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Pirateria Marittima: fine calvario per altri marittimi ostaggi dei pirati somali

bandierapirataAncora storie di Pirateria Marittima nonostante il fenomeno, almeno al largo delle coste somale, sia ormai divenuto solo un triste ricordo. Ha ritrovato la libertà un altro gruppo di marittimi. Forse l’ultimo ancora trattenuto in ostaggio dai pirati somali anche se sembra che nelle loro mani vi siano ancora diversi altri marinai di nazionalità iraniana e yemenita. In gran parte si tratta di membri di equipaggi di navi da pesca catturati negli ultimi anni. Da tempo infatti, non si registrano più, al largo della Somalia, assalti pirati di portata consistente, ma solo assalti a piccole navi per lo più da pesca. Infatti, per un lungo periodo si è assistito ad una vera e propria escalation di sequestri con una media anche di tre navi al giorno. Quelli rilasciati sono marittimi che provengono da diversi Paesi come Cina, Filippine, Cambogia, Indonesia, Vietnam e Taiwan. Il gruppo è stato liberato dopo che è stato pagato un riscatto. Questi uomini sono quello che resta dell’equipaggio  della FV Naham 3. Si tratta di un peschereccio battente bandiera dell’Oman catturato da una gang del mare somala il 26 marzo 2012. Il gruppo di marinai sono quindi rimasti prigionieri dei pirati somali per oltre quattro anni. Un lungo periodo di prigionia che quasi ha eguagliato il triste primato detenuto dai marittimi della FV Prantalay 12 rilasciati appena lo scorso anno dopo 4 anni e 10 mesi. Un lungo periodo di tempo che, come per tanti altri, ha segnato gli uomini del FV Naham 3 sia nell’animo sia nel corpo sia nella mente. Secondo i loro primi racconti inizialmente sono stati tenuti a bordo della loro nave catturata poi, quando questa è affondata sono stati trasferiti sulla terraferma in Somalia. La loro prigionia è stata terribile. Essi sono riusciti a sopravvivere a questo lungo periodo, fatto di privazioni e sofferenze,  affrontando stenti e malattie facendosi forza a vicenda. Hanno raccontato che a volte hanno mangiato anche ratti, che era l’unico cibo che abbondava. Infatti, come è consuetudine dei predoni del mare, ai marittimi ostaggi ogni giorno era dato solo una piccola quantità di acqua e una manciata di riso. Insufficiente per sostenersi, ma sufficiente per tenerli in vita e cercare di ottenere, in cambio del loro rilascio, un riscatto. Era questo infatti, l’unico scopo dei pirati somali. Essi dopo aver catturato e dirottato una nave mercantile nel mare del Corno d’Africa, almeno fino a un paio di anni fa, cercavano poi, di estorcere del denaro, in cambio del loro rilascio, all’Armatore o al governo del Paese a cui appartenevano i marittimi membri dell’equipaggio. In questo modo, dal 2009 al 2013, sono entrati nelle casse dei predoni del mare milioni e milioni di dollari frutto dei riscatti pagati in cambio del rilascio di uomini e navi caduti nelle loro mani. Riscatti quasi sempre pagati dai governi dei Paesi di origine dei marittimi catturati anche se nessun Paese ha mai dichiarato di aver pagato un riscatto tranne la Spagna nel 2009 quando pagò 4 mln di dollari per il rilascio degli uomini del peschereccio Alakrana catturato dai pirati somali. Dei membri dell’equipaggio della nave da pesca sono sopravvissuti solo in 26. Un marittimo è stato ucciso durante l’arrembaggio del peschereccio in maree altri due sono morti per malattia durante la prigionia.  Questo rilascio ha riportato alla mente di tanti quanto il fenomeno della Pirateria Marittima al largo delle coste somale e Oceano Indiano sia stato una grande minaccia alla libera navigazione delle navi mercantili. Oggi il fenomeno è fortemente ridimensionato anche se resta il rischio di incappare in una gang del mare, ma non è forte come un tempo. Un grande risultato raggiunto grazie al contrasto armato del fenomeno che ha visto uniti insieme nella lotta almeno 40 Paesi con le loro unità navali militari. La difesa armata delle navi ha poi, definitivamente messo fine al fenomeno. Il primo Paese che adottò unità armate a bordo per difendere le proprie navi mercantili dai pirati somali  fu il Belgio nel 2009. Un’ iniziativa che poi, venne seguita, anche se lentamente, dovendo adeguare le proprie normative per renderlo possibile, da tanti altri Paesi tra cui anche l’Italia.

Ferdinando Pelliccia

 

 

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