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Libertà di stampa o notizie di regime?

freedom-pressQuanto è sottile la linea che divide l’informazione libera dalla stampa di regime? Quanto sono filtrate le notizie che invadono il web, la televisione e la carta stampata? Domande importanti su cui si potrebbe dibattere per ore e su cui gli avvenimenti degli ultimi giorni hanno acceso ancora una volta i riflettori. In un Paese formalmente libero, in cui ognuno può dire la sua senza filtri, ragion per cui siamo letteralmente invasi da notizie di ogni genere, in un Paese che si avvale dell’aggettivo “democratico”, accorgersi che la maggior parte di queste sono sapientemente veicolate non è facile; perché lo si fa sottilmente, è tutto lì davanti ai nostri occhi, qualcosa più in primo piano, qualcos’altro sullo sfondo, ma è tutto lì a portata di mano.

Esempio lampante, forse perché più vicino nel tempo, più strumentalizzato e tristemente abusato è quello che passerà alla storia come “fatti di Macerata”. Chi non sa di cosa stiamo parlando? Tutti i giornali, online e cartacei, tutte le televisioni, nazionali e locali, hanno riportato l’efferato omicidio di Pamela Mastropietro, fatta a pezzi da tre pusher nigeriani, stando alla ricostruzione della magistratura. Eppure pochi giorni dopo il ritrovamento dei poveri resti di Pamela, ordinatamente riposti in due trolley, un avvenimento ha fatto molto più scalpore della macellazione di una ragazzina: un giustiziere qualsiasi, un estremista di destra ha pensato di prendere il posto di quella giustizia che il più delle volte non è uguale per tutti e ha lavato il sangue con altro sangue. Da quel momento la notizia in prima pagina, quella più importante, non era più il brutale omicidio di una 18enne, bensì il gesto di un estremista che poteva fare una strage ma che, alla resa dei conti non ha ucciso nessuno. Non ha fatto a pezzi nessuno. Da allora abbiamo assistito a un rincorrersi, a una gara quasi tra organi di informazione per dimostrare che gli italiani sono più cattivi degli stranieri: c’è chi ha fatto mappe su fantomatici raid fascisti, chi ne ha fatto manifesto per propaganda politica, approfittando delle elezioni in arrivo. Improvvisamente agli occhi di chi fa l’informazione, e di chi alle spalle ne tira le fila, l’importante non era più informare il pubblico su una morte che ha sconvolto il mondo intero indagandone le cause ma giustificarci davanti agli occhi del mondo, sottolineare che gli italiani non sono razzisti che quelli che fanno i raid “fascisti”, se ancora si può utilizzare questo termine, sono pochi elementi rifiutati dalla società.  E che importa se al centro di tutto ci sono circa venti pezzi di carne umana sezionati con precisione scentifica?

Ultimo, il monologo di Pierfrancesco Favino sul palco dell’Ariston a chiusura della 68esima edizione del Festival di Sanremo, tratto da “La notte poco prima della foresta”, del drammaturgo francese Bernard-Marie Koltès. Un monologo bellissimo, pieno di pathos e interpretato da uno dei più validi attori italiani; un monologo che però sa di propaganda politica, sa di specchio per le allodole, concentra l’attenzione su un problema nascondendone molti altri. Perché, infatti, non fare un monologo così accorato anche sulla realtà delle baby gang napoletane a causa delle quali perdono la vita ragazzini che hanno da poco smesso il bavaglino? E perché, ancora, non fare un monologo sulle aziende italiane che chiudono una dopo l’altra o vanno a cercare manodopera altrove, lasciando senza lavoro e senza speranza migliaia di lavoratori, che siano di nazionalità italiana o meno? Perché non parlare delle realtà lavorative sottosviluppate e sottopagate che costringono migliaia di giovani a fare le valigie e andarsene, perché in Italia non c’è la guerra, no, ma c’è la triste abitudine a sminuire il proprio popolo per esaltare quello vicino. È facile parlare dai grandi palchi, è facile schierarsi quando si vive sotto le luci della ribalta. Ma non si può parlare di una realtà che non si conosce sino in fondo: ecco perché l’informazione non dovrebbe più essere a senso unico, non è solo il popolo che deve essere informato ma anche chi siede su comode poltrone. Perché la vita vera non è nelle parole e negli occhi lucidi. Se questo Paese vuole avere una speranza allora è necessario che cambi anche il volto dell’informazione.

Miriam Gualandi


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