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Le riforme della Giustizia per contenere la deriva africana del paese

italia-africaI mali ed il malessere della nostra società, come abbiamo già visto, sono molteplici e purtroppo assai radicati nel nostro mondo, già destinatario di un palese imbarbarimento civico, e proiettato verso una deriva africana che sembra inarrestabile: una vera e radicale riforma della giustizia potrebbe limitarne gli effetti e, forse, curare alla radice quell’etica ormai così carente di moralità.

L’amministrazione della Giustizia, funzione essenziale di uno Stato democratico, nel nostro Paese risulta quella più fallimentare per l’interminabile durata dei processi e per la percentuale elevatissima di quelli prescritti; l’incertezza della pena, nonché l’intasamento dei Tribunali con pratiche di ogni genere, dal grande evasore al ladro di polli, ecc, hanno fatto capitolare il presupposto costituzionale che “la Legge è eguale per tutti”: insomma resta una chimera vedersi ristabilire le proprie ragioni da parte di chi ha subito un torto, e la gente ha sempre meno  fiducia non solo nella magistratura, ma nella stessa Legge.

D’altronde è ormai evidente che le varie riforme annunciate, ammesso e non concesso che siano valide ed appropriate, dall’evasione fiscale, al jobs act e al mercato del lavoro, alle liberalizzazioni, alla pubblica amministrazione, alla riduzione degli sprechi e alla spending review, e via dicendo, non potranno avere alcun positivo impatto sulla qualità della vita del cittadino italiano se non sarà fatta, a priori, una trasformazione radicale del sistema della giustizia in Italia. L’economia e la crescita pagano un prezzo altissimo per l’inefficienza della giustizia; i costi ed i tempi sprecati dalle parti nei processi contribuiscono ad esacerbare gli animi ed i portafogli della gente, ma ciò che conta maggiormente è il senso di sfiducia trasmesso alle persone dabbene da un lato, e dall’altro, di pseudo onnipotenza a chi confida nella sua inefficacia per non rispettare regole, leggi e contratti. Insomma la lentezza e l’inefficienza della giustizia, oltre a creare indubbie cesure sociali sul piano della rispettabilità ed equità, è quindi una pesante e grave palla al piede per la crescita della nostra economia, per tacere d’altro: l’insicurezza della giustizia scoraggia la creazione di nuove imprese e induce gli operatori stranieri ad evitare l’Italia, e quelli italiani ad investire in paesi terzi, complici l’alto costo del lavoro, ma anche la burocrazia elefantiaca e una giustizia lenta. Tentativi di modifiche del sistema giudiziario sono stati fatti nel tempo, ma per varie ragioni -soprattutto politiche- non hanno portato ad apprezzabili risultati e la situazione sclerotizzata, purtroppo, è sotto gli occhi di tutti. Che, insieme col degrado politico e civile, ha fatto raggiungere alla società livelli inurbani e incivili impressionanti, contribuendo implicitamente alla crescita della corruzione, dell’evasione fiscale, della criminalità e del malcostume, con forme di acquiescenza di comportamenti devianti diventati ormai consueti e largamente accettati da quasi tutti. E, così -e lo si vede ogni giorno- è venuto meno anche ciò che postulavano i Padri della nostra Costituzione, quando nella stesura lungimirante e colta di quella Legge-madre, confidavano nel comportamento di quei cittadini “pubblici servitori” vincolandoli a “servire con disciplina e onore” (Art.54), con una vision storica e futura non limitata al solo rispetto delle regole e delle Leggi, ma con finalità più alte: quali cleading edge” della giovane Repubblica, costruire un ambiente civile, ordinato e dignitoso, all’interno del quale potessero svilupparsi ed essere esercitate quelle virtù repubblicane, civili e morali, dettate dalla stessa Costituzione. Invece, a 70 anni di distanza, quell’ambiente risulta degradato, in larga parte anche per difetti di etica, per scandali di vario genere e intrecci fra illegalità e immoralità, fra reati e peccati, e con una responsabilità primaria della politica.  Forse bisogna ripartire proprio con una politica che osserva appieno l’attuale Costituzione, tentando di bandire e combattere l’illegalità a livello capillare, con la massima determinazione e senza sconti, a partire dagli onorevoli; cioè ripartire con quella politica costituzionale che finora è stata lasciata in surrogazione alla magistratura per le questioni più spinose, di pulizia e decisionali, in ambiti border-line spesso di ovvia competenza  della governance.  Non è qui, comunque, il caso di scendere in politica, tanto più che i danni si sono accumulati negli anni con politiche diverse, sia destrorse che sinistrorse, né si vuole che le opinioni si colorino di qualsivoglia tinta, ma piuttosto porre all’attenzione –come normale cittadino- questo malessere probabilmente assai diffuso, e quelle inefficienze della giustizia, con alcune modeste proposte- ancorché “non professionali”- pare quanto mai doveroso. Delle riforme sulla giustizia si è già iniziato a parlare nel pezzo precedente; in particolare quelle della de-legiferazione e della depenalizzazione vanno fatte –lo si ribadisce- ma con giudizio e grande competenza salvaguardando l’autonomia e l’indipendenza della Magistratura, come statuito dalla Costituzione, nonché la responsabilità unica dei Giudici nel perseguire qualunque reato, senza scelta o discrezionalità.  A seguire molte sono le idee che possono tradursi in pseudo-riforme del sistema giudiziario per renderlo più moderno ed efficiente.

Della prescrizione… Le nostre Istituzioni anziché sbandierare il “processo breve”, che richiede complesse riorganizzazioni del sistema giudiziario, forte leadership degli addetti ai lavori, investimenti e drastiche ristrutturazioni, compreso ovviamente una oculata depenalizzazione dei reati minori, a parte gli slogan non ha quasi mai funzionato, dovrebbero innanzitutto rivedere la tempistica di decorrenza della prescrizione dei vari reati, specialmente di quelli più gravi. La prescrizione dovrebbe partire non dall’inizio  delle indagini che, per esempio, se richiedono rogatorie internazionali per capire l’evasione nei paradisi fiscali, possono durare anziché 2 o 3 anni, anche il doppio, ma partire dalla prima udienza del processo e/o essere sospesa dal momento del rinvio a giudizio in primo grado, altrimenti l’impunità perché il reato viene prescritto, è assicurata, tenuto anche conto di altri 3-4 anni per completare i tre gradi di giudizio.

Invece di depenalizzare i reati dei ladri di polli, quelli inerenti le trasgressioni degli autieri e di chi commette banali errori nella dichiarazione dei redditi, il legislatore ha pensato bene di diminuire, da un lato le pene del falso in bilancio (gli evasori grossi…), dell’abuso di ufficio (i corrotti), i finanziamenti illeciti ai partiti, dall’altro predisponendo una serie di leggi e leggine processuali che rendono il processo lungo, irrazionale, farraginoso in modo da rendere quasi impossibile raccogliere prove tali da dimostrare la colpevolezza dell’imputato entro i termini della relativa prescrizione: così si garantisce l’impunità dei furfanti  di grossa taglia, ma siccome la legge vale per tutti, ciò varrà anche per gli altri delinquenti “minori”, corrotti ed evasori, che non saranno mai condannati e quindi difficilmente finiranno in prigione. La riduzione all’inverosimile dei tempi in cui celebrare il famoso “processo breve”, a fronte dei rinvii surrettizi per allungare il brodo con l’assenza di personaggi chiave, di testimoni, ecc per strane malattie o per i motivi più strani, con le manovre strumentali dei tantissimi avvocati che sanno ben inserirsi nelle pieghe delle norme, fanno sì che i processi importanti, quelli che contano, si prescriveranno prima della sentenza definitiva e nessuna condanna potrà così essere emessa. Questo è probabilmente il motivo principale per cui il nostro sistema giudiziario non funziona come dovrebbe, nonostante l’autonomia della magistratura e la perseguibilità di ogni reato. Se riuscissimo a modificare i termini di decorrenza della prescrizione, cercando contestualmente di rivisitare, aumentando le pene contro la corruzione che, insieme con l’evasione fiscale è il cancro morale ed economico della nostra società, faremo in modo che quei mariuoli non restino incensurati, ma potrebbero essere indotti -non avendo più speranze nella rapida prescrizione – al patteggiamento, con accelerazione dei processi e risparmio di un sacco di soldi.

In altri termini si è creato un mostruoso connubio fra politica e amministrazione che facilita ed invoglia i furbi, i mariuoli ed i faccendieri per arricchirsi illegalmente e farla franca sempre sulle spalle di chi si guadagna da vivere onestamente e paga le dovute tasse; una sorta di rete di protezione dei farabutti e dei potenti delinquenti con la certezza della prescrizione delle loro malefatte, garantendone di fatto l’immunità, ad iniziare –e questo è un retaggio scandaloso- dal sicuro salvataggio “per legge, di eventuali  parlamentari verso i quali c’è, a priori, la negazione  sistematica delle autorizzazioni a procedere pur essendo coinvolti in affari illeciti.

Snellire i processi… Perché mai -si chiede il povero cittadino- dobbiamo attendere tre gradi di giudizio prima di condannare o assolvere un individuo che deve superare o sorbirsi il primo grado, l’Appello e infine la Cassazione, quando la tripla scalata richiede un sacco di tempo e di soldi… per lo stuolo di avvocati che si avvicendano nei Tribunali, e la prescrizione è assicurata? E, sovente, in quella tripletta le decisioni del primo giudizio vengono stravolte nella progressione giudicante con controversi “errori giudiziari” che fanno perdere, oltretutto, di credibilità la magistratura? D’altronde in quasi tutti i Paesi occidentali, e non, i gradi di giudizio sono due; solo in Italia siamo così lungimiranti ed accorti che ne abbiamo tre: cosa ci vorrebbe ad eliminarne uno, per esempio l’Appello; oppure lasciare il primo e secondo grado come sono oggi, ma ridurre drasticamente la Cassazione per trattare unicamente reati di particolare gravità con profili di anti-costituzionalità, e basta? Può darsi che la situazione sia più complessa di come la vede un semplice cittadino, ma noi, viste le lungaggini e indeterminazioni processuali, dobbiamo continuare a subire queste prassi medievali e fallimentari oppure ci sono modifiche, anche urgenti, da porre in essere?

Inoltre ci si chiede come mai nel nostro ordinamento siano previste tre diverse tipologie di processo, dal patteggiamento, all’abbreviato, al dibattimento, quando sembrerebbe ragionevole averne uno soltanto, quello classico che eviterebbe scappatoie, condoni e facili prescrizioni con tutte quelle alchimie, furbizie e percorsi alternativi che in definitiva servono soltanto a non fare giustizia con sentenze buoniste o surrettizie. Probabilmente ci sarebbe più chiarezza per tutti e, cosa non trascurabile, occuperemo un solo Giudice anziché tre, mentre gli altri potrebbero così, viste peraltro le notevoli deficienze organiche, dedicarsi ad altri processi, farne di più e farli in minor tempo. Comunque bisognerebbe modificare anche altro altrimenti, se certe prassi restano immutate, la probabilità di arrivare alla prescrizione resta elevata; fra le altre, alcune storture paradossali prevedono che il Giudice preposto sia normalmente scelto “a caso” senza che abbia la benchè minima conoscenza della problematica da trattare, che deve studiare con tomi infiniti di carte prima dell’udienza. Nella quale –e qui siamo nel campo dell’assurdo-  il Giudice nominato non può utilizzare quello che è stato fatto prima dal Pubblico Ministero nella fase delle indagini, dalle perizie alle testimonianze rese, alle interrogazioni degli imputati, ma deve cominciare tutto daccapo disconoscendo tutto il lavoro pregresso, con tempi e costi elevatissimi, che in buona sostanza vengono raddoppiati.

Ma c’è di più; l’imputato, siccome le prove e le dichiarazioni raccolte durante le indagini non hanno più valore di fronte al Giudice, può raccontare storie diverse e perfino mentire dopo essere stato opportunamente consigliato dal suo avvocato: insomma un trucco legalizzato che favorisce chi mente, chi gioca nel torbido, chi non vuole lasciare traccia, ma soprattutto chi, sfruttando le carenze procedurali e la scarsa disponibilità dei Giudici presi dalle più diverse pratiche, riesce ad allungare il processo oltre tempi ragionevoli finendo nella prescrizione, certa. Già con la predetta serie di modiche, la riduzione dei gradi del giudizio ed il processo “unificato”, e con la validità delle esperienze maturate nel corso delle indagini dal PM, avremmo fatto enormi passi avanti nel ridurre il rischio prescrizione e, quindi, verso la certezza della pena. Per contro ci sarebbe, per alcune corporazioni, qualche conseguenza negativa; quelle migliaia di avvocati – spesso azzeccagarbugli e non sempre dei Calamandrei- che orbitano attorno alle Procure ed ai Tribunali dovrebbero, molti di essi, cambiare mestiere; pur in presenza della ben nota litigiosità italica e della tendenza a non rispettare le leggi, molti legali perciò diverrebbero disoccupati: è infatti emblematico e incomprensibile che, oggi, il numero dei soli avvocati a Roma superi quelli di una Nazione come la Francia!

Alcuni tentativi di miglioramento per abbreviare il processo civile sono stati fatti alcuni anni fa introducendo il cd. “rito sommario di cognizione”: uno strumento che aumenta la discrezionalità del Giudice nel tagliare i tempi e saltare alcuni passaggi procedurali che ritiene inutili ai fini della sentenza. Purtroppo ha avuto risultati apprezzabili solo in Piemonte, dove ha smaltito in un anno un numero rilevante di processi arretrati, sfoltendo passaggi procedurali poco significativi ma usati spesso strumentalmente dalle parti per perdere tempo, mentre altrove ha avuto poca presa: ciò dimostra ancora una volta che il problema che si cela dietro i tempi catastrofici della giustizia, in particolare civile,  è imputabile in parte alle leggi, regolamenti esistenti o mancanza di risorse, ma dipende in larga misura dalla cultura, professionalità e coraggio dei magistrati. Che, nella stragrande maggioranza, piuttosto che cogliere tale opportunità che tuttavia presuppone il rischio che in appello o in Cassazione qualche solone eccepisca sulla “sommarietà” della sentenza a fronte della piena garanzia formale (leggasi piena burocrazia…), preferisce lasciar correre e mantenere i tempi biblici del processo classico. Qui non possiamo imputare l’inefficienza del sistema giudiziario a mancate modifiche strutturali, ma alla resilienza dei più conservatori ad ogni innovazione e cambiamento, nonché a una scarsa accettazione dell’etica della responsabilità, ed in qualche misura ad una carenza di leadership dei magistrati.   Un altro aspetto che all’apparenza potrebbe apparire trascurabile e quasi risibile, ma che impatta sulla tempistica del processo, riguarda la possibilità di fare “le notifiche” ai vari personaggi coinvolti nel processo. Una volta venivano fatte dai Carabinieri della stazione di residenza, ma siccome manca il personale non vengono più fatte da qualche tempo, se non con il ricorso all’insicuro e spesso inefficace servizio postale che si presta ad ogni tipo di contestazione e raggiro dall’incolpato che non  vuole farsi trovare: con la scusa della mancata o tardiva notifica, molte delle udienze vengono rimandate, facendo perdere tempo e soldi a tutte le comparse convocate e presentatesi, con il risultato finale dell’ulteriore prolungamento dei processi. Basterebbe inviare le notifiche del tizio interessato all’avvocato difensore presso cui elegge la residenza, anche semplicemente via e-mail o PEC; poi sarà compito del suo avvocato informarlo e notificargli le varie comunicazioni, senza dover rispedire la corrispondenza nelle varie residenze, dalla Svizzera alle isole Cayman: una soluzione responsabile e razionale, tutto sommato semplice e moderna, che renderebbe il processo gestibile e rapido. Si tratta cioè di usare un po’ di materia grigia e di abolire il famoso UCAS, ufficio complicazioni affari semplici, senza dover rincorrere personalmente testimoni, imputati, poliziotti e periti, ecc, e garantirne la presenza al processo, alle convocazioni previste dal Giudice, senza perdite di tempo.

Se queste riforme venissero attuate molti dei reati connessi alla corruzione ed all’evasione fiscale, cioè all’indebito ed illecito arricchimento dei potenti e dei mariuoli in genere, (che spesso sono interconnesse) troverebbero nel processo e nella sentenza finale non prescritta, una doverosa sanzione e crescerebbe enormemente la fiducia della gente nel sistema giudiziario non per sete giustizialista, ma “per la ritrovata certezza della pena” con la restituzione del maltolto allo Stato, e quindi alla società.

Dell’evasione fiscale… In Italia l’evasione fiscale segna il record mondiale a danno dei servizi sociali e direttamente grava sulle tasche dei non morosi; la riforma fiscale che avrebbe dovuto porre almeno alcuni correttivi è stata sempre invocata da tutti e fatta da nessuno: promesse ed annunci tanti, senza ricavarne nulla. Il sistema vigente consente di evadere perché le maglie sono larghe e compiacenti, in seconda battuta perché conviene, ed in terza perché gli evasori non fatturano mai e, quindi, non vengono mai beccati. Secondo stime approssimate per difetto, l’evasione fiscale in Italia avrebbe superato i 250 miliardi di euro (tra i 280 e 300…) l’anno; l’evasore, anche se sgamato, con i migliori avvocati sulla piazza riesce a farla franca o avvalendosi di condoni e perdoni vari, restituisce degli infinitesimi del dovuto col benestare e gratitudine della Nazione…, incrinando ulteriormente il rapporto fiduciario fra il buon cittadino, beffato e mazziato, e lo Stato sempre prono e buono con quei soggetti che meriterebbero la galera, e non quella dorata! Desta meraviglia il fatto che col fior fiore dei dirigenti al Ministero delle Finanze, della Guardia di Finanza, e dell’Agenzia delle Entrate, non si riesca a far pagar le tasse a tutti, in proporzione al reddito; con tutti i computer in dotazione, le reti informatiche e tutti i vari ritrovati dell’Information Tech, e le invenzioni di redditometri, riccometri e spesometri, è mai possibile che non si riesce a identificare questi ladroni e sbatterli in gattabuia per farli spurgare, restituendo tutto il maltolto? Dicono i soloni che ciò è molto difficile, ma provo a suggerire –sempre da cittadino “dilettante”- qualche proposta banale; perché la Finanza non accede al PRA, ove tutte le auto vengono immatricolate, e comincia a spulciare i possessori (o le società..) di quelle circa 8 milioni di auto di lusso in circolazione, il cui costo va dagli 80 ai 100.000 euro e oltre, ma anche di quei 500.000 individui che hanno barche di lusso (costo dai 200.000 euro in su, e molto…) immatricolate in Italia o battenti bandiere ombra? E perché, non si fa un semplice e immediato raffronto con la dichiarazione dei redditi di quegli individui che presumibilmente non sono operai, nè dipendenti pubblici, ma liberi professionisti, avvocati, gioiellieri e ristoratori che, poveri loro, dichiarano redditi lordi non superiori a 20.000 euro l’anno? Proveranno a sostenere che hanno ereditato al paese, o che si sono maritati “bene”, o magari mostreranno la tessera ISEE dei poveracci, oppure ancora la rateizzazione bancaria di 1200 rate, ma probabilmente avranno grosse difficoltà a giustificare davvero quei possedimenti così lussuosi, le spese di acquisto e quelle di manutenzione ordinaria. Forse una capatina potrebbe essere fatta anche presso le compagnie aeree per vedere chi viaggia sempre “in magnifica o similare”, chi va spesso nei resort delle Seychelles, delle Mauritius, di Sharm el Sheick, ecc, e chi, sempre abbronzato – fra quei poveri sotto i 20.000- frequenta quegli “economici” Welness and Beauty Center, in cui bastano un paio di giorni di trattamenti solari per arrivare e superare quei pochi 7-800 euro che loro – poveri industriali e professionisti-  dichiarano formalmente di guadagnare in un mese. Ci sarebbe da indagare ben altri settori ma intanto potrebbero iniziare da questi, con indagini incrociate e con il necessario coordinamento fra ispettori: chissà quante sorprese verrebbero fuori, non escludendo che magari anche qualche dipendente pubblico –senza ovviamente saperlo-  possiede qualche “bendidio” per qualche… lieve abuso d’ufficio, e qualche …mazzetta tutta da verificare. Infine, nel merito dell’evasione fiscale, va menzionato anche l’atteggiamento della Chiesa, o se si vuole della CEI, sempre pronta ad entrare a gamba tesa nelle questioni laico-politiche, pontificando urbi e orbi che pagare le tasse è un dovere morale: peccato che sia la prima a non pagare l’IMU negli innumerevoli alberghi ed appartamenti extra-vaticani di proprietà, per tacere del sommerso turismo religioso, che è tax-free!

Non sembra così impossibile recuperare qualche miliardo evaso, né stanare un certo numero di quei furfanti che vivono alla grande col nero e magari con laute mazzette ; forse basterebbe la volontà politica di farlo, perché le risorse umane ci sono ed anche gli strumenti; sarebbe perciò un messaggio estremamente importante di giustizia positiva e sociale: pizzicarli e farli pagare in toto ciò che hanno evaso, nel rispetto di chi le tasse le paga (anche per i loro servizi..) pur avendo difficoltà a far quadrare i conti alla fine di ogni mese.  Perché non si mutua qualcosa esistente in altre nazioni dove le tasse le pagano tutti, come negli USA, in cui un Ente unico –il temibile IRS (Internal Revenue Service)- che assomma compiti giudiziari, quello dell’Agenzia delle Entrate e l’azione di polizia della Finanza, gestendo tali risorse in modo univoco, e quindi in un unico provvedimento, l’aspetto tributario e quello penale, contro i casi di evasione? Si eviterebbero così quelle lungaggini dei processi di quegli evasori che per scansare i siluri si rivolgono alla giustizia tributaria ben sapendo che il processo durerà all’infinito; sarebbe così possibile operare non più a paratie stagne, ma associare  la dichiarazione dei redditi ai dati patrimoniali e controllare anche i conti e depositi bancari di quei “poveracci-ricconi” evasori – e sono tantissimi- che dichiarano 15-20000 euro l’anno e possiedono auto o barche del valore incommensurabile col loro reddito dichiarato. La combinazione dei poteri giudiziari, di sanzioni severe (anche penali…) e giudizi rapidi possono rendere efficace e credibile un’organizzazione siffatta: ricordiamo soltanto che il nostro conterraneo Al Capone non fu mai condannato per i numerosi reati perpetrati, dalle rapine agli omicidi, ma fu arrestato dall’IRS per evasione tributaria.

Dell’organizzazione dei processi e della Magistratura… Oggi i tribunali sono o troppo piccoli o troppo grandi; ce ne sono di troppo piccoli con pochi giudici e quindi paralizzati nei processi, mentre alcuni sono enormi con migliaia di funzionari, decine di giudici e con una complessità gestionale assurda. Converrebbe accorpare i piccoli, e dividere quelli troppo grandi (pensiamo a Roma…) magari specializzandoli nelle diverse tipologie, ma si dovrebbero superare quegli ostacoli anche interni alla stessa magistratura, dai funzionari ai giudici, e quelle spinte politiche locali nonché andar contro quegli avvocati che hanno gli studi e gli interessi professionali radicati in loco: sta di fatto che l’idea non è nuova, ma non si è mossa foglia!                         In questo contesto si rammenta, solo per dovere di cronaca, la tanto sbandierata quanto inconsistente e capziosa questione della responsabilità civile dei magistrati, che già esiste come per tutti i dipendenti della PA  e che, qualora venisse approvata nei termini proposti, renderebbe il processo più farraginoso e rallentato da un lato, e di conseguenza costituirebbe una sorta di intimidazione che indurrebbe Giudici e PM a fare i processi facili e non a rischio, lasciando decantare quelli ostici e forieri di grane.  Inoltre se si vuole velocizzare i processi ci vogliono Giudici e PM in numero adeguato e i vuoti organici vanno ricoperti, e non si possono lesinare i necessari stanziamenti per l’ordinario funzionamento dei tribunali.

Invece sotto il profilo organizzativo bisognerebbe adottare metodi manageriali con chiari obiettivi, che consentano di smaltire più sentenze, misurando il tempo delle cause, ponendo dei limiti ai ricorsi degli avvocati, soprattutto a quelli capziosi; l’uso degli strumenti informatici e dei dati incrociati, deve diventare un “must”, imparando a condividerli senza gelosie e piuttosto a privilegiare il lavoro in team.  Gli obiettivi devono essere diffusi e trasparenti, e può non essere peregrina, per limitare il numero di processi ordinari, la proposta di obbligare la parte in torto a pagare interamente i costi legali effettivi, e non in modo compensato e lieve, come accade oggi, per scoraggiare cause inutili e dispendiose.

Miscellanee, ma non meno importanti… Per sviscerare altre problematiche afferenti la nostra giustizia ci vorrebbe ben altro spazio, ma in ultimo e non certo per importanza, è doveroso fare accenno ad alcune fra le più significative. La separazione fra le carriere dei magistrati è forse quella più chiacchierata, anche se la Costituzione non lascia dubbi in merito; sia Giudici che PM sono magistrati che, pur svolgendo compiti diversi, rispondono in modo autonomo solo alla Legge: non pare giusto che i PM dipendano dal potere politico, diventando una sorta di “avvocato dell’accusa” con la discrezionalità di perseguire certi reati e magari trascurandone altri perché invisi ai potenti del momento: sarebbe la fine dell’autonomia della magistratura e la morte della legalità! Sulla “vexata quaestio” delle intercettazioni, relative modalità e motivazioni per concederle da parte dei Giudici o anche dei PM, come sul loro uso nel processo e in riguardo alla loro diffusione circa la privacy e trasparenza, corrono le opinioni più disparate; sta di fatto che per i reati più gravi debbono essere autorizzate e rappresentano –se contestualizzate- prove indiscutibili per i magistrati. Ciò che non si condivide è la fuoriuscita, i leaks, sui media ancor prima che l’indagato ne sia portato a conoscenza; tali furtive pubblicazioni danno il via al linciaggio popolare degli inquisiti di turno con sentenze mediatiche anticipate che surrogano inopinatamente il lavoro dei magistrati, e distruggono anzitempo e senza appello la figura e la reputazione dell’indagato: un vezzo tutto italiano, deteriore e barbaro, di una irresponsabile classe mediatica che serve solo a foraggiare una spesso falsata informazione appannaggio di una scriteriata audience televisiva. Si sorvola, altresì, sull’organizzazione del CSM, consiglio superiore della Magistratura, e sul ruolo dell’ANM, associazione nazionale magistrati, sulla  loro autoreferenzialità, nonché sulle opinabili “correnti” interne a quelle strutture, su cui si potrebbe scrivere ben più di un articolo dedicato.

Insomma, le riflessioni da fare sulla giustizia, come si è cercato di evidenziare, ed i relativi correttivi per avere processi più rapidi ed equi sono molte; la loro realizzazione deve essere attuata con forza e coraggio, ma senza toccare i capisaldi della Costituzione che sono tuttora validi ed imprescindibili. C’è bisogno di una trasformazione radicale del sistema giudiziario perchè la certezza della pena, per chi commette reati deve prevalere, in modo rapido e con sentenze definitive, sulla prescrizione dei mariuoli evasori e corrotti. Una giustizia efficiente e che ristabilisce la stima fra Stato e cittadini, nell’assunto che la Legge diventa eguale davvero per tutti, è la chiave di volta per riavviare la macchina della crescita economica, altrimenti gli sforzi per le varie “riformette” annunciate dal governo, resteranno lettera morta. Non esistono riforme leggere perché richiedono sacrifici da parte di tutti: “No free meals” (non esistono pasti gratis..),direbbero gli americani!
E, se non corriamo ai ripari, la deriva civile e morale dell’Italia verso latitudini africane diverrà a breve realtà, con le conseguenze sociali e gli effetti che tutti possono prefigurare!

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