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La tutela del Marinaio: dall’immigrazione al caso dei 2 fucilieri del San Marco

La tutela del soldato in genere, anche nelle missioni di pace, riguarda un ampio raggio di casi, molteplici e assai diversificati; nel prosieguo tuttavia le riflessioni saranno circoscritte a fatti di una certa attualità e ad alcuni vissuti relativi alla prevista tutela della gente di mare in rapporto ai flussi migratori: da quelli avvenuti a fine secolo con l’esodo attraverso il Mar Adriatico, compreso il caso Sibilla, fino a quelli attuali dal Magreb. Il secondo “case scenario” di un certo rilievo all’argomento, su cui appare doveroso soffermarsi, proprio per una questione di tutela, riguarda il sinistro che ha coinvolto 2 nostri Fucilieri di Marina del San Marco, occorso in Oceano indiano ormai 7 anni fa e ancora in attesa di determinazione arbitrale sulla giurisdizione da parte della Corte dell’Aja.
Prima di affrontarli è comunque doveroso richiamare alcuni aspetti essenziali e caratteristici della tutela del militare in genere. La tutela del personale è parte integrante dell’etica militare intesa come summa di quei principi ideali che presiedono le attività ed il comportamento dei soldati in tempo di pace e, a maggior ragione, in guerra; l’uomo ha sempre cercato di difendersi dai propri simili, dai cataclismi naturali e dagli animali cercando di tutelare e proteggere se stesso innanzitutto con azioni pratiche, ma anche immateriali. Accanto ai pilastri fondamentali dell’etica militare, come la Patria, la disciplina e l’onore, si collocano altri valori non proprio corollari quali il coraggio fisico e morale, il senso di responsabilità e di giustizia, umanità e rispetto che hanno risvolti nella tutela della persona nel quadro di rispetto e fiducia reciproca, vero collante fra capi e sottoposti: la tutela può considerarsi quindi un elemento essenziale dell’onore, espressione anche dei sensi di stima e considerazione e di alti valori non negoziabili.
Il vero leader militare è tale se ha carattere, carisma ed autorevolezza e sa condurre i suoi soldati coesi e convinti anche nelle missioni più ardue, ma al tempo stesso fa di tutto per tutelarli al massimo, in ogni circostanza, sul campo ed oltre. Oggi, tutelare la propria gente, significa curare e proteggere non solo la loro persona fisica, ma salvaguardarli anche in questioni giuridiche o contenziosi in cui possono più facilmente incappare anche in conseguenza del loro impiego in missioni internazionali.
La storia della Marina è disseminata di gesta eroiche e cavalleresche che appartengono alla grande tradizione della figura del Comandante di Nave che tutela i propri uomini anche nei disastri, a costo della propria vita. Quanti i casi delle ultime ore vissute da quei Capitani che, avendo la nave colpita in combattimento, prima e soprattutto si sono preoccupati di tutelare i loro equipaggi assicurandoli sulle zattere di salvataggio e spesso lasciandosi andare a fondo con la propria Unità?  Innumerevoli sono gli esempi di una nobiltà assoluta per garantire la tutela dei propri uomini; ancor più è ammirevole quando si tratta di tutela e salvaguardia nei confronti di terzi, addirittura di avversari. Illuminante è, fra gli altri, l’esempio del Comandante Todaro, sommergibilista di eccezione che, durante il 2° Conflitto Mondiale, dopo aver silurato un piroscafo belga, si premurò di recuperare e proteggere 26 naufraghi, rimorchiandoli con grave rischio per giorni fino a riportarli salvi a terra: sicuramente un indiscusso eroe, ma soprattutto un Comandante che aveva ben radicato il senso umanitario pur nell’ambito dei conflitti armati, e la assoluta priorità nella tutela della vita umana in mare, perfino se si trattava  di quella del nemico, superando così i confini e le barriere dell’appartenenza.
Ciò detto vediamo alcune riflessioni sul primo “case scenario” che riguarda l’immigrazione.
Il problema dei migranti in genere e della loro accoglienza o meno dovrebbe, per le democrazie che si dichiarano depositarie del diritto e della legalità, a prescindere da considerazioni umanitarie e da sentimenti buonisti che invece appartengono alla politica “etica”, trovare le porte aperte per coloro che secondo le norme internazionali fuggono dalle guerre, ma nel rispetto di precise norme nazionali qualora si tratti di migranti che scappano per motivi economici e sociali di convenienza e di opportunità.
I Governi, che piaccia o meno, devono fare i conti con società sempre più preoccupate dalla prospettiva di un mondo in cui il numero dei nuovi arrivati potrebbe mettere a rischio il benessere dei nativi e perfino la loro sicurezza del vivere normale: è più che legittimo, quindi, che si possano accettare coloro aventi titolo, ma controllare al tempo stesso coloro che sono “sine titulo” ponendo in atto le misure ritenute necessarie sia in termini di sostenibilità che di accettabilità. Ciò, tanto più quando sussiste il motivato timore che in quel flusso indiscriminato si nascondono degli acclarati delinquenti e perfino dei terroristi dello Stato Islamico, o comunque degli appartenenti ad organizzazioni malavitose che vanno ad alimentare dei gruppi locali criminali e senza scrupoli, per lucrare su quella povera gente. Sul tema dei migranti esiste da tempo un dibattito asfissiante, con decibel crescenti, che oscilla fra la totale accoglienza ed il fermo respingimento dei barconi, cioè fra un approccio totalmente umanitario e l’innalzamento di barriere e muri per il controllo delle frontiere; sta di fatto che ora le migrazioni sono diventate il cavallo di battaglia del nuovo governo e l’ago della bilancia pende decisamente verso i respingimenti a cura della riconosciuta Guardia Costiera libica, per le operazioni SAR, di ricerca e soccorso nella zona di propria competenza.
Già con l’intervento del Ministro Minniti, col precedente governo, c’era stata una sensibile svolta a fronte della sostenibilità di quel fenomeno; ciò ha consentito di ridurre gli arrivi dei migranti sulle nostre coste di oltre l’80%, rispetto a periodi precedenti in cui l’Italia- secondo logiche di assistenza totale ed accoglienza supina, aveva rappresentato l’approdo più facile e consueto per tutti quei disperati – legali o meno- provenienti dalle coste del Magreb, e non solo. Soccorsi ed assistiti dalle Navi della Marina Militare, in particolare della Guardia Costiera, e anche della Guardia di Finanza, da quelle Unità che fanno parte delle diverse operazioni navali in Mediterraneo, da Mare Sicuro a Triton , ed anche dalle diverse navi mercantili in transito nel Canale di Sicilia secondo un concetto opinabile del soccorso nelle zone di competenza, divenuto ormai sistemico e pre-programmato in antitesi con l’estemporaneità di un’emergenza imprevista e improvvisa, tipica invece del SAR.   In altre parole, il soccorso SAR dovrebbe scattare esclusivamente in situazioni reali di emergenza a seguito di incidenti aerei oppure navali, mentre nel caso dei migranti esiste una consapevolezza ed una volontà precostituita di mettersi in condizioni di rischio, spesso dichiarate surrettiziamente come emergenze. La situazione è andata aggravandosi anche per la presenza di Navi delle ONG che, incuranti di ogni regola e spesso colluse con organizzazioni criminali, di fatto operano un soccorso opinabile nella zona SAR di competenza libica e trasbordano i migranti, prelevandoli perfino dalle acque territoriali libiche, sempre e solo verso i nostri porti: bene ha fatto il nostro governo a vietarne l’ingresso nei nostri porti, per le discutibili “manovre” non solo nelle illogiche zone di dislocazione ma anche per il mancato rispetto nei confronti delle incombenze formali connesse con la ”bandiera’’.
Un governo che voglia gestire il fenomeno dei migranti, senza per questo farne il cavallo di battaglia come sta avvenendo oggi, ma senza continuare a subirli bovinamente, deve attuare una politica ferma senza commistioni etiche o moralistiche e possibilmente senza sbandieramenti propagandistici per una questione di dignità generale e anche di identità nazionale che non merita di essere sempre disattesa se non calpestata. E’ superfluo enumerare i motivi e le ragioni che muovono un qualsiasi governo a mobilitarsi per gestire quel flusso indiscriminato diretto nel nostro Paese; in un lustro abbiamo “accolto” 750.000 migranti da ogni dove, soprattutto africani ma anche pakistani, bangladesi ecc. senza esercitare un minimo controllo sulla loro identità, sull’eventuale diritto al loro ingresso legale quali veri profughi. Ci siamo così abituati ad un degrado nei vari Centri di accoglienza assai più simili a lager e ad un suk nelle nostre città dove ogni nefandezza è tollerata; abbiamo lasciato imbarbarire la nostra società senza alcuna integrazione possibile e lasciando gli ospiti in una indigenza disumana; ci siamo arresi di fronte alle pretese europee che non hanno mai voluto ascoltare le nostre istanze, né condividere il problema, né spartire con noi gli oneri conseguenti; abbiamo “buttato il sangue” usurando oltremodo la nostra Marina non per difendere i confini ( forse anche per la recente “uscita” del neo- Capo della Difesa avendo dichiarato che è inutile difenderli?) ma per accogliere gli ospiti e trasferirli da noi; abbiamo assistito a sbarchi di ogni tipo, e riscontrato anche la scomparsa di decine di migliaia di naufraghi, mentre Malta, Tunisia ed altri li respingevano sistematicamente quando non si voltavano altrove quasi ridicolizzandoci; abbiamo assistito alla protervia delle Navi ONG, spesso cani sciolti senza regole, e via dicendo. Sembrava ineluttabile e paradossale il nostro destino nonostante numerose voci, fra cui anche quella del Presidente della Repubblica, ci avvertivano che quei flussi non erano più sostenibili nel futuro. Non potevamo pensare di svuotare l’Africa di quelle masse di disgraziati ed ospitarli nel nostro stivale con costi “sociali” e di sicurezza insostenibili, e comunque sempre meno tollerati dal cittadino medio che si vede posto in seconda fila rispetto a questi nuovi venuti, portatori di miserie, di microcriminalità diffusa, insicurezza, malattie e paure.
Finalmente, di fronte a tutte queste ovvie anomalie, il nuovo governo ha deciso specifiche prese di posizione nei confronti delle Navi ONG, divenute dei traghettatori di esseri umani dalle coste libiche, vietando loro l’attracco nei nostri porti, ad iniziare con l’Acquarius, proseguendo con il Lifeline ed ora con la Sea Watch 3 alla fonda da dieci giorni davanti a Siracusa: i sacerdoti dell’accoglienza se ne dovranno pur fare una ragione, esorcizzando in ogni modo gli aspetti umanitari, conditi da ipocrisia ed alzando i decibel nei talk-show.  Abbiamo sempre confidato in un’Europa, rivelatasi spesso assai matrigna, soprattutto per la difesa dei propri confini, Lampedusa compresa, e per un’equa ripartizione degli arrivi, e degli oneri correlati, ma né Macron né altri membri Ue hanno mai manifestato una qualche condivisione di quelle aliquote e di quegli oneri, se non con qualche scarno spiraglio dopo un palese braccio di ferro col nostro Mininterno. Che, giustamente, sostiene la necessità di salvare i migranti in difficoltà ma solo da parte della Guardia Costiera libica, unica responsabile del SAR, senza il discutibile “sforzo” delle ONG, per riportarli quindi in un porto sicuro libico, (che potrebbe essere anche tunisino o maltese a seconda dei casi), da cui possono essere gestiti e rimpatriati a cura degli organismi delle Nazioni Unite là presenti, come l’UNHCR e l’OMI, pagate per questo.   Le migrazioni sono un fenomeno globale e non possono trovare una soluzione univoca ed immediata, ma il compito dei governi è almeno quello della loro gestione per evitare che si verifichino situazioni incontrollate, poco sostenibili nella Nazione di arrivo e quasi sempre a favore di organizzazioni criminali; quelle ONG, peraltro, quasi sempre erano nelle condizioni per trasferire i naufraghi in porti tunisini o maltesi più prossimi e sicuri; perché non l’hanno fatto se lo scopo era quello di salvarli davvero? Viene il dubbio che la forzatura nei confronti dell’Italia sia frutto di un disegno strumentale coperto dal sensazionalismo mediatico. In presenza di tale flusso bisogna saper discriminare fra realtà e fuffa, o meglio fra “cuore e ragione” ed il politico ha in primis il sacrosanto dovere di tutelare i confini nazionali e di non “sbragare” di fronte ad un problema che impatta direttamente sulla propria società: con la fermezza e la pazienza anche quei fenomeni, nelle more di tempi migliori, troveranno una soluzione dignitosa ed equilibrata; anche “le foglie del gelso con il tempo diventano seta”, basta rispettarne i cicli e le leggi della natura.
Prima i clandestini sono arrivati a frotte, addirittura con un’accoglienza senza limiti, tant’è che interveniva, prima che si consolidasse formalmente la zona SAR libica, quasi sempre la nostra Guardia Costiera in gran parte del Mediterraneo vista l’impossibilità libica da un lato e la spregiudicatezza di Malta, dall’altro.
Ma soprattutto è stata impiegata massicciamente la Marina nelle varie operazioni anti-scafisti e per rendere più sicuro quel tratto di mare; d’altra parte visti i buoni risultati nel contrasto della pirateria e del terrorismo, appariva evidente la “sua bravura” anche nella lotta agli scafisti e in genere all’immigrazione clandestina. Pur essendo sostanzialmente d’accordo in tale impiego, desta meraviglia che nessuno si sia preso la briga di modificare le relative norme, né di impiegare le forze di polizia: è troppo facile disporre a piacimento di qualcuno che è sempre pronto, come la Marina, non sciopera, non obietta ed è sempre nei secoli fedele ad ogni governo. E basta, quando torna, dirgli “bravo” e dargli una bella pacca sulla spalla; se poi qualche Capitano incapperà in manovre ardite allo scopo ultimo di ottemperare appieno agli ordini ricevuti, ne risponderà personalmente alle Procure come occorso al povero Comandante del Sibilla durante l’esodo albanese, che ritengo – a fronte della condanna subita- del tutto innocente per quell’increscioso incidente pompato e “giudicato” anzitempo da media schierati in modo vergognoso, e pretestuoso, senza che fosse posta in essere -ahimè- una qualsivoglia, auspicabile e doverosa tutela.
La Marina ha sempre fatto, e bene, ciò che le è stato ordinato, in silenzio ed in modo efficace; anche nei compiti gestionali del fenomeno migratorio, meglio assolvibili con unità minori piuttosto che con vere e proprie navi da guerra, in presenza di Regole di Ingaggio spesso ambigue e raffazzonate, i marinai hanno sempre fatto il loro dovere con uno spirito di abnegazione indiscusso. A fronte di quell’attività in cui sovente, pur di assistere i migranti, si mette a repentaglio pure l’incolumità degli equipaggi, ciò che sorprende è la mancanza di tutela di quei Comandanti “soccorritori” lasciati in pasto ai vari procuratori, e spesso tacciati –sentite, sentite- di dover rispondere, al rientro in porto dalle missioni, di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. C’è da chiedersi, pur senza porli sullo stesso piano, perché la nostra società sia così pronta ad inquisire e condannare un Comandante di Nave militare che fa per istituto la missione SAR, mentre un Capo-banda avventuriero di ONG che trasborda surrettiziamente (e spesso con interessi) quei poveracci e li trasborda nelle nostre coste, la fa sempre franca spesso in quanto supportati dal clamore delle anime candide e da una stampa sostanzialmente allineata e coperta da buonismo peloso. Paradossalmente abbiamo visto in diversi casi, oltre quello del Sibilla, che per salvaguardare i diritti dei clandestini, dei contrabbandieri o di avventurieri, a pagare il conto sono stati chiamati i marinai, abbandonati al loro destino, quando non gettati a mare: la memoria corre ora, sempre in tema di mancata tutela, istintivamente al caso dei 2 Fucilieri di Marina nella vicenda con l’India.
Intendiamoci. Questo approccio più “regolamentato” è comunque assai più condivisibile nei confronti dell’immigrazione, e sussiste la speranza di una maggiore tutela degli operatori istituzionali che operano in mare; tuttavia non si vuole plaudire per il resto ai nostri attuali dirigenti politici, né schierarsi verso un colore o l’altro, anzi: in concreto la considerazione del governo verso le nostre Forze Armate continua nel suo trend insoddisfacente e l’andazzo generale improntato al dilettantismo ed al nichilismo, si presta a severe critiche sotto diversi profili. A mio avviso l’Italia non aveva bisogno di un comico illuminato, né di una rete network di giovini acerbi allo sbaraglio, ma neppure di una sorta di setta giacobina per tentare di cambiare le cose; c’era sì bisogno di una svolta seria, non di un’onda anomala fatta di atomi arroganti ed insipienti: c’era bisogno di un progetto non di un anatema.  Siamo frastornati da una comunicazione debordante con troppi annunci e pochi fatti e misfatti che spesso hanno un sapore di taglio statale-bolscevico finalizzato ad appiattire il lavoro e la produttività, dando spazio e illusioni ai vari fancazzisti e malavoglia.  Per esempio, con il famigerato cd. reddito di cittadinanza, di difficile digestione da parte di gente seria abituata a lavorare duro da una vita, si dà corpo ad una misura strumentale e confusionaria soltanto per accaparrarsi voti, mentre viene spacciata quale provvedimento di equità sociale.
In effetti si tratta di una manovra populista e demagogica che riesce a mettere le mani in tasca dei più deboli, i pensionati cd. dorati, considerati dei parassiti di Stato a cui, per compiacere alle masse e ancorché meritevoli di considerazione per il lungo e pregevole lavoro svolto, vengono ora taglieggiati prescindendo dai loro sacrosanti “diritti”, per riversare parte dei loro averi a quelli scansafatiche che non hanno mai lavorato, né contribuito minimamente al benessere di questa nostra società. Saranno contenti, almeno, quelli dei centri sociali e forse gli immigrati clandestini o meno, insieme con i furbastri vagabondi che usufruiranno di quei benefit, alla faccia degli anziani. Evidentemente le tutele, almeno per questi individui, esistono, sperando nella loro riconoscenza futura nel seggio.
Ma riprendiamo il filo del tema sulla questione della tutela e della incresciosa situazione in cui si sono trovati i due Fucilieri di Marina del San Marco, nel febbraio 2012, quando imbarcati per compiti istituzionali di protezione anti-pirateria su una nave italiana, la Enrica Lexie, furono ingannati e malamente sequestrati nel porto di Kochi, Stato del Kerala, con l’accusa di aver ucciso due pescatori indiani durante il loro servizio svolto a bordo della stessa. Molta, forse troppa acqua è passata sotto i ponti, in questi 7 anni da quell’evento nefasto, ma non si possono dimenticare quelle incrinature e diversità di opinioni che fin dall’inizio sono circolate negli ambienti militari, mentre negli ambiti politici nostrani più che di tutela si è manifestato un senso di irritazione per quella “bega” con la conseguenza che nessun governativo ha mai preso di petto la loro difesa, nonostante le ricezioni altisonanti e poco corrette come quella al Quirinale, poiché evidentemente non hanno mai creduto alla loro piena innocenza, né avevano alcuna voglia di battersi contro gli indiani. Loro, per contro, hanno sopportato con grande dignità e infinita pazienza i diversi penosi momenti di quell’odissea settennale, dichiarandosi sempre innocenti. In effetti l’analisi della dinamica dell’incidente ed i successivi accertamenti farebbero escludere un loro coinvolgimento nella questione; tutto è dipeso, come noto, dall’ordine dato alla Lexie di invertire la rotta per il porto di Kochi, a cui non si è opposto l’armatore e neppure le gerarchie militari, anzi. Da lì in poi abbiamo assistito ad una serie infinita di sbagli, soprusi, coperture e silenzi conditi con illusioni ed inganni poco comprensibili quanto spesso inaccettabili: uno scaricabarile indecoroso a fronte di una classe politica che, pur avvicendatasi nel tempo, sembrava preoccupata più del consenso e di “non disturbare gli indiani”, piuttosto che battersi per tutelare davvero quei due servitori dello Stato in servizio comandato su quel bastimento.
A proposito che ne è di loro a distanza di così tanto tempo da quel famigerato evento in cui è totalmente venuta meno la loro tutela da parte di tutti, organi istituzionali dello Stato compresi?
Per fortuna dopo incredibili lungaggini politico-burocratico, ambiguità inaccettabili, e dopo critiche insulse ed ingiuste, per i 2 Fucilieri è stato richiesto l’Arbitrato internazionale con oltre tre anni e mezzo di ritardo: oggi siamo a quasi sette anni da quell’evento e ancora in attesa del giudizio del Tribunale di Amburgo circa la definizione della giurisdizione competente a giudicarli con un processo, se farlo quindi in Italia o malauguratamente in India. Obiettivamente se fosse stato attivato per tempo quell’arbitrato, quando il ministro degli Esteri Terzi lo propose, poi dimettendosi per protesta contro la improvvida decisione di rispedire i Fucilieri nelle fauci indiane, forse oggi sarebbero già stati giudicati e quella terribile odissea sarebbe finita da tempo. Comunque, viste le prove provate portate all’attenzione di quel consesso e le “bufale” prodotte dagli indiani, dalle prove balistiche alle opinabili posizioni reciproche fra la Lexie ed il peschereccio indiano, alle angherie sofferte nel tempo da quei due, è inimmaginabile che la giurisdizione possa essere attribuita all’India. E nel caso deprecabile di una tale infausta decisione di quel Tribunale, deve essere ben chiaro che i due fucilieri non dovrebbero MAI PIU’ rientrare in India ove continua ad esistere la pena di morte, ma essere -se del caso- giudicati in contumacia, visto che per fortuna e per motivi diversi sono ora in Italia. Nel merito del giudizio resto convinto che quella storia è stata surrettiziamente imbastita o quanto meno pesantemente influenzata da interessi venali o se volete da business e relationship, talvolta a prescindere dai fatti occorsi, e da un cumulo di errori; i fatti, dalla geografia delle posizioni relative fra la nave ed il peschereccio, alle farlocche perizie balistiche, dimostrano in modo inequivocabile che i  2 Fucilieri con quel sinistro marittimo non c’entrano per nulla, ma sono stati “ingabbiati e gabbati” dalla protervia degli indiani liberi di fare sempre “il bello ed il cattivo tempo”, mentre l’Italia brillava per la sua assenza.
E il Belpaese non li mai difesi in modo convinto ed incisivo, né ha mai preteso con forza la giurisdizione e neppure per l’applicazione dell’immunità funzionale spettante per istituto, sorvolando sui loro sacrosanti diritti e su una tutela dovuta innanzitutto a fronte del loro status giuridico.  Resto convinto che il militare italiano ed in particolare quegli uomini dei reparti speciali come il San marco, che ho ben conosciuto, per la loro spiccata professionalità, motivazione ed equilibrio, non usano mai le armi con faciloneria perché non sono pistoleri ma soldati di grande valore e spessore, da citare ad esempio.
I 2 Fucilieri, dopo un lungo ed estenuante braccio di ferro fra Italia ed India, ed una serie di indagini piene zeppe di errori, omissioni e contraddizioni, nonché un lungo periodo di detenzione sono rientrati in Patria: Latorre nel 2014 a seguito purtroppo di un grave ictus, e Girone nel 2016, dopo oltre due anni dall’avvio formale dell’Arbitrato internazionale. Ora attendono fiduciosi le decisioni di quella Corte e nel frattempo hanno ripreso le attività correlate con il loro impiego nell’ambito della loro categoria di appartenenza;  attendono quel verdetto, già previsto lo scorso Agosto, con oltre due anni di attesa dall’innesco arbitrale, ma poi spostato al successivo Ottobre 2018 ed ancora al prossimo luglio 2019, sembra a seguito della dipartita di un giudice di quell’alto consesso: un pronunciamento atteso che continua a scarrocciare a dritta, ma che nel merito e nei presupposti non dovrebbe serbarci sorprese circa la decisione sulla giurisdizione che, seppure a noi favorevole,  comunque sarà solo il punto di partenza per iniziare il vero processo nei loro confronti.
Ma quale tutela abbiamo esercitato nei loro confronti? Praticamente nulla.
Sono stati venduti o barattati nel loro pieno diritto alla giurisdizione italiana di fronte al peso degli interessi economici e politici che hanno condizionato l’intera vicenda, scaricando a massa gli errori di tre governi e cinque ministri degli Esteri: la mancata tutela parte dai Vertici militari coinvolti, passa attraverso la magistratura e la politica in modo “trasparente” per finire sul Colle più alto, ma senza apprezzabili risultati, anzi.  Vengono scaricati dalla Difesa in quanto qualcuno vaneggiava addirittura che con il loro comportamento hanno leso l’immagine della Marina; qualche altro ordinava di non parlare di quell’evento né oralmente né per iscritto: io mi sono sempre battuto perché convinto della loro innocenza e perfino della loro estraneità a quell’evento. Va detto con forza che, a prescindere dalle personali opinioni e convinzioni, in un mondo democratico, dovevano essere considerati coralmente “innocenti fino a prova contraria” e non andavano mai abbandonati ma supportati fino in fondo, e non condannati a priori sulla base di indizi partigiani quanto inconsistenti: loro, al contrario, nel periodo della loro prigionia hanno dimostrato vieppiù solidità e fierezza da vendere e anche un comportamento che fa onore alla Marina.
In quest’ultimo biennio anche il clamore mediatico è del tutto scomparso, così come i dirigenti responsabili del loro impiego e della loro vicenda, mentre loro, i loro familiari e il Reggimento auspicano di uscire al più presto da quel “tunnel kafkiano” in cui per lunghi 7 anni hanno visto quasi esclusivamente ombre e solo qualche spiraglio di luce.
Il caso dei due Fucilieri di Marina e quello del Sibilla, fra gli altri, restano comunque fra i più emblematici a dimostrazione della mancata tutela e di scarsa sensibilità in concreto di questo nostro Paese nei riguardi dei suoi figli migliori, “servitori” della collettività e dello Stato che, spesso, vengono incensati ipocritamente, ma quando subentrano problemi e difficoltà sono troppo spesso lasciati soli, senza protezione, quando non filati, “per occhio”, in mare!

Giuseppe Lertora

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