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Borse: crolli generalizzati, Wall Street la capofila

Secondo gli uomini della finanza mondiale, questa ondata di ribassi delle borse mondiali, è partita venerdì scorso, quando il Dow Jones ha lasciato sul terreno oltre il 2,6%. Sulla scia di quel calo, via via si sono accodate tutte le borse, asiatiche ed europee. C’è un indiziato principale per tale calo: l’inflazione salariale Usa.

indiciborsaQualcuno l’ha già ribattezzato il più grande calo giornaliero di sempre per la Borsa americana. E non è un caso se il tonfo del Dow Jones a Wall Street, che ieri ha perso temporaneamente quasi 1.600 punti, ha trascinato con sé anche gli indici delle Piazze asiatiche, come quello di Hang Sens di Hong Kong, o il CSI 300 cinese. Per non parlare di Piazza Affari, che stamattina, sulla scia di Wall Street, ha aperto in forte calo. Il Ftse Mib ha segnato una flessione del 3,50% a 22.065 punti. Ma che succede alle principali piazze finanziarie mondiali? E cosa ha determinato lo scivolone di Wall Street?

Per capire cosa sta accadendo, bisogna fare un passo indietro e tornare a venerdì scorso, quando il Dow Jones ha lasciato sul terreno oltre il 2,6%. Un ribasso che ha rappresentato il peggior calo giornaliero dal 9 settembre 2016. Lo stesso giorno Janet Yellen, al timone della Federal Reserve, si preparava a passare le redini a Jerome Powell, che ieri ha prestato giuramento come presidente della banca centrale americana.

L’OMBRA DELL’INFLAZIONE – Ma a provocare lo scossone, oltre alla salita dei rendimenti del Treasury americano, sarebbe stata l’inflazione salariale, risalita ai massimi da gennaio 2014. Inoltre, scrive la ‘Cnn’, a provocare incertezza negli investitori sarebbe lo stato dell’economia statunitense, molto forte dopo l’elezione di Donald Trump. A preoccupare il mercato ci sarebbe poi il tasso di disoccupazione, sceso ai minimi storici e i salari in crescita. “Sebbene l’economia sia cresciuta costantemente per quasi nove anni – sottolinea la ‘Cnn’ – l’inflazione è rimasta ostinatamente e misteriosamente bassa”.

TASSI IN AUMENTO – Per contrastare l’inflazione, la Federal Reserve è costretta ad alzare i tassi di interesse. La banca centrale non è stata in grado di aumentare significativamente i propri tassi di interesse negli ultimi dieci anni, fa notare la ‘Cnn’, temendo che così facendo avrebbe ostacolato la ripresa economica e causato, probabilmente, il crollo dei prezzi. Ed è stato proprio il timore di una nuova stretta della Fed sui tassi di interesse ad aver in parte provocato l’ondata di vendite di ieri. La banca centrale americana ha fatto intendere di aumentare gradualmente i tassi quest’anno, indicando che verranno ritoccati per tre volte. Quanto basta a mettere in allerta i mercati. Ma se l’inflazione dovesse riprendere, osserva ancora la l’emittente statunitense, la Fed potrebbe aumentare i tassi più spesso e più rapidamente di quanto previsto.

E IN EUROPA? – Quanto all’Europa, ieri il governatore della Bce, Mario Draghi intervenendo all’Europarlamento di Strasburgo, ha rassicurato sulla ripresa economica e sui tassi di interesse, che si aspetta “rimangano ai livelli attuali per un periodo esteso di tempo e ben oltre l’orizzonte dei nostri acquisti di titoli”.

Draghi ha inoltre aggiunto che “l’aumento dei prezzi degli asset nei mercati dell’area euro finora non è stato accompagnato da un’eccessiva crescita del credito” con tassi di crescita “ancora ben al di sotto di quanto abbiamo visto prima della crisi” ha sottolineato il presidente della Bce. “Quindi, non c’è alcuna evidenza di bolle sistemiche alimentate dal credito”.

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