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L’Europa all’attacco dell’Italia sulla sua Legge Navale

europaSiamo nell’epoca delle “fake news” ed è sempre più difficile distinguerle da quelle vere; spesso il confine è molto labile e molte sembrano credibili anche se assai balzane: l’ultima uscita, incredibile ma vera, riguarda lo schiaffo della Commissione Europea che apre una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia per l’acquisizione delle Navi per la Marina Militare, correlate alla cd. Legge Navale. L’Ue manifesta interrogativi (inadeguati, quanto intempestivi, dopo un lustro) sulla nostra Legge Navale nata per l’ineludibile rinnovo dello strumento navale “morente”: ci incolpa, in sostanza, di avere fatto le cose in casa ravvisando una infrazione procedurale nell’ambito della Difesa italica per non aver ottemperato, a loro dire, a certe direttive e lineamenti dettati dalla ineffabile troika europea. Va tuttavia subito rimarcato, da un lato che gli ordinativi di quelle nuove navi, assolutamente necessarie per dare una sufficiente continuità operativa alla Marina Italiana, sono stati fatti attraverso OCCAR, l’esistente organizzazione congiunta europea per la gestione dei programmi Ue nel campo degli armamenti, con sede a Bonn, a cui aderiscono la gran parte delle Nazioni europee (a meno di quelle del cd. Visegrad); dall’altro lato, val la pena precisare che quel prodotto navale e sistemistico nasce da programmi di ricerca e sviluppo ambito Difesa, con un deciso contributo dello Stato italiano e della indigena industria cantieristica. Ergo, naturalmente i prodotti relativi a sistemi e sottosistemi nati in seguito a tale approccio che hanno visto l’esborso di euro italiani, devono avere il timbro tricolore, restando nel giro italiano e non possono certo andare a beneficio di una fantomatica, quanto illogica, cooperazione europea che, di fatto, non esiste se non quando si tratta di spartire il piatto degli altri, in nome di una ipocrita sussidiarietà, irrealistica e proterva.
Il programma navale, sostenuto dalla ferma volontà dell’Ammiraglio De Giorgi, già approvato 5 anni fa, prevedeva in sintesi la costruzione di un certo numero di Pattugliatori Polivalenti di Altura, i PPA, in grado di assolvere compiti tipicamente militari e anche “duali”; una nave LHD, Landing Helicopter Deck, multiruolo ma finalizzata alle esigenze anfibie, ed una nave di supporto logistico ed ospedaliero LSS, Logistic Support Ship, oltre ad un paio di navi sottili veloci per l’interdizione navale. Tutto sommato un programma appena sufficiente a fronte delle numerose dismissioni delle attuali Unità Navali in linea, ormai colpite da una obsolescenza tecnica e della loro fine di vita operativa: un programma realistico che serviva a tamponare “la morte annunciata” della Marina.
Forse non è sufficientemente noto che la Marina nel prossimo decennio dovrà mettere in disarmo per vetustà circa 50 navi di varie taglie, mentre con la L.N. ci sarà un recupero assai parziale – a numero, molto meno del 50% – con 10-12 nuovi bastimenti normalmente di dislocamento superiore ma con capacità davvero multiruolo su piano militare, e “dual use” per l’utilizzo da diversi dicasteri: primo fra tutti la Protezione Civile in caso di calamità, proprio sfruttando  quella innata flessibilità, capacità expeditionary, autonomia e indipendenza connaturate con quelle stesse UUNN.
Ma è tutto da vedere; c’è da aspettarsi anche che qualche corvo nostrano, seppure a scoppio ritardato, si associ alla reprimenda europea, dimenticandosi che il progetto della Legge Navale risale al febbraio del 2013, condiviso sia ambito Difesa che a livello politico dell’allora Governo tecnico di Monti, e dai successivi due governi -Letta e Renzi -che si sono succeduti. Non si è trattato di portare avanti una visione speciosa Marina-centrica, perché trattandosi di sopravvivenza, l’esigenza è stata sposata da tutti, Parlamento compreso. Chi dovesse svegliarsi oggi per comodo o interesse di bottega, fa sorgere legittimi dubbi sulla sua buona fede e sulla iraconda invidia verso la Marina che, per tacere della propria Aviazione di Marina, ha un’efficienza ed un’efficacia straordinarie se comparate con altre componenti, anche per quel binomio vincente rappresentato dalla Nave più aeromobili che ne fa un moltiplicatore di forza unico e assolutamente valido.
Le UUNN della Legge Navale tengono conto anche di tali esigenze e, tutto si può dire tranne che la Legge Navale sia stato uno sfizio, ed uno spreco di risorse, anzi.  La L.N. è vitale per la Marina e per il nostro Paese anche nell’ottica della ri-crescita; c’è un valore aggiunto nell’investimento pari a 6 volte il capitale investito, una crescita industriale della cantieristica e sistemistica, una tutela dell’occupazione in quei settori, con buone chances anche di promozione e marketing nel settore specifico a livello internazionale: avremmo forse dovuto spartirlo con benevolenza nell’ambito di una cooperazione europea? Mah!
Qui non si tratta di piagnistei né di vittimismi italici; piuttosto siamo di fronte alla solita arroganza ed ingerenza dell’Europa nei confronti del nostro Paese, ritenuto inaffidabile, e quindi da controllare su tutto –dalle misure delle vongole pescabili, alle quote latte, alle zucchine raddrizzate, ecc.- come fosse un ragazzino da ri-educare e, se del caso, da censurare e bacchettare: come si fa a credere ancora nella fratellanza, nell’uguaglianza e nella solidarietà europea, sbandierate inutilmente perfino da quelle agenzie di rating, da decenni, che ci hanno ridotto sul lastrico grazie alle politiche farisaiche di Bruxelles?
Il tutto, poi, a fronte della spinta che il nostro Paese sta ponendo in essere per la costruzione –ancorché utopistica- della Difesa comune europea, cedendo pezzi residuali della nostra sovranità e della nostra industria, a beneficio dell’occupazione socio-economica franco-tedesca.
Non bisogna essere euro-scettici per capire che razza di unione è questa Europa che si rifiuta di darsi una vera identità, agisce nell’anonimato, è incapace di operare con una politica sovrana, di avere una Difesa e Forze Armate comuni ed una politica estera e di sicurezza davvero comunitaria ed univoca per fronteggiare le emergenze esterne, il terrorismo ed i migranti. Ci troviamo, noi italici in particolare, a subire una governance incoerente, ad essere incompresi dagli altri membri, sui problemi migratori e sui flussi abnormi di clandestini provenienti dal lato sud del Mediterraneo, ma non solo: ora anche negli acquisti di armamenti e navi!
Nella fattispecie l’Ue, matrigna e tetragona ad ogni nostra sollecitazione, ci pone spesso in situazioni scabrose, facendo da incudine -con l’Italia in mezzo- e menando colpi col martello dei migranti; in compenso si è rivelata incapace di proteggerci dall’esterno esercitando una qualsivoglia forma di sovranità, come dimostra –fra tanti- il caso emblematico dell’odissea dei 2 Fucilieri di Marina, di cui si è lavata le mani sostenendo che erano, e restano, “affari bilaterali fra Italia e India”, facendo prevalere sempre un atteggiamento pilatesco, quando non piratesco.
Divisa anche nelle crisi internazionali e perfino in quelle mediterranee dove i vari membri si muovono a seconda dei loro interessi nazionali come se non facessero parte di una Unione, non è in grado di arginare l’offensiva commerciale cinese, di frenare la minaccia islamica, e di regolare in modo più o meno univoco il flusso dei migranti. Evanescente ed inconsistente all’esterno, l’Ue è oppressiva al suo interno soprattutto con i membri del mezzogiorno, i cd “PIGS”- Portogallo, Italia, Grecia e Spagna- applicando dei diktat a quegli Stati talvolta fuori luogo quanto ridicoli, con parametri e limiti che sfiorano l’assurdo considerato l’approccio stringente tecnico-finanziario sovente preteso.
L’errore risale alle origini; anziché essere concepita come integrazione delle diverse Patrie e degli Stati nazionali, l’Ue ha scelto la via impervia e controproducente della disintegrazione delle Patrie, ipotizzando così di costruirne una sola per tutti distruggendo tutte le tradizioni e gli usi delle Nazioni costituenti quella Comunità: una sorta di mercimonio che ha privilegiato la globalità sulle specifiche identità, costato molto caro a tutti.
Tendiamo infatti a cancellare la nostra identità che deriva da una preziosa eredità millenaria e religiosa-cristiana invidiataci da tutti, ma ritenuta da alcune anime belle e dalle vestali del politically-correct un ostacolo, una chiusura; per la loro “religione” noi dobbiamo essere accoglienti verso lo straniero e dichiararci aperti, senza confini né tabù, tolleranti e buoni verso chiunque nel nome di un multiculturalismo sciocco e impraticabile, capace di relegarci in un angolo, insieme con la nostra identità sbiadita e la nostra cultura. Non riusciamo, nonostante la totale accoglienza dei migranti, a non farci irridere i simboli e i riti della nostra tradizione cristiana; né riusciamo, visto il comportamento irriguardoso degli ospiti, ad imporre delle regole di riguardo che tuteli il nostro vivere senza abdicare o rinnegare la nostra cultura occidentale.
Come europei abbiamo le nostre colpe; ma si può parlare ancora di identità e di sicurezza europea?
Si può parlare ancora di civiltà che, ormai, è ridotta ad un cono di luce talmente stretto, oltre il quale c’è l’ombra della barbarie, il buio sociale o un miscuglio di altre indesiderate pseudo-civiltà (prima dai polacchi, poi dai serbo-bosniaci, poi dai disperati del Maghreb, quindi dal continente nero, dai Rom, e chi più ne ha più ne metta..) che ormai si sono insediate prepotentemente nel nostro Continente ed in particolare nel Belpaese dove la fanno da padroni incontrastati?
Gli sproloqui degli euro-entusiasti sono divenuti sempre più fuori luogo: da quello spazio comune di sicurezza rivelatosi- di fronte alle stragi- inesistente, dalla fratellanza stretta fra stati diventata sempre più flebile, dalla sbandierata solidarietà rivelatasi sul campo una chimera e intrisa solo di egoismi, e via dicendo: ci vuole uno stomaco forte solo per stare ad ascoltare i loro bizantinismi.
Forse è dovuto ormai, almeno in gran parte, a quella trasformazione sociale pacifista Ue per cui si ripudia l’impiego delle armi nella convinzione, profondamente errata perché innaturale, che il genere umano sia destinato ad una pace planetaria, nonostante le guerre ed i conflitti in atto e quelli che verranno per le vessazioni, per la fame e per i diritti umani calpestati: in altri termini gli europei sono divenuti allergici alla guerra e a tutto ciò che è militare.
In effetti la guerra è ormai qualcosa di impensabile e quasi di impronunciabile come la Patria; e pensare che la costruzione europea era cominciata proprio dall’idea di uno strumento militare comune, nel senso che i padri fondatori avevano creduto che l’Europa dovesse nascere per affermare alcuni diritti politici e civili ben precisi e che, quindi, dovesse anche difenderli con ogni mezzo. Oggi tutto è cambiato e di fronte alle crisi che ci attanagliano non riusciamo ad esprimere una benché minima Politica Estera di Difesa e Sicurezza, e tutto ciò che quei fondatori avevano preconizzato sembra quasi impensabile, ma fa purtroppo parte delle utopie e delle ipocrisie della nuova Ue. Per cui le armi, comprese ovviamente le navi militari, agli europei non piacciono affatto ed al loro posto inneggiano alla cooperazione, alla tolleranza, al dialogo, al perdono, quando addirittura questi atteggiamenti populisti non sconfinano con la pavidità, con la paura di decidere, con la negazione dell’etica della responsabilità nel gestire una società multiforme che si auto-definisce –invero- “affratellata, libera e solidale”.
Oggi, in Europa, ogni eventualità di ricorso allo strumento militare è malvista e va accompagnata sempre dal concetto di tutelare la pace, senza parlare di guerra, parola ormai espunta dai dizionari e dalle menti pacifiste o pacifinte: i soldati sono diventati non-combattenti, ma operatori di pace che svolgono quasi esclusivamente missioni umanitarie.  A confermare la disgregazione comunitaria di una qualsivoglia politica estera, le decisioni di intervento delle FFAA nei contesti internazionali restano al servizio degli interessi o delle mire specifiche di ogni Nazione-membro, visto che non esiste una volontà politica unanime.
Se gli Stati europei non intendono essere condannati alla totale impotenza dovranno, tanto più che ora l’ombrello statunitense non intende più surrogare militarmente l’Europa, costituire uno strumento militare unico, proiettabile e bene armato. Certo è un bel dire; quando anche la Carta dei Diritti dell’Unione stabilisce che “l’Europa è vincolata al rispetto delle diversità delle culture e delle tradizioni dei popoli”, quando se la deve vedere con 27 Paesi così diversi; come farà a darsi un minimo di omogeneità tentando di amalgamare la cultura dei bulgari con quella tedesca e le identità nazionali della Grecia con quelle della Lituania? Senza un minimo di omogeneità nell’espressione politica, come potrà mai muoversi nell’arena internazionale? Quale sarà il legame, il collante politico e lo spirito di solidarietà che farà assomigliare tale unione ad un vero Stato che decide per tutti i suoi membri? Per ora e per non irritare nessuno, l’Ue emana solo direttive, qualche regolamento, molti intendimenti, ma mai leggi che tutti debbono osservare; invece si limita a produrre carta inutile usando termini prudenti, edulcorati e talvolta privi di senso pratico, ma che non vadano a scontrarsi con la mentalità del “politically-correct” che domina quel limbo e le menti di quei vertici europei del tutto sconosciuti e sconsiderati. La politica estera e di sicurezza comune, la fantomatica PESC, ne è il più clamoroso e fallimentare esempio; eppure parrebbe naturale che se esiste una Difesa e sicurezza comune, qualche volta si possa arrivare a pensare che per difendersi e mantenere la pace si debba ricorrere anche alle armi, ma questa è una eventualità “barbara” che le vergini di Bruxelles, inclusi parecchi dei 75 onorevoli italici che siedono su quei banchi, si vergognano perfino di ipotizzare.
Né costoro si peritano mai di difendere collegialmente gli interessi italiani, ma si parano frequentemente dietro i regolamenti dell’Ue facendo spallucce, quando quei burocrati, come nel caso della Legge navale, ci danno schiaffoni.
L’Ue, più che una realtà politica è un carrozzone che paradossalmente ha finito per paralizzare gli Stati membri illudendoli; un pachiderma burocratico autoreferenziale assetato di risorse, una catena che imbroglia tutti, imbriglia i deboli e privilegia i forti.
E, finché i leader dei Paesi europei non usciranno dal loro “nanismo” e, quindi, riusciranno a dominare gli egoismi e i controsensi delle loro politiche, assisteremo ogni giorno alle tragedie del mare dei migranti, e a quella massa di uomini, donne e bambini che si riversano nelle nostre città in cerca di cibo, lavoro ed alloggio in preda sempre più ad organizzazioni criminali che ne sfruttano le “abilità delinquenziali” nei furti di appartamenti, nelle rapine e nei borseggi, alimentando una microcriminalità che rende la vita del cittadino normale assai precaria, incerta e insicura.
Non deve meravigliare se, quindi, vengono alla ribalta manifestazioni xenofobe e nazionalistiche che finiscono per creare barriere, confini e grate nei propri appartamenti per evitare invasioni ed intrusioni di questi nuovi ed indesiderati arrivi.
I futuri leader, anziché pensare alle proprie tasche ed alle loro poltrone come fatto finora, scansando i problemi reali che affliggono le nostre società, non si metteranno in testa di affrontare di petto quei problemi e ridare sicurezza alla vita normale e fiducia a milioni di famiglie per se stesse e per il futuro dei propri figli, dovranno aspettarsi rivolte e proteste che intaccheranno la stessa democrazia, ma anche le loro comode poltrone.  Il peccato al solito è originale; nella costruzione europea esiste un vuoto simbolico, a partire da una Politica di Sicurezza e Difesa comune che è evanescente quanto inattuata, per tacere delle Forze armate comunitarie inesistenti ed in preda a lobby, corporazioni e interessi nazionali avulsi da qualsivoglia volontà di integrazione, e l’attacco alla Legge navale ne è la riprova.
La dottrina dominante è quella del vacuo “politically-correct”, quella del vivere mostrando bandiere arcobaleno e invocando la pace, senza armi e senza combattere; anche la classe dirigente italica si è subito allineata e coperta all’europeismo, essendo consapevole di non essere in grado con le proprie sole forze di imporre agli italiani le riforme necessarie per uscire dalle varie paralisi: non c’era altro da fare che abiurare alla nostra sovranità e cederla alla Comunità europea, un padrone superiore ed esterno che ci ordina con vincoli e imposizioni talvolta palesemente oltraggiose, quando non risibili.
Non desta meraviglia, quindi, se l’europeismo è diventato così un mantra ed un famoso quanto stucchevole ritornello dei vari politici che siedono comodamente a Bruxelles, ma anche negli scranni romani; nel tempo siamo diventati i sudditi, e lo abbiamo voluto noi, di un sistema oligarchico crucco-francese, più che di una vera unione democratica; contiamo poco o nulla e siamo sempre sulla difensiva per giustificarci da colpe e rimbrotti di vario genere e, quando si tenta di perorare questioni come quella dei migranti, della flessibilità dei nostri conti, o anche delle nuove Navi, il telefono europeo squilla a vuoto.
E’ davvero difficile intravvedere un luminoso futuro per noi in particolare ma anche per gli altri, in questo carrozzone europeo; comunque,
la Legge Navale è sacrosanta e le proposte di rivisitazioni o peggio gli schiaffoni europei sono capziosi, deteriori e privi di senso: le richieste Ue sono inadeguate, quanto inaccettabili sotto ogni profilo e, dunque, da rinviare al mittente.

Giuseppe Lertora

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