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Siria: gli effetti del ritiro Usa nell’assetto mediorientale

Al netto delle varie critiche espresse a livello internazionale, la decisione di Trump di ritirare le truppe dalla Siria, a lungo maturata nel tempo, risponde sicuramente alla volontà di sganciarsi dalla situazione viscosa lievitata e tuttora esistente in Medio Oriente, ma anche allo scopo di avere una maggiore disponibilità e flessibilità nel focalizzarsi sulle problematiche con le grandi potenze di Cina e Russia, senza dimenticarsi dell’Iran. Il ritiro di circa 2000 militari dal fronte siriano, sommato a quello prefigurato di oltre 7000 dall’Afghanistan, viene giustificato in parte dalla probabile sostituzione di militari con “contractors” civili e, almeno mediaticamente, motivato anche dalla necessità interna di guardianaggio del famoso “muro” ai confini col Messico. In realtà non si può certo affermare che la situazione in entrambi quei teatri, sia in Siria e anche in Afghanistan, sia stabile e la società rappacificata o in via di una auspicata conciliazione, ma è pur vero che dopo così tanti anni di guerra civile siamo ben lontani da un qualche esito positivo della situazione, e certo è che quei piccoli contingenti residui poco possono fare contro ISIS, le milizie di Assad o sull’altro fronte, contro i talebani. Quella del ritiro non è una strategia nuova, ma già perseguita da Obama; si ricorda quella rovinosa dall’Iraq fatta precipitosamente fra il Natale ed il Capodanno del 2011 che ha provocato ingenti danni allo stesso tessuto sociale con rivendicazioni pesanti che hanno portato, o almeno contribuito sensibilmente, alla nascita e sviluppo dello Stato Islamico dell’ISIS: nulla di nuovo sotto il sole, soprattutto in termini di propaganda e di fake news, quando si avvicinano appuntamenti importanti elettorali, a prescindere da ideologie e stranezze che di logico e razionale hanno molto poco.
Di certo quelle mosse, o anche solo quelle dichiarazioni di volontà possono avere effetti disastrosi; in Siria avranno quello di far alzare il livello delle tensioni fra curdi, turchi, iraniani ed israeliani ed in Afghanistan ci sarà un ulteriore indebolimento delle forze della Coalition che già ora hanno serie difficoltà nel contrastare le milizie talebane: due mosse che non gioveranno alla ulteriore stabilizzazione di quelle regioni e che possono essere lette e percepite, comunque, come un significativo segnale di scarsa volontà degli USA a competere ancora, e aggiungo inutilmente, con così pochi ritorni in quelle aree almeno sotto il profilo geopolitico. Esiste sicuramente un costo politico nel voler mantenere quei contingenti che si traduce spesso in un prezzo in vite umane e in costi budgettari da sostenere; in ultima analisi chi ne beneficerà saranno direttamente i talebani in Afghanistan e il regime di Assad in Siria, ma anche indirettamente la Turchia, l’Iran e soprattutto Mosca che gioca strategicamente su più tavoli.
In Siria, in particolare, si creerà un vuoto in cui l’ISIS potrà risorgere e l’Iran potrà intensificare la propria influenza sui paesi limitrofi a scapito di Israele con effetti regionali ancor più destabilizzanti; inoltre le Forze siriane democratiche, l’SDF, centrate sui curdi, si sentiranno abbandonate al loro destino insieme con le aspirazioni di quel popolo, e molto probabilmente si riaccenderà il conflitto con Erdogan bramoso di conquistare il kurdistan, cacciare i curdi, impossessarsi del loro petrolio e riprendere con maggiore virulenza la lotta al PKK, da sempre considerato un manipolo di terroristi.
La Turchia rappresenta, in quell’area, più un problema che non un Paese “stabilizzatore”; essendo un membro della NATO si potrebbe -solo in teoria considerati i precedenti- assegnarle il compito di salvaguardare la stabilità nell’area, con l’uscita degli americani, ma ci si può fidare?  Trump infatti, da un lato esorta Erdogan nel continuare a combattere ISIS ma dall’altro precisa senza “calpestare” i curdi; in realtà confida, per assicurare una maggiore stabilità nella regione, più che nella Turchia, nel partner storico di Israele e, per ragioni di contrasto religioso specificamente nell’Arabia Saudita, non escludendo un certo ruolo strategico della Russia, in questo frangente.
Se si esamina attentamente la politica estera dell’attuale amministrazione Usa non dovremo meravigliarci di queste mosse ampiamente annunciate e pertanto prevedibili senza per questo sorprenderci; d’altronde certe idee e visioni sono ripetutamente espresse sia attraverso i social che da dichiarazioni formali: dal mettere in discussione la NATO in cui comunque gli States restano con un ruolo chiave, al ritiro delle truppe dalla Siria più volte annunciato, alla guerra economica sui dazi fino al contrasto dell’immigrazione clandestina, sono promesse e linee programmatiche peraltro già espresse in campagna elettorale.
Caso mai si può rilevare una certa differenza più che nei contenuti, nelle modalità attuative e nei momenti di esecutività di certe misure che sembrano poste in atto dal Presidente tempestivamente anche senza il consenso dei suoi consiglieri politici e del dipartimento di Sicurezza nazionale.
Ormai sappiamo bene che la policy di Trump è quella di stabilire rapporti stretti sul piano bilaterale, una certa preferenza a trattare con governi autoritari più che quelli definiti democratici, con un approccio mercantile tipico di un businessman, con la promozione di nazionalismi contro forme blande di multilateralismo; lui ha rigettato le Alleanze di sicurezza in quanto ritenute inique per i contribuenti statunitensi e si è stancato di difenderne i suoi membri “a gratis”; lo stesso vale per i vari trattati economici siglati dopo la 2^ Guerra Mondiale ritenuti troppo sbilanciati a sfavore degli americani; inoltre ha una indiscussa ammirazione per gli uomini “forti” e alza muri di ogni genere contro l’immigrazione illegale che considera un reale pericolo per la stessa sicurezza nazionale.
Certo è che il ritiro delle truppe dalla Siria rappresenta una sorta di tradimento nei confronti dei curdi che hanno combattuto l’ISIS al loro fianco ed ora li lascia alla mercé di Erdogan che, insieme ad Assad, avrà le mani libere per bastonarli, mentre le milizie dello Stato Islamico rialzeranno la testa contro i civili e loro stessi, costretti ad ulteriori sofferenze e probabili migrazioni verso la Giordania, l’Iraq e la Turchia.  Quest’ultima ha sempre cercato di mantenere buoni rapporti non tanto con la NATO, quanto con gli States,  storici alleati dei gruppi curdi in Siria, per evitare che si costituisse un vero kurdistan autonomo; al tempo stesso non vuole aderire completamente all’ambizioso progetto saudita antiiraniano in quanto la costringerebbe ad una certa sottomissione a quel Paese, allontanandolo dagli USA e anche dall’Ue per il loro agognato ingresso nell’Unione. Sta di fatto che Ankara continuerà, e accelererà, la sua strategia di battere i curdi e l’SDF anche con azioni militari che oggi sta già conducendo vicino ai confini nei pressi di Manbij, fino a rigettarli fuori dalle attuali zone occupate. D’altra parte i curdi siriani, tenaci e combattivi come sono, pur di non cadere sotto il regime di Erdogan, potrebbero perfino accettare di finire paradossalmente sotto il regime di Assad, anche se per ora è impraticabile pensare se e quando la regione del kurdistan finirà sotto Assad e quanto andrà alla Turchia: sicuramente il benessere curdo e la relativa stabilità della loro enclave in qualche modo consolidata, nel futuro prossimo, non esisterà più.
Per l’Iran la situazione è ancora più favorevole in quanto, essendo già ben insediato nella zona occidentale siriana gli consente, di concerto con le milizie di Hezbollah, di poter minacciare Israele con i loro missili, e contestualmente di ampliare ancor più quel “network reclutativo” nei confronti di giovani fighters dei paesi limitrofi attratti dalla religione ma soprattutto dalla promessa di avere la cittadinanza iraniana  con paghe adeguate e benefit tangibili come l’assistenza sanitaria e il supporto allo studio.  Di più; l’Iran cercherà di estendersi nel territorio siriano quanto più possibile per avere il totale controllo dei confini con l’Iraq in modo di poter trafficare liberamente armi e personale fra Teheran e Damasco: ciò non potrà che alzare la tensione con Israele che reagirà di conseguenza come e più del solito con campagne aeree contro quelle postazioni pericolose, come sta avvenendo in queste ore.       In sostanza, per motivi ed ambizioni diverse, né la Turchia e neppure l’Iran possono giocare un ruolo di mediatori e stabilizzatori di quella regione, tutt’altro; ciò lascia paradossalmente la Russia come la “meno peggio” opzione da considerare per la Siria post-US. In effetti la Russia è contro ISIS sia per principio sia perché rappresenta un ostacolo per la stessa ricostruzione della Siria, e per quanto riguarda i rapporti fra Israele e l’Iran vuole evitarne il totale deterioramento o addirittura un conflitto che finirebbe per ipotecare i suoi crediti acquisiti finora in Siria: in sostanza quei Paesi, compresi quelli del Golfo, confidano che Mosca possa portare qualche stabilità, essendo quest’ultima assai sensibile nel mantenere quelle posizioni privilegiate nell’area. Tra l’altro non bisogna scordare che da tempo le forze russe ed americane hanno stabilito delle comunicazioni dirette per evitare incidenti fra le loro truppe sul campo e potrebbero quindi usare le stesse per evitare in questa fase di transizione di trovarsi impelagate in situazioni antipatiche agevolando così il passaggio di quei territori in modo abbastanza indolore: in definitiva sembrerebbe più opportuno lasciare il testimone a Putin, magari con qualche “ritorno”, piuttosto che optare verso Erdogan o peggio ancora verso gli Ayatollah.        Comunque lo si guardi, quel ritiro rappresenta una vittoria diplomatica di Assad, un regalo per il successo di Putin nel lungo termine e un pugno nello stomaco per la NATO.
In tale contesto si collocano le dimissioni estemporanee del generale Mattis, responsabile della Difesa, che ha cercato in tutti i modi di dissuadere Trump da quel rovinoso ritiro che lascia campo libero a degli attori non proprio affidabili, screditando la stessa reputazione degli USA in Medio oriente; inoltre dando per scontato che l’ISIS sia stata definitivamente sconfitta e affidando ad Erdogan il compito di “ripulire” quel che resta, ha causato le contemporanee dimissioni dell’inviato USA presso la coalition internazionale anti-ISIS, Mc Gurk, in aperta polemica con quelle decisioni. Trump ha ammesso chiaramente che si è stancato di “fare il poliziotto del Medio Oriente senza ricavarne nulla” e spesso avendo solo manifestazioni  di ingratitudine a fronte di ingenti risorse umane e di dollari spesi; la situazione in Siria non è mai stata facile, anzi; anche i diversi negoziatori, inviati speciali delle Nazioni Unite, come l’ineffabile Staffan de Mistura hanno miseramente fallito  per lunghi anni, assistendo a catastrofi continue in cui le generazioni dei giovani siriani hanno conosciuto solo guerra, fame, privazioni e mancanza di ogni libertà. Il consigliere per la sicurezza nazionale Bolton ha smorzato infine le dichiarazioni di Trump affermando che le forze USA resteranno in Siria ancora per diversi mesi finché comunque l’ISIS non sarà distrutto in via definitiva e si avrà piena contezza che i Turchi non combatteranno i Curdi.

Difficile fare ipotesi concrete in termini di geopolitica sempre più basata sull’incertezza, né possiamo lanciarci in improbabili profezie su quello che succederà in Medio Oriente dopo il ritiro delle truppe in Siria, ma ci sono alcuni aspetti e dati di fatto che emergono da tale scenario; il primo riguarda Putin che si consolida come leader globale con il suo intervento mediorientale in Siria per aver combattuto aspramente il Daesh quale nemico globale e mantenendo buoni rapporti con Assad al fine di tutelare i suoi preziosi sbocchi nei porti di Tartus e Latakia nel Mediterraneo. Di fatto Putin, con la sua strategia, mette in crisi l’Occidente, con l’Europa in prima fila che fa finta di fare la guerra; è riuscito a farsi candidare come efficace risolutore di vertenze globali, soprattutto dopo il ritiro siriano essendo più affidabile per ragioni diverse degli altri attori in gioco; è altresì riuscito a promuovere una sorta di multilateralità globale in antitesi con gli USA, creando un asse stabile con la Cina attraverso la partecipazione ad un’alleanza geopolitica euroasiatica di alto profilo.  L’altro elemento-Paese importante e di riferimento sotto il profilo geopolitico è Israele in quanto lo stato ebraico è l’unico capace di evitare il condizionamento arabo ed islamista nell’ambito del Mediterraneo,  in particolare in antitesi alle ambizioni iraniane anche a costo di matrimoni innaturali come quello con i Sauditi; è anche l’ago della bilancia per il controllo ed il punto di collegamento tra l’Ovest ed il mondo euroasiatico, in esito al mega-progetto della Belt and Road Initiative cinese. E’ del tutto probabile, pertanto, che possa manifestarsi un nuovo asse Mosca- Gerusalemme grazie agli interessi comuni, al riassetto della geopolitica energetica del petrolio e del gas, e agli investimenti russi e cinesi nell’Hi-tech israeliano, il più evoluto al mondo: un legame che riempie i vuoti lasciati dalla vecchia policy americana, mentre la NATO e l’Ue continuano a glissare, prive di una qualsiasi vision e volontà di intervento in Medio Oriente, per tacere nel Magreb.
Il pericolo globale, ad avviso nostro, è comunque correlato in quella regione “dall’incremento dell’Iran” e della sua influenza nell’area che, attraverso la religione sciita e quella rete di relazioni e di partnership, dall’Afghanistan all’Iraq, dal Libano allo Yemen passando per la Siria, per tacere delle commistioni con gruppi terroristici come gli Hezbollah, consentiranno all’Iran di incrementare la  presenza-potenza in profondità nei vari territori, compensando così la loro inferiorità militare convenzionale.
In sostanza gli iraniani, sconfiggendo quell’ala estremista di Daesh, sostanzialmente sunnita, possono ora sostanziare l’ambizione di costituire loro il Califfato con una saldatura territoriale che da Teheran arriva a Damasco, via Bagdad: uno schieramento sciita che si pone in forte contrasto innanzitutto con l’Arabia Saudita e, in misura appena inferiore, contro Israele. D’altra parte gli USA stanno dando grande rilievo al regno saudita, anche per le recenti ingenti acquisizioni di armamenti; la crisi in atto fra Teheran e Riad se da un lato è dettata dalle controversie religiose fra i sunniti sauditi e gli iraniani sciiti, ciò che emerge è piuttosto la rivalità tra le due potenze per il controllo della regione: cioè l’aspetto religioso non è al vertice nella gerarchia dei motivi di tale crisi, come qualcuno sbandiera da tempo. Soprattutto preoccupa la mancanza di istituzioni democratiche in Arabia Saudita, sconvolta a livello interno da problematiche di ordine sociale, che possono portare a scelte ed iniziative impulsive e anche irrazionali; infatti oggi, quella crisi preoccupa gli iraniani addirittura più di quella con Israele e anche di quella con gli USA.
Ciò significa che una guerra fra quei due Paesi regionali sembra più possibile di quella paventata fra Iran e gli States a causa della problematica nucleare; valutazioni di esperti analisti indicano comunque che, in caso di conflitto, l’Arabia Saudita avrebbe la peggio, con danni importanti ed ingenti per quei Paesi più o meno allineati, e per tutto il Medio Oriente. Pensare, infatti, di integrare la precaria situazione in Medio Oriente, in un’area senza guida geopolitica globale, salvo il ricatto petrolifero, con una Ue distaccata e assente, è un invito a alimentare i conflitti in quell’area.
Speriamo che il ritiro unilaterale degli USA dall’accordo sul nucleare e quello di quei 2000 soldati dalla Siria non sia una strategia per lasciare campo libero ai sauditi, il loro vero alleato nell’area: allora non si possono escludere azioni militari fra quei Paesi, in particolare con l’Iran, che si odiano da sempre e che vogliono primeggiare nel mondo musulmano: un approccio machiavellico e spregiudicato in cui l’Europa sta a guardare, senza voler entrare, ma che potrebbe innescare una serie di dinamiche marcatamente conflittuali con effetti sulla sicurezza del Medio Oriente e del resto del mondo per i prossimi decenni. Speriamo al solito di sbagliarci…

Giuseppe Lertora

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