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Esclusiva: i dettagli inquietanti sul caso di Paola Morandi Treu

Italia, Roma – Finisce in un inaspettato tritacarne la signora Paola Morandi. Alla luce della sentenza di primo grado del 15 ottobre scorso, Tribunale di Roma – X sezione Penale,  che condanna la signora Morandi a 16 mesi di reclusione e 200mila euro di ammenda, per truffa ai danni dello Stato perchè considerata non cieca assoluta, ma le motivazioni saranno disponibili solo tra 30 giorni, vogliamo fare chiarezza su alcuni punti essenziali di questa incredibile situazione che ha stupito e sconvolto tutta la comunità degli invalidi/disabili visivi, nazionale e internazionale.

Premesso che la Legge del  3 aprile 2001, n. 138 dà una classificazione ben precisa della menomazione visiva e si definiscono ciechi totali: a) coloro che sono colpiti da totale mancanza della vista in entrambi gli occhi; b) coloro che hanno la mera percezione dell’ombra e della luce o del moto della mano in entrambi gli occhi o nell’occhio migliore; c) coloro il cui residuo perimetrico binoculare è inferiore al 3 per cento.
Nel caso di Paola Morandi che è affetta da un’atrofia ottica bilaterale – malattia di Leber, una malattia degenerativa del nervo ottico già riscontrata nel 1992 negli Stati Uniti, non è mai stata contestata in effetti la cecità né secondo i termini di imputazione, né dai medici che l’hanno visitata e nemmeno dal medico INPS che è intervenuto al processo. La partita si giocherebbe in realtà, sul quel residuo perimetrico binoculare del +/- 3% che la Legge stabilisce per la definizione di cieco assoluto, ossia colui che avrebbe diritto secondo le leggi vigenti alla pensione e all’indennità di accompagnamento.

Essendo il nervo ottico come un cavo elettrico (composto al suo interno da migliaia di fili), che collega l’occhio al cervello, una volta che si manifesta questo tipo di malattia si “bruciano” progressivamente in pochissimi mesi buona parte di questi fili, portando di conseguenza la cecità assoluta, non perché l’occhio nella sua conformazione si ammali (anzi appare perfettamente funzionante per mobilità, orientamento e reazione alla luce della pupilla) ma perché non c’è più connessione tra l’occhio e il cervello, esattamente come un pc che ha il cavo di collegamento con il monitor guasto, il video non funziona perché non arriva segnale, non perché lo schermo è rotto. Oltretutto, va da sé, una malattia degenerativa non può avere un miglioramento, una regressione, altrimenti non potremmo definirla tale, visto che le cellule distrutte non possono essere ricostruite e in questo caso non esiste nemmeno una cura utile a fermarne il decorso.

Qui sta il dilemma e il preconcetto. Da qui nascono tutti gli equivoci che hanno portato a questa insopportabile e inaccettabile situazione la signora Morandi. Ma chi sarebbero i complici di questa “Truffa”? Vediamo con ordine il susseguirsi dei fatti

La storia in sintesi
Aveva un bimbo di un anno, era una giovane donna sposata con un Ufficiale della Marina Militare che per motivi di lavoro era stato trasferito negli Usa e vivevano all’interno di  una base aerea dei Marines a Cherry Point, nel North Carolina.
Era 1991 quando Paola Morandi si rese conto che c’era qualche problema con la vista, osservando un calendario, improvvisamente, non riusciva più a leggere i numeri fissando centralmente il foglio sul muro. Così iniziò un calvario fatto di svariate e contrastanti diagnosi: dal tumore al cervello alla sclerosi multipla, all’ictus cerebrale. Finché nel maggio 1992, presso il John Hopkins Medical Center, le diagnosticarono la Neuropatia Ottica Ereditaria di Leber (LHON), ossia una rara malattia metabolica mitocondriale, di carattere genetico, ereditata dalla madre.

Nel 1994 la famiglia Treu – Morandi rientrò in Italia, a Taranto. Paola era partita normodotata e rientrava handicappata ma rimase sorpresa dall’umanità e vicinanza dei medici italiani. Il medico generico constatando le sue condizioni di vista gravemente invalidanti, le suggerì di sottoporsi all’esame della Commissione pertinente, in modo da ottenere un accertamento della disabilità, utile anche ai fini dell’accesso a servizi che le potevano rendere la vita più agevole. Infatti il 19 settembre 1996 fu sottoposta all’esame della Commissione di Prima Istanza della ASL TA/1 che decretò la sua condizione di cieca assoluta secondo le previsioni della legge 382/70 in vigore al quel tempo. Tuttavia il giudizio definitivo competeva al Ministero del Tesoro con la verifica ordinaria sul verbale della suddetta ASL e secondo il criterio del silenzio assenso entro sessanta giorni. Pur essendo ampiamente scaduto il limite dei sessanta giorni, il 29 settembre 1997 (un anno dopo) fu sottoposta all’esame della Commissione del Tesoro, che confermò le sue condizioni di cieca assoluta in aderenza alle leggi 382/70 e 508/88, disponendo il pagamento della pensione di cecità assoluta e dell’indennità di accompagnamento con decorrenza dal 1 luglio 1996.
Ciò è stato confermato anche dal  Coordinatore Generale medico-legale dell’INPS, Dr. Piccioni, in occasione dell’udienza del 16 gennaio 2018.

I fatti legati all’imputazione: tutto e il contrario di tutto
Paola Morandi il 29 marzo 2009 fu informata dall’INPS che avrebbe dovuto essere sottoposta a una verifica straordinaria nell’ambito di un piano di controlli per l’accertamento dello stato invalidante. Era stata convocata per il 5 maggio 2009 ma a causa di un altro impegno inderogabile, chiese di rinviare l’accertamento ad altra data a loro discrezione, allegando (per pragmatismo) anche il verbale della Commissione del Tesoro. In esito alla richiesta, l’INPS rispose scusandosi, confermando che la sua patologia rientrava tra quelle previste dal D.M. 2/8/2007, esonerandola da ulteriori visite di controllo o di revisione. Anche questo passaggio è stato confermato dal Dott. Piccioni, in occasione della sua testimonianza in udienza.

Allora qual è il problema?

Alla fine del 2013 fu avviato il procedimento penale nei confronti della signora Morandi-True, la cui richiesta di rinvio a giudizio recita…

dopo aver ricevuto in data 01-07-96 il diritto alla corresponsione della pensione e dell’indennità di accompagnamento perché affetta da cecità assoluta come riconosciuto dalla Commissione medica provinciale di Taranto…, mediante artifizi e raggiri, consistiti in particolare nel trasmettere all’INPS di Roma che l’aveva convocata per una visita medica finalizzata a verificare la persistenza dello stato di invalidità, la documentazione nella quale si dava atto contrariamente al vero dello stato di cecità assoluta, si procurava un ingiusto profitto consistito nel continuare a percepire la pensione di invalidità e di accompagnamento

Le indagini svolte dai carabinieri nel corso di ben 2 mesi di appostamenti, si sarebbero ridotte a qualche ripresa video in 2 o 3 giorni diversi, in un caso ricorrendo alle telecamere di Auchan Porta di Roma, a riprova della scarsa mobilità della signora Morandi. Nelle annotazioni degli inquirenti riferite alle immagini raccolte, emergono in modo significativo delle incomprensioni sulla patologia e sullo stato di un cieco assoluto che ha perseguito corsi di riabilitazione, importanti al fine di assumere un minimo di autonomia almeno in determinate condizioni e anche tramite la tecnologia di supporto. Si legge “osserva il display del telefono cellulare che tiene in mano, tenendolo a distanza, non troppo ravvicinata, dal proprio viso”, senza comprendere che un cieco usa il cellulare, in tutte le sue funzioni, attraverso una sintesi vocale con la quale si interfaccia toccando lo schermo e anche parlando.  Oppure senza comprendere che si possa indossare un orologio vocale che è necessario avvicinare al volto per sentire la voce che comunica l’ora e non di certo per leggerne il display.

Secondo quanto testimoniato sempre dal Dott. Piccioni, il 16 dicembre 2013 l’Autorità giudiziaria ha sequestrato il fascicolo di Paola Morandi, con accesso agli archivi cartacei dell’INPS e, in data 7 luglio 2015, il Direttore della sede INPS di Roma pro tempore ha chiesto al Piccioni un accertamento diretto nei confronti della Morandi convocata per il 6 agosto 2015, alle ore 10, per la verifica della permanenza dei requisiti sanitari in tema di Cecità Civile.  Paola avrebbe dovuto essere in ferie con la famiglia in quella data ma sconvolgendo  tutti i programmi per soddisfare la richiesta dell’INPS e riuscendo per miracolo ad avere la disponibilità di un neuroftalmologo che potesse assisterla in quella data, era pronta a sottoporsi a quanto richiesto dall’Istituto ma due giorni prima, con un telegramma, l’INPS modificava l’ora dell’incontro “per le 15 del medesimo giorno”.
Addio all’assistenza del neuroftalmologo e non avendo nulla da nascondere si presenta all’esame della commissione costituita verbalmente dal Dott. Piccioni (pare una procedura irrituale) che ha incaricato il suo Vicario, Dott. Onofrio De Lucia (medico legale e oncologo che poco ha a che fare con il caso in questione), quale presidente, e di aver soprattutto inserito “lo specialista” della malattia in oggetto, ossia l’oculista dottor Filippo Romani che però non è un neuroftalmologo come avrebbe richiesto il caso.

Incredibilmente nello stesso giorno della visita, il 6 agosto 2015, è stato compilato e inviato il verbale scaturito dalla visita della commissione a Paola Morandi, con una tempestività inusuale per l’INPS. Il verbale riportava l’assenza di menomazioni visive previste dalla legge n. 382/70 – non cieco civile, asserendo sostanzialmente che in entrambi gli occhi, la Signora possedeva una vista superiore a 1/20. Ma non è tutto.

Sempre in quel 6 agosto, quindi prima della visita, Paola Morandi riceveva  una lettera dell’INPS che comunicava la sospensione della prestazione con riferimento al procedimento penale a suo carico (protocollo INPS 7014.31/07/2015.0123087 in data 31 luglio 2015). Una comunicazione che sarebbe dovuta partire a valle degli esiti di quella stessa visita medica che, come ha dichiarato lo stesso Coordinatore Generale medico-legale dell’INPS, Dr. Piccioni, sarebbe servita proprio a sospendere eventualmente l’erogazione della prestazione economica nei miei confronti. Strano no?

Secondo il capo d’imputazione la signora Morandi avrebbe trasmesso  ad Inps “la documentazione nella quale si dava atto contrariamente al vero dello stato di cecità assoluta, si procurava un ingiusto profitto consistito nel continuare a percepire la pensione di invalidità e di accompagnamento”. Se non fosse per la drammaticità della situazione ci si potrebbe addirittura divertire a prendere atto che Asl, Commissione del Tesoro e la medesima Inps (che avrebbe subito la truffa) sarebbero stati “complici” nel definirla “cieca assoluta”! Si,  la medesima Inps con la lettera inviata alla signora Morandi conferma che la sua patologia rientrava tra quelle previste dal D.M. 2/8/2007, esonerandola da ulteriori visite di controllo o di revisione.

Allora ribadiamo: qual è il problema?

Ci chiediamo come sia possibile che non venga tenuto in considerazione l’unico reale strumento per verificare lo stato della menomazione visiva di Paola Morandi, ossia l’OCT (Optical Coherence Tomography). L’esame scientifico infatti è in grado di misurare strutturalmente l’anatomia e rileva il grado di perdita delle fibre nervose che compongono il nervo ottico. Non c’è valutazione di campo visivo o di acuità visiva che tenga davanti all’OCT che permette di valutare con estrema precisione la quantificazione del danno anatomico e misurando uno spessore non ci può essere nessuna influenza soggettiva del paziente nell’esecuzione dell’esame.

Per trasparenza vi sottoponiamo l’esame a cui è stata sottoposta Paola Morandi Treu, presso l’ospedale di Bellaria, UOC Clinica Neurologica – Istituto di Scienze Neorologiche, del 3- 3-2017 che recita espressamente «La paziente è stata ricoverata per un controllo nell’ambito di un’atrofia ottica di Leber esordita 25 anni fa.  Il disturbo visivo è stabile da diversi anni, la valutazione oculistica conferma la stazionarietà del quadro clinico e l’OCT documenta un’atrofia generalizzata dei nervi ottici di entrambi gli occhi».

 

 

Forse sarebbe basilare affrontare  la valutazione delle invalidità non con inutili spese investigative che poco raccontano della situazione reale che vive la persona, ma con oggettivi esami che ne delineino esattamente la condizione. Il mondo della disabilità davanti alla storia di Paola Morandi si è giustamente mobilitato in difesa della Signora e della loro stessa vita, dei loro inimmaginabili sforzi per affrontare le possibilità di “riabilitazione” che gli permettano attraverso gli altri sensi e la tecnologia disponibile di avere un minimo di normalità.

L’«atroce reato» che ha compiuto in realtà Paola Morandi è quello di voler vivere, di avere un minimo di “normalità” nella quotidianità. Una riabilitazione auspicata persino dallo stesso Stato, come confermato da Vincenzo Zoccano – Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con deleghe a Famiglia e Disabilità,  che invita i disabili visivi a partecipare a corsi e comunque ad attivarsi per una possibile riabilitazione. Lo stesso Stato che dimostra con azioni come quelle riservate alla signora Morandi Treu di volerli invece repressi e depressi come nel medioevo. Solo così l’Inps può risparmiare?

Daniela Russo

 

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