale ben diverso, pur nelle attuali condizioni di scarsità di risorse.     Da semplici cittadini è lecito domandarsi perché una simile scelta naturale non sia attuata e certe risorse siano allocate in modo così stravagante; di più, questa Nazione a vocazione marinara e spartiacque nel Mediterraneo, dovrebbe contare su quel Potere Marittimo, prodotto della flotta militare combinato con la nostra cospicua flotta mercantile che, oltre a tutelare direttamente i nostri traffici, ha una forte capacità abilitante per l’intero strumento militare visto che può operare con elevata autonomia e proiettabilità sul mare con capacità indiscusse di supportare dal mare, operazioni interforze. La Marina potrebbe, come in parte già fa, essere una Componente importante e vitale, uno strumento idoneo per rafforzare una cooperazione politica e militare nell’ambito euro-mediterraneo di concerto con Paesi più “simili”, ovvero con approcci nazionali, anche a fronte  degli assi centrifughi franco-tedeschi che attualmente ci marginalizzano nell’ambito dell’Ue: si tratta di dar corpo ad una strategia, concretamente perseguibile, che poggi sull’interesse nazionale e non ci veda sempre gregari portaborse sui diversi fronti o succubi di quel pericoloso asse che avrà riflessi politici, industriali ed economici non certo a favore dell’Italia. La Marina, sempre pronta a fare ciò che è richiesto con lo slancio ed il senso del dovere che le sono propri, compiendo silenziosamente le missioni affidategli e che ha rappresentato anche dopo gli infausti eventi del secondo conflitto mondiale, “la pietra miliare” su cui rifondare la nostra Nazione per valori, principi e tradizioni, si trova oggi ad essere la Cenerentola in termini di dimensioni fra le altre, dovendosi ridurre ulteriormente a meno di 27000 marinai, quando le altre Componenti hanno risorse umane e di altro genere ben superiori facendo molto meno: un paradosso inaccettabile quanto incomprensibile, ma tant’è!
Se è vero, e lo è, che il Mediterraneo in termini geopolitici e geostrategici rappresenta ancora il grembo delle minacce o comunque lo scenario attraversato da fenomeni gravidi di rischi di varia natura, quali correttivi sono prefigurabili per una Forza armata come la Marina per renderla adeguata a svolgere compiutamente quei compiti? E quale strategia dei mezzi e del personale di conseguenza deve essere opportunamente adottata? Ora l’assegnazione delle risorse in ambito Difesa si limita, da molto tempo peraltro quale fosse una barriera insormontabile, ad un “povero” 19% del totale budgettario e quindi del personale in organico, mentre una valutazione obiettiva dovrebbe superare il 30%, cioè disporre di almeno 50000 marinai al “caldaio”: quanto dovrà ancora esistere questo paradosso che confligge fragorosamente con le realtà fattuali odierne e future, nonché con la logica ed il buon senso, per tacere dell’interesse nazionale?   Il grosso rischio di tale condizione, soprattutto in termini di personale, è che la Marina con quelle risorse minimali non riuscirà a garantire neppure l’equipaggiamento di tutti i suoi mezzi, seppure in diminuzione ed obsoleti, e già ora sembra abbia grosse difficoltà – pur dovendo ulteriormente ridursi- a rispettare le tabelle organiche delle Unità Navali; figurarsi quindi come sarà mai possibile assicurare anche quella “rappresentatività” auspicata pure dal L.B., alimentando massicciamente con personale anche lo staff dello Stato Maggiore della Difesa: peccato che la moltiplicazione dei pani e dei pesci non sia ancora divenuta realtà in Marina.
Per la strategia dei mezzi poi un cenno particolare merita l’acquisizione dei velivoli F-35 STOVL assolutamente necessari per sostituire gli attuali AV-8B imbarcati sulla portaerei Cavour che, integrando quel Potere marittimo e aeronavale, con velivoli dell’attuale quinta generazione, consentono alla Marina di adempiere al meglio i propri compiti, dando un deciso contributo alla proiettabilità delle capacità dello strumento militare nel suo complesso. L’argomento della loro acquisizione pare scomparso dall’agenda politica e militare: la Marina può ancora sperare di avere l’unico possibile sistema d’arma della portaerei o deve incominciare a pensare di disfarsi di quella “Capital ship”? Il programma F-35, dopo le ulteriori valutazioni tecnico-operative condotte dal Vertice Difesa, sembra procedere con i 90 velivoli e soprattutto con l’acquisizione dei 15 STOVL per la Marina, oppure stiamo ancora meditando su ulteriori tagli?  E fino a quando la Marina dovrà segnare il passo nell’attesa di avere un gruppo di volo di una decina di velivoli operativi che, anche partendo oggi, vedrà l’iniziale operatività non prima di 3-4 anni da oggi?
Cosa ci vuole per capire l’incommensurabile valenza degli STOVL imbarcati rispetto a quelli basati a terra, tenuto anche conto che l’Aeronautica già dispone di un gruppo di volo di F-35 convenzionali (più di 10 velivoli), mentre la Difesa sta ancora pensando a chi andrà il secondo STOVL fermo da tempo in Alenia per il ritiro? Questo dubbio quasi amletico è nelle mani della Difesa e ancora non si riesce a sciogliere il nodo gordiano, si fa per dire, ma le speranze della Marina sembrano assottigliarsi man mano che lo stallo prosegue: alla domanda specifica di un’onorevole nel corso della predetta audizione del Capo della Difesa, lo stesso rispondeva in modo ambiguo e sconfortante che gli AV-8B saranno sostituiti “in prospettiva” a significare, se le parole hanno ancora un senso, che gli STOVL F-35 saranno visti dalla Marina un domani piuttosto lontano… A fronte di un assetto pregiato imbarcato sulla portaerei che rappresenterebbe uno straordinario valore aggiunto per la Difesa spendibile in una varietà di operazioni autonome e spedizionarie, anche sugli scenari internazionali, sembra prevalere una stramba opzione partigiana in contrasto con un assetto della portaerei che la vedrà monca per molto tempo e, forse, al Capo piacendo “in prospettiva”, chissà quando. C’è sempre la speranza che prevalga la ragione, il buon senso militare e civico per una scelta più consona e logica, decisamente più obiettiva e che prescinda dal colore della divisa, sia nei riguardi della Marina che dei suoi mezzi e personale; per quelle scelte di fondo, comunque, si auspicano forti decisioni del Ministro e del Governo che, altrimenti,  vedranno infrangersi tutte le sacrosante “prospettive”: quelle sostanziali di “rivalutazione” della Forza Armata, e quelle dell’arrivo dei velivoli F-35, con una deprecabile rinuncia ad un essenziale e ancor più valido strumento militare a favore dell’intera Nazione per la gestione delle crisi e ben altro.

Giuseppe Ligure

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