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Taglio delle Pensioni d’oro: il Senato approva…

Il maxi emendamento alla manovra finanziaria, finalmente pervenuto nel pomeriggio del 22 dicembre a Palazzo Madama, è stato approvato nottetempo dandoci ancora una volta una rappresentazione di sgradevoli immagini in una atmosfera non proprio edificante dei rappresentanti del Senato; nel provvedimento, fra gli altri, era contenuto il taglio alle pensioni d’oro che è divenuto, inspiegabilmente, di “platino” con percentuali di tassazione delle varie fasce ed aliquote percepite ancora più aggressive rispetto a quelle comunicate in precedenza. Evidentemente significa che sono state ben recepite le istanze presentate dai vari destinatari di quell’insano e demagogico taglio, tant’è che quegli individui dovranno sborsare ancora di più con una soprattassa che assomiglia molto ad una misura punitiva nei loro riguardi, seppure nel complesso servirà poco e solo del tutto marginalmente a soddisfare le esigenze connesse con l’invocato reddito di cittadinanza. Questo governo sovranista, va detto, all’esterno verso la Ue ci ha fatto perdere quel residuale prestigio di cui forse godevamo ancora, ma a livello interno, sotto il profilo politico, è riuscito ad ipotecare la sovranità democratica del Parlamento rendendone di fatto vano il giudizio e, per quanto riguarda l’aspetto specifico delle pensioni dorate, a soffocare lo stato di diritto nei rapporti fiduciari Stato-cittadino, fregandosene dei canoni del “legittimo adempimento”.
Per certi versi quel taglio può essere visto come un accanimento contro i pensionati “benestanti”, in particolare contro i militari di grado elevato, ma le motivazioni sono più ampie e sempre più orientate al bolscevismo piuttosto che ad un doveroso liberalismo: vediamo quali sono le ragioni di fondo.
Noi siamo un Paese soffocato da una cultura burocratica e invasiva, con un livello di corruzione da ‘quarto mondo’, vessato da un sistema punitivo fiscale per chi paga le tasse e distratto nei confronti di chi non le paga, con interessi clientelari ed in presenza di una criminalità diffusa; un Paese in declino culturale, politico ed economico in cui le ambizioni populiste e la propaganda demagogica con la promessa di ‘ cambiamento’ hanno trovato terreno fertile perché la gente è impoverita e stanca dei governi passati. Tuttavia è acclarato che il bene comune, l’utilità sociale e l’interesse generale non si fanno con una politica di slogan che in pratica non rispetta i canoni della convivenza sociale e liberale, ma si sostanzia nella volontà di dominio su altri uomini, mirando a demolire certe categorie ritenute fortunate, per compiacere alle masse. Nel caso specifico le mire vessatorie sono state rivolte, in particolare, verso quei “parassiti dorati di Stato” in spregio di un qualsivoglia principio di uguaglianza e con una inusitata tracotanza nei confronti di chi percepisce, in accordo con le vigenti norme ed avendo pagato i contributi previdenziali fino all’ultima lira: una legittima pensione frutto di un duro ed usurante lavoro per la Difesa e Sicurezza della Patria, durato quasi 50 anni. Intendiamoci. Qui non si vuole fare politica o meglio fare l’elogio dell’antipolitica, ma dà fastidio che la cultura dirigente sbandieri il cambiamento improntato sull’onestà ed equità, con dubitabile coscienza e competenza, quando poi sul piano esecutivo si assiste ad una iniqua invasività nella sfera privata di categorie deboli come i pensionati seppure dorati, stravolgendo i principi di eguaglianza da un lato e quelli del legittimo adempimento dall’altro. Più che altro si tratta di una cultura statalista e dirigista che tende a spacciare come equità sociale, il togliere ai “soli ricchi pensionati” anche sotto forma di esproprio, per farne oggetto coattivo di regalia verso settori e individui che non hanno mai avuto la voglia di impegnarsi, né di lavorare né per sé e tantomeno per la collettività, e non sanno neppure che vuol dire pagare i contributi previdenziali: questa è una modalità davvero innovativa di governare!
Potremo definirla una sorta di riserva di caccia in cui gli attori pongono in seconda linea gli interessi generali di alcuni e, agendo con strumenti demagogici indirizzati quasi sempre sulla leva fiscale o sui più vulnerabili, ne salpano le ( immeritate per loro) risorse per una improvvida quanto ingiusta redistribuzione: ciò in antitesi a quei principi liberali del rispetto della legge e di quelle pregresse, di quel sacrosanto “adempimento” che garantisce lo Stato di diritto ma anche il rispetto del prossimo.
Chi ha vinto le elezioni non ha il diritto di governare come vuole, in modo populistico ed umorale a prescindere da quei principi liberali tipici di una democrazia, e soprattutto non può travalicare quell’ineludibile principio di “costituzionalismo”: le regole del gioco e le norme valgono sempre e per tutti a garanzia dello stato di diritto e per la tutela delle minoranze, come quelle in specie. Per questo in una vera democrazia dovrebbero esistere quei “pesi e contrappesi” istituzionali onde evitare pericolose derive; il Parlamento che può o meno avvallare le leggi volute dal governo; il presidente della Repubblica che le può rinviare alle Camere per vizio di costituzionalità; la Corte Costituzionale che le può dichiarare nulle perché a suo motivato giudizio sono incostituzionali e infine l’ordine giudiziario che deve curarne l’applicazione con giustizia. Ma se le Istituzioni preposte al vaglio del rispetto delle regole del gioco tacciono o non sono messe nelle condizioni di valutarle, si crea un grave vulnus liberal- democratico; in ogni caso quelle leggi, una volta approvate dal Parlamento e fatti salvi i profili di costituzionalità, possono essere criticate quanto si vuole, ma sono legittime.  Con una acrobazia concettuale di pseudo-solidarietà e invocando un opinabile moralismo si è scatenata una guerra contro una consorteria di disonesti “parassiti di Stato”, così definiti i nostri pensionati dorati da un ministro che va per la maggiore, facendo leva sull’uomo qualunque, inconsapevole di come stanno davvero le cose e che, preso dallo sbarcare il lunario quotidiano e dalle paure del momento, è facile preda di una naturale invidia sociale: una malcelata manovra scandalistica per accaparrarsi così il consenso di una grossa fetta di popolazione.
In sostanza ci vorrebbe al posto di uno Stato furbastro e ambizioso quanto sprovveduto, una governance più saggia, più competente e meno partigiana- demagogica che al di là dei propri indirizzi, rispetti i diritti inalienabili dei cittadini, garantisca gli adempimenti liberalmente sottoscritti e, soprattutto non si prenda mai la libertà di offendere apertamente ed inopinatamente dei suoi cittadini che, con senso del dovere e delle istituzioni, gli hanno consentito di crescere.
Tra l’altro val la pena sottolineare che quel taglio, seppur importante per i singoli pensionati, rappresenta una briciola nel coprire le esigenze del famoso reddito di cittadinanza; infatti pur con quei tagli smisurati (più del doppio di quegli analoghi fatti dai governi Berlusconi e Letta) si recuperano da quei pensionati, circa ventimila teste, meno di 80 milioni di euro l’anno, a fronte della copertura richiesta di 7,1 miliardi : anche i pensionati di platino non sono più sufficienti; uno spreco senza precedenti a carico di tutti i cittadini che volenti o nolenti dovranno farsi carico di quella vasta platea di  vogliosi di lavorare e di varie tipologie di malavoglia che attendono ansiosamente quel provvedimento.
L’approccio è comunque censurabile sotto diversi profili; in primis per la noncuranza delle norme che tutelano le minoranze; in secondo luogo per la demolizione dello stato di diritto senza tener conto dei legittimi adempimenti; infine per il subdolo tentativo di avere più consensi per le imminenti elezioni europee:  se nel breve termine, tuttavia, non si vedrà un incremento nell’occupazione e nella produttività, magari con un’economia stagnante, allora potrebbe arrivare presto la resa dei conti per gli errori commessi nella finanziaria, compresi quelli connessi con la depredazione dei pensionati di platino. Possibile che solo pochi interessati debbono rappresentare il loro disagio e la loro rabbia per questo malgoverno che promette solo a parole “il cambiamento” mentre è una regressione su tutti i fronti? C’è da indignarsi per noi e per il nostro futuro, e l’indignazione in casi come questo è un diritto sacrosanto: mai arrendersi alla rassegnazione di fronte a storture che non sono civilmente accettabili.   In questo Paese non è così facile richiamare il buon senso, il senso civico e l’umiltà; sembra sia solo il convincimento di pochi che quelle pensioni d’oro -si fa per dire- rappresentino il frutto di una vita di sacrifici, disagi e rischi motivato e giustificato da meriti vagliati e indiscussi, a fronte di gravose responsabilità nei confronti delle Istituzioni e dei cittadini.
Chi parla di privilegi è uno spregevole mistificatore e “salparle” da quei titolari è un vero e proprio furto in quanto quelle pensioni, che piaccia o meno, sono legittimate ed attribuite in piena aderenza con le leggi varate in oltre mezzo secolo dal nostro Parlamento. Che, da sempre, a parte oggi, ha sempre tutelato il principio di specificità tipico del militare, della sua condizione assai diversa da “chi pensa solo per sé”; ogni forma di taglio suffragato peraltro da frasi offensive configura oltre ad un arbitrio inaccettabile, un esproprio condito con l’accusa ignobile di parassitismo, del tutto in contrasto con la nostra Costituzione e perfino col saper vivere.  Si tratta perciò di un’azione illegittima ad ampio spettro, per soddisfare certe bramosie populiste che richiederebbe delle pubbliche scuse nei confronti di quei pensionati che hanno servito in armi il Paese e ora sono ingiustamente taglieggiati e spudoratamente etichettati: invece oggi qualcuno si gongola con “orgoglio” per l’approvazione di quella manovra.  Una tale deprecabile accusa da parte di un ministro di questa Repubblica non doveva passare liscia e non doveva essere denunciata soltanto da parte dei singoli colpiti, ma dai nostri Capi e dalle relative Assodarma nei confronti della Ministra della Difesa e del Presidente della Repubblica: loro, ed in particolare le associazioni d’arma, hanno il compito di segnalare fatti come questi per i provvedimenti istituzionali a cura dei predetti vertici gerarchici, perché la tutela della dignità e dell’onore degli ex – con le stellette, oltre che un dettato statutario è una questione di rispetto di quei veterani che, comunque, deve essere ben chiaro, sanno combattere anche da soli.
Ma se tutti tacciono e qualcuno si bea di poter avere la libertà ed il diritto di mettere le mani nelle tasche altrui per un “delirio di cittadinanza”, senza considerare uno status ed una carriera di alto profilo guadagnata sul campo,  non rimane che confidare in quel “contrappeso” della Corte Costituzionale per un severo giudizio di incostituzionalità e, se l’esito fosse avverso, resta comunque la concreta possibilità di adire con una “class action” agli organi giudiziari preposti alla tutela del cittadino: il concetto è che in una società civile non può prevalere l’arroganza ed il sopruso, surrettiziamente ammantate di scaltrezza elettorale e populista, nei confronti di gente che ha speso un’intera vita anche per loro e la loro Difesa e Sicurezza.
Io non ci sto; da buon militare non sono mai stato di destra o di sinistra; non vado alla sera in via Salaria ed ho sempre pagato tasse e contributi secondo quanto la legge richiedeva; non accetto perciò, nel modo più assoluto, l’etichettatura spregevole di quel ministro e confido ancora in un qualche ravvedimento normativo per quella manovra, ma soprattutto pretendo delle scuse pubbliche da quel “signorino” che è riuscito a sollevare uno tsunami di rabbia fra i militari pensionati, altro che pace fiscale e simili sciocchezze.
E si sappia anche che il militare non ha paura di combattere per la difesa della propria onorabilità, costi quel che costi: in casi come questo non ci si deve limitare alle sole vie formali per mettere in discussione quelle aberrazioni, ma si possono percorrere rotte diverse e anche altre azioni più plateali, pur meno etiche come quelle di piazza, per far valere le proprie sacrosante ragioni.
E, per questo, dovremmo tutti comprendere che, tutto sommato, la Francia non è poi così lontana…

Giuseppe Lertora

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