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Attacco contro armi chimiche in Siria: considerazioni logiche e riflessioni geopolitiche

siria-attacchi-armi-chimicheSe la situazione in Siria è assai complessa e zeppa di variegati interessi geostrategici, è anche vero che, essendo quasi totale la mancanza di informazioni da quel teatro, alcuni esperti per fortuna tacciono, altri si avventurano comunque in ipotesi balzane, in valutazioni a dir poco stravaganti, addirittura intravvedendo ripercussioni anche sul tentativo di dar vita al nostro governo, ammesso e non concesso che i politici nostrani abbiano mai maturato qualche idea e vision in tema di politica estera. Il concetto della segretezza riguardante in particolare le operazioni militari americane è stato infatti reso più ermetico dall’attuale amministrazione Trump che, in diverse occasioni, ribadiva di “non essere più disposto a comunicare i piani di guerra ai nemici”, a partire dalla strategia e dalle tattiche “covert” nel combattere lo Stato Islamico (ISIS) per evitare che gli stessi ne possano trarre vantaggio. Tale policy esclude o limita al massimo possibile anche i giornalisti “embedded” inseriti nelle diverse missioni in modo che certe informazioni sensibili non siano divulgabili in real time come accadeva un tempo dalla CNN & Co, diventando non tanto e non solo pura spettacolarizzazione, ma dei pericolosi “leaks” a favore dei mariuoli: nel settore militare la sicurezza delle operazioni e dei soldati coinvolti deve, in larga misura, prevalere sulla trasparenza informativa generica, altro che!
Come dargli torto? Chi non ricorda nella guerra contro la Libia i servizi paradossali e pericolosi al tempo stesso dei media fatti dall’aeroporto di Trapani-Birgi con le indicazioni precise del momento del decollo dei caccia della coalizione, della loro composizione ed armamento, dando così perniciose indicazioni sul fatto che 20 minuti dopo quei velivoli fossero sul cielo di Tripoli?

Chiaramente quel deficit informativo sulle operazioni US, come nel caso recente della Siria, se ne tutela la segretezza, priva, per contro, l’opinione pubblica internazionale delle news e lascia ampio spazio a supposizioni ed interpretazioni di ogni genere. Per quanto ci riguarda, non è superfluo evidenziare che la segretezza delle operazioni militari nostrane è molto più “relaxed” (spesso non si riesce a trattenere neppure “il semolino”), né abbiamo una tradizione di “expertise” che possano interpretare con logica, buon senso e provata esperienza, quelle operazioni dandogli un comprensibile significato in termini di geostrategia, né purtroppo di soloni affidabili in politica estera.
E’, infatti, incontrovertibile che noi non abbiamo mai brillato, anche in presenza di governi consolidati, nella capacità di esprimere una precisa “road-map” per affrontare le crisi internazionali, né a collocarsi doverosamente in precisi schieramenti; abbiamo, per contro, spesso scansato ogni forma di interventismo giustificando la nostra ambiguità e adducendo quasi sempre a non ben precisati aspetti umanitari, comunque sempre nell’ambito della dottrina del politically-correct per non scontentare nessuno, finendo invece, di solito, per scontentare tutti e guadagnarsi così il biasimo internazionale. La caratteristica basilare delle nostre decisioni, spesso tardive e quindi prive di significato quando si tratta di emergenze o crisi acute, ci ha sempre confinato nell’irrilevanza e nella sconsideratezza sul piano geopolitico, finendo per essere etichettati degli opportunisti dell’ultim’ora, pronti a voltare-gabbana e votati al vecchio adagio “con Franza o Spagna, purché si magna”.

La nostra titubanza e le correlate giustificazioni del mancato intervento in questo frangente possono pertanto trovare una qualche spiegazione in quanto siamo, di fatto, senza un Governo, ma probabilmente la situazione non sarebbe molto diversa se ne avessimo uno nelle piene funzioni istituzionali, viste le lungaggini per l’approvazione parlamentare di un eventuale intervento che sarebbe stato deciso, forse, a guerra finita. In altri termini manca da sempre una politica estera determinata e coraggiosa non solo per aderire prontamente a neo-coalizioni come nell’evento siriano, ma se del caso anche per rifiutarle; una Nazione che si rispetti, seppure dopo una seria e spedita valutazione dello scenario  e degli effetti geopolitici che una adesione o negazione possono comportare, deve pervenire ad una decisione politica univoca: non si può sempre procedere col “freno a mano tirato”, in preda ai pacifinti ed aspettare che gli altri decidano per primi, e poi saltare sul carro delle opinioni prevalenti e magari del vincitore: comunque la partita è persa in partenza. Ci vuole fermezza e determinazione, qualunque sia la scelta presa, e anche una certa prudenza prima di avventurarsi in un’impresa dai contorni poco chiari e non priva di rischi. In tal senso, prima di buttarsi a capofitto in un conflitto, o in un intervento armato, è necessario usare la testa, tanta logica e valutare gli aspetti di geopolitica sottesi, nonché – soprattutto – i cosiddetti “effect based”, cioè le conseguenze sui diversi piani politici, diplomatici e militari, senza sottacerne altri, che quelle azioni comportano. Di prima acchito, va riconosciuto che, nel caso specifico dell’attacco della “triplice” USA, UK e Francia, contro obiettivi siriani nella presunzione – pare mai ben accertata – di uso di armi chimiche, e soprattutto senza la certezza degli attori che le hanno impiegate (governativi di Assad oppure milizie ribelli?) la posizione tenuta dall’attuale nostro governo è apparsa logica e perfino corretta sia per quanto riguarda la non diretta partecipazione all’attacco, sia per la questione della limitata disponibilità all”uso delle nostre Basi da parte degli aerei di quella triplice. E ciò a prescindere dalla discussa appartenenza alla NATO, e subordinatamente alla “liquida” Unione Europea che ancora una volta “ è rimasta assente ingiustificata”; infatti l’attacco a quei diversi obiettivi “chimici”, apparso da subito come “simbolico” più che sostanziale, è totalmente avulso dalle norme e dagli accordi che regolano i rapporti ed i vincoli esistenti fra i membri di tale Alleanza. In gioco non c’è la sicurezza o la solidarietà nei confronti di un Paese NATO, oltre a non esistere una qualsivoglia risoluzione o mozione dell’ONU e neppure di palese condanna in merito della stessa; pertanto non esiste alcun vincolo formale di partecipazione all’attacco da parte dell’Italia. La neo-coalizione, formata dalle forze franco-anglo-americane, ha condotto l’azione militare in risposta al bombardamento con presunte armi chimiche, compiuto – dicono i Tre – dal regime di Damasco lo scorso 7 aprile per la conquista di Douma, nella periferia est della capitale, dopo una serie di dispute e una palese escalation fra Washington e Mosca che, come noto, è da sempre il tutor di Assad. Nonostante i proclami di “vendetta” di Putin che, pur considerando l’attacco una barbara aggressione alla sovranità di uno Stato, per fortuna non si sono concretizzati, la triplice ha scaricato oltre 100 missili da crociera non tanto per indebolire le capacità del regime siriano, quanto per colpire i depositi di armi chimiche ed un centro di ricerca e di comando, con un’azione assai circoscritta e mirata, senza fare – stranamente – vittime. Le motivazioni addotte, per la verità poco credibili da un punto di vista strategico, in particolare quelle di Macron, parlano di etica e di salvaguardia dell’onore internazionale (?), così come per gli inglesi, mentre per gli States si tratta di aver superato quella “linea rossa” già definita ai tempi di Obama (anche se poi Lui non fece nulla, nonostante il superamento…) e ribadita con più fermezza da Trump, con l’attacco dell’aprile 2017 alla Base aerea di Shayrat, lanciato dalle Unità navali in Mediterraneo. Sta di fatto che, anche per ragioni diverse e per vari interessi delle Nazioni coinvolte, ben lontani da quelli portati alla ribalta dai media, anche se comprensibili sotto il profilo umanitario poiché trattasi di armi assai devastanti, alla fin fine si è voluto dare una lezione più simbolica che reale (non si sa ancora bene a chi) scaricando centinaia di missili, dai Tomahawk agli Scalp, agli Storm Shadow, per la maggior parte dalle Navi e sommergibili, contro i siti di produzione e controllo delle armi chimiche, impiegate – si dice – da Assad per la presa di Douma. Se si considera che Assad aveva già preso possesso di Douma da una settimana, resta difficile – e poco logico – capire come e perché abbia deciso poi di impelagarsi nell’uso di armi chimiche, quando aveva già la vittoria in mano e soprattutto era ben conscio della possibile reazione militare degli americani oltrepassando quella famosa “red-line”: Assad è un dittatore sanguinario, ma non è certo fesso! La decisione successiva della triplice di bombardare uno Stato sovrano come la Siria, ancorché in modo chirurgico ma tutto sommato in modo unilaterale, senza prima aver acclarato con “prove provate” gli autori di quei misfatti, è un’azione opinabile in termini di diritto internazionale, e ricolloca gli US nel ruolo di poliziotti del mondo, seguiti da altri – Macron e la May – che hanno certo interessi non secondari in quella scelta. L’attacco, probabilmente, come già detto, ha avuto un carattere simbolico ma è servito a schiaffeggiare la Siria per mandare messaggi trasversali e di livello strategico a Russia, Iran, Turchia ed Israele. Di certo quegli attacchi diretti ad Assad vanno a rafforzare i residui combattenti dell’ISIS e le varie milizie dei ribelli, ma soprattutto Erdogan che si sente sempre più autorizzato a colpire sia Assad che il povero popolo curdo. Mentre il dopo-attacco è stato caratterizzato da un ovvio silenzio da parte dei leader coinvolti, nelle more delle verifiche da svolgere a cura degli ispettori internazionali dell’OPAC, organismo delle NN.UU per il controllo delle armi chimiche, a Douma e dintorni, merita invece una citazione l’intervento fariseo post, fatto da Macron in sede Ue, spiegando che gli attacchi sono serviti per garantire l’onore internazionale (?!) e che bisogna fermare gli egoismi nazionali occidentali (da che pulpito la predica! dopo aver fagocitato Fincantieri, Telecom, averci salpato il territorio a Mentone e in Sardegna, aver stoppato l’immigrazione a Ventimiglia anche con azioni contro la nostra sovranità, ecc…), pronosticando addirittura una guerra civile europea: ci vuole davvero una bella faccia tosta, da piccolo sceriffo per fare certe dichiarazioni messianiche, quanto ipocrite.

La prima considerazione lapalissiana da farsi, per uscire dal tunnel degli equivoci sbandierati da molti insulsi talk-show che accusano il nostro Paese addirittura di “infedeltà” alla NATO, è che quello “strike” con le finalità e gli accordi della stessa NATO non ci azzecca proprio nulla, ed in tal senso è irrilevante anche la possibile disponibilità delle nostre Basi per ospitare gli aerei coinvolti in una missione dal carattere, tutto sommato, “stand alone”.  Anzi, sotto il profilo del diritto internazionale sussistono dubbi evidenti sulla legittimità dell’attacco, pur se gli autori insistono nel considerarlo tale in quanto deciso in “un quadro multilaterale” anche se neppure il Consiglio di Sicurezza dell’ONU si è mai sognato di ratificarlo.
Se si vuole valutare, infine, la nostra decisione nell’ambito dell’Ue, che notoriamente brilla per discontinuità e disomogeneità etica, pur avendo una Mrs. PESC “nostrana” a dirigere la politica estera comunitaria e la Sicurezza, allora a maggior ragione l’Italia ha fatto bene a tenersi alla larga da quell’iniziativa simbolica e di facciata. Infatti mentre Macron è partito lancia in resta affiancando Trump, soprattutto per i propri interessi e l’appoggio nelle missioni africane, dal Mali alla Libia, fregandosene delle valutazioni e delle possibili, ma inesistenti, decisioni dell’Ue, sembra che gli altri 27 membri – Germania compresa – non essendo dello stesso parere, abbiano completamente glissato sull’intervento. Di più; nella sua relazione all’Ue lo stesso Presidente “cugino” ha tentato di giustificare la propria azione “stand alone” con una sorta di iniziativa umanitaria e democratica, con toni enfatici quanto infantili, pronosticando addirittura una futura guerra civile europea dovuta al nostro egoismo; anche i più gonzi hanno avuto tuttavia grosse difficoltà a credere alle sue favolette e perfino Junker ha stigmatizzato in quella sede che l’Ue non è un club franco-tedesco per cui ognuno può fare ciò che gli aggrada, ma esiste una comunità allargata con gli stessi diritti e doveri che si chiama Europa. E la partecipazione di un solo membro Ue a quell’avventura non depone, in concreto, a rafforzare quello spirito di solidarietà e di coesione comunitario europeo, sempre più deteriorato proprio a causa della “grandeur” francese. Macron, comunque, essendosi subito schierato con gli USA ha posto in atto una manovra geopolitica di eccellente livello, rafforzando la propria posizione di primo partner degli americani non solo nel contributo dato al contrasto a ISIS in Africa e in Medio Oriente, ma quale primario referente nell’ambito della NATO, che gli consentirà anche di puntare al rafforzamento della Difesa europea con una palese autonomia strategica a guida francese, e con la giustificazione che l’Europa potrà così meglio cooperare con gli americani in molti casi, ma anche agire efficacemente da soli, ove necessario.

Il secondo aspetto che lascia stupiti, contro logica, è quello che gli ispettori dell’OPAC, organismo delle N.U. per il controllo delle armi chimiche, siano andati nelle aree in questione soltanto dopo l’attacco; sarebbe invece stato più sensato mandarli prima – come ripetutamente richiesto invano al Consiglio di Sicurezza, da Russia e Siria – per ispezionare e verificare se c’era evidenza di armi chimiche usate e, in base all’esito di quell’indagine, provocare la determinazione dell’ONU per dare una lezione corale ai colpevoli: invece un’azione militare siffatta, basata su scarsi indizi e su presupposti contrastanti, a parte le infrazioni sul piano del diritto internazionale, “puzza di bruciato” ed è una sonora sconfitta per la democrazia e la civiltà mondiale.  Già nel 2014, le stesse N.U. con apposita Risoluzione avevano posto al bando quelle armi chimiche, considerate WMD, armi di distruzione di massa, e avevano disposto la demolizione di quelle in possesso dell’Esercito siriano, cosa che avvenne da parte degli USA oltre 4 anni orsono; non bisogna sottacere che Assad possa aver sviluppato e prodotto altre armi chimiche nel frattempo, ma esiste anche la certezza che sia i gruppi orbitanti attorno a ISIS ed al-Qaeda, nonché le varie milizie salafite ribelli, ne posseggano in diverse quantità e qualità. La domanda di chi ha usato quelle armi resta per il momento un mistero, ed anche le ispezioni dell’OPAC, rallentate e tardive (è passato un mese senza che se ne conosca l’esito…), chissà se mai riusciranno a individuare i veri colpevoli; di certo lascia perplessi che Assad le abbia impiegate quando aveva già occupato Douma, il 7 aprile scorso e la città era sotto il controllo dei governativi-lealisti. Non ne aveva certamente più bisogno, anzi era logico escludere il loro lancio da parte di velivoli su una città di oltre 50.000 abitanti che avrebbe provocato una strage (che non c’è stata..); inoltre ben sapeva che, oltrepassando la “linea rossa”, gli USA l’avrebbero punito con una pesante azione militare mutuando quanto già avvenuto nello scorso aprile 2017 sulla Base aerea di SHAYRAT, con il lancio di ben 59 Tomahawk. Infine c’è da registrare la relativa semplicità nel produrre tali armi da un lato, e dall’altro che, nei conflitti asimmetrici, il loro uso vero o fake, è un arma propagandistica di operazioni psy-ops, decisamente importante per deviare la pubblica opinione dalla vera realtà.

Una considerazione è d’obbligo: tutta la dinamica, a partire dagli Ispettori dell’OPAC, incredibilmente tardiva, ed il fatto che Douma fosse già negli “organici” di Assad, nonché le probabili ritorsioni USA qualora fossero impiegate armi WMD, lasciano ragionevolmente ipotizzare che solo un folle avrebbe usato quelle armi, stante quelle condizioni; in altri termini la logica farebbe propendere – se uso c’è stato – da ricercare fra le milizie ribelli sconfitte ovvero fra gruppi terroristi in grosse difficoltà.

Inoltre merita una riflessione l’azione militare condotta contro quegli obiettivi, dai depositi ai centri di sviluppo e controllo che, con oltre 100 missili, non ha fatto vittime e non ha creato quei disastri prefigurabili qualora uno o più di quegli armamenti così “chirurgici” lanciati dalla coalizione franco-anglo-americana, avessero colpito anche un solo deposito chimico. Peraltro non esistono al momento foto, video o reportage, e neppure infos provenienti dalle equipe mediche operanti nell’area; allora viene da chiedersi quali fossero i target veri e quali  le reali intenzioni della coalizione: se i lanci fossero stati fatti su quei target-depositi chimici, i tre sceriffi sarebbero dei  criminali per gli effetti devastanti che avrebbero prodotto con le loro esplosioni e le migliaia di vittime; se, invece, sono stati lanciati – assai più logicamente – in aree diverse e disabitate, e su target virtuali, o su depositi opportunamente svuotati, senza creare vittime, ma soltanto per dare una lezione simbolica ai siriani e anche per salvare la faccia a livello internazionale, allora tutto sembra più plausibile.

Sotto un profilo geostrategico i messaggi inviati ed associati a quell’attacco, di per sé simbolico e dimostrativo, oltre a rafforzare l’immagine degli States in particolare, dimostrano che qualsiasi impiego di armi chimiche è inaccettabile e che gli USA sono disponibili anche a sfidare Putin, che notoriamente sostiene Assad, se necessario; cioè è passato un forte messaggio di avvertimento e di deterrenza nei confronti di Assad e di altri potenziali detentori: chi intende usare armi chimiche la pagherà cara e non solo in termini di sanzioni!
Tuttavia va anche rimarcato che, subito dopo, anche per evitare una pericolosa escalation del conflitto in atto, l’amministrazione americana evidenziava che l’obiettivo dell’attacco non era il governo siriano, ma solo le installazioni militari coinvolte nelle WMD. Alcune fonti abbastanza attendibili sostengono che addirittura sia il regime siriano che Putin, nonché altri attori con qualche interesse in zona, siano stati preventivamente avvisati dei lanci e perfino dei loro itinerari, evitando così di procurare stragi soprattutto fra i civili. Lo stesso Presidente Trump ha dichiarato che non intende immischiarsi negli “affari” interni siriani e sembra essere intenzionato a ritirarsi in qualche misura da quel teatro, ma non prima di aver conseguito i seguenti obiettivi: sconfiggere definitivamente ISIS; assicurarsi che non siano usate armi chimiche; mantenere la capacità di monitorare l’Iran e supportare, finché possibile, i curdi considerato il loro essenziale apporto nella lotta contro lo Stato Islamico. In effetti il processo del ritiro potrebbe essere assai lungo e non certo a breve termine, ma il fatto stesso di aver ammesso di non volersi immischiare negli “affari” interni siriani e, quindi di voler minimizzare il suo impegno in Medio Oriente visti quelli più pressanti nel Pacifico, hanno fatto contenti diversi leader di quello scenario: in primis Assad che si sente “più libero” di muoversi, ma ovviamente anche i Russi, i Turchi e gli Ayatollah che non si sentono più il fiato sul collo americano. Personalmente ritengo che la situazione in Siria sia troppo complessa e Trump è troppo scaltro per lasciare che la Russia rafforzi la propria influenza geopolitica in quell’area e, nel contempo consentire all’Iran –da sempre considerato “stato canaglia”- di espandersi in quella regione; né si deve dimenticare del supporto ad Israele, unico baluardo democratico nell’area, e della enorme presenza di petrolio e di gas che, anche se gli States hanno raggiunto la piena autonomia energetica, sarebbero altamente appetibili da vari clienti, non esclusi i terroristi. Non basta di certo la dichiarazione tattica di Trump di “mission accomplished”, né le ipotesi di sostituzioni nel ruolo statunitense con una sorta di coalizione arabo-sunnita a guida saudita, che peraltro inasprirebbe ulteriormente la diaspora religiosa con gli sciiti in Siria e con l’Iran in particolare, ma ci vuole -prima di parlare di ritiro USA- una vittoria geo-strategica che si intravvede, oggettivamente, ancora ben oltre l’orizzonte. E quando ci sono troppi interessi vitali geopolitici e geostrategici che si intrecciano con quelli geo-economici, le soluzioni semplicistiche diventano utopistiche e pericolose al tempo stesso; non va perciò sottovalutato che proprio in questa circostanza Trump ha voluto dare un segnale di “ritorno” al ruolo appannato negli anni di poliziotto del mondo per la tutela della sicurezza planetaria: chi si illude che gli USA lascino “mano libera” a Russi e Iraniani in quelle aree calde, ritirandosi e abdicando alla loro posizione di dominio in quella regione, significa che non capisce molto della sua strategia di “America First” anche in politica estera.

Sul piano tattico e concettuale gli attacchi in Siria suscitano diverse e ulteriori considerazioni e lesson learned, pur considerando che gli stessi siano avvenuti in linea con le intese militari con l’apparente nemico strategico, debitamente informato sui targets e sul loro itinerario per evitare vittime civili nei siti-obiettivi e anche scontri fra velivoli nello spazio aereo siriano. Risulta infatti che quei siti erano stati abbandonati dai civili, dai Russi e dagli iraniani, e la Russia non ha azionato i propri sistemi di difesa con i moderni S-400; secondo alcune stime i siriani sarebbero riusciti ad abbattere oltre 70 dei 105 Tomahawk sparati impiegando il sistema piuttosto obsoleto S-200, mentre gli Scalp lanciati dalle Navi ed aerei francesi hanno avuto diverse avarie e solo un terzo di quelli lanciati sarebbero risultati efficienti: percentuali di contrasto e di efficienza che, se confermate, dovrebbero preoccupare non poco il mondo militare occidentale, con notevoli implicazioni anche in campo strategico, attesa la indubbia capacità dei sistemi di difesa missilistici russi e la scarsa efficienza dei missili da crociera occidentali.

L’attacco è stato condotto primariamente, oltre il 70%, da piattaforme navali e subacquee operanti in Mediterraneo, ma anche assai decentrate, dal Golfo Persico al Mar Rosso, confermando, ove ce ne fosse bisogno, il ruolo crescente delle Unità Navali in termini di expeditionary, cioè di completa autonomia nella proiezione di forza su terra, incomparabile anche nei confronti di mezzi aerei, senza necessità di basi logistiche e lanciando missili a lunga gittata anche da bastimenti dislocati in bacini marittimi assai lontani, senza interferire con la sovranità nazionale di altri. Ed è da notare, per quanto ci riguarda direttamente, che le FREMM francesi hanno lanciato per la prima volta in un teatro RW real world, i missili da crociera Scalp navale, con un’efficienza che ha lasciato molto a desiderare ed alcune loro UUNN hanno dovuto essere sostituite perché “non pronte al lancio”: desta altresì meraviglia che, al di là della decisione politica italiana di non partecipare a quella “mission”, le nostre FREMM – dotate degli stessi sistemi di lancio Silver 70 – non avrebbero potuto lanciare alcunché in quanto la Difesa non ha mai acquisito tale missile, pur avendo –paradossalmente- la capacità di lanciarli: speriamo soltanto di non averne mai bisogno, perché la deterrenza e la guerra non si fanno lanciando “i fiori” dai nostri cannoni, né facendo bella foggia delle nostre Navi per parate o esclusivamente per missioni pacifiche. E’ in effetti il solito approccio minimalista della nostra politica che, in presenza di una capacità strategica rilevante per il Paese, pur avendone la potenzialità, riesce a privarsi così degli strumenti complementari necessari, quasi vergognandosi per il loro eventuale impiego: una politica ambigua e di piccolo cabotaggio verso la Difesa che, in caso di necessità, non potrà che sperare nello “stellone” e, ove necessario dalla contingente situazione, mostrare solo i muscoli ma evitare di sparare con ROE edulcorate ed escamotage tipici dei nostri bizantinismi. In altre parole nel caso di partecipazione ad una mission reale o si aderisce da subito alla coalizione con i mezzi più adeguati e senza troppi “se”, oppure è meglio defilarsi senza alcuna pretesa di giocare un ruolo importante e di “rango” nello scenario internazionale. E’ anche lapalissiano che, di fronte a situazioni di crisi o di conflitti come in Siria, i membri della comunità internazionale debbono disporre di specifici e adeguati “piani di contingenza” da attuare e gestire in modo “covert e segretato” ed avere, altresì, strategie complessive altrettanto chiare supportate da una politica estera non estemporanea che consenta di pervenire a decisioni in qualche modo maturate, in un quadro che tenga conto delle cause e delle origini delle stesse nonché dei ritorni geopolitici, per evitare fibrillazioni del momento, poterle comprendere nei molteplici aspetti e, possibilmente, governarne gli effetti.

Quell’attacco in definitiva, non può essere confinato ed archiviato solo come un puro esercizio di “War-game” da parte dell’amministrazione americana, ma sottende molti aspetti geopolitici, geostrategici e perfino tattici che impongono, da parte di chi ha responsabilità istituzionali, di prenderne atto, di valutarne gli effetti a tutto tondo e di sottoporli ad una rigorosa analisi strumentale e “logica”; ciò per evitare di pervenire a scelte future e decisioni semplicistiche quanto errate, ma anche di declinare situazioni e fatti assai seri e complessi, liquidandoli paradossalmente in base alle sole apparenze o notizie “minori”, senza una approfondita critica e sottacendo le fondamentali “lezioni apprese”, con svarioni conclusivi che non ci possiamo più permettere.

Giuseppe Lertora


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