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L’altra faccia della liberazione: il passaggio dei “goumiers” e il diritto di preda

L’altra faccia della libertà. Una vergogna troppo spesso taciuta. Il passaggio dei “goumiers”, il diritto di preda e le “famose” 50 ore che hanno terrorizzato mezza Italia.

goumiers-marocchinate

Questa è una delle pagine più tristi per il nostro Paese che, “tanto per cambiare”, vede coinvolte – loro malgrado – soprattutto le donne, vittime durante il secondo conflitto delle forze armate di liberazione. Quanto riportato qui di seguito è frutto di una lunga chiacchierata con il presidente onorario della ANVM (Associazione nazionale vittime “Marocchinate”), il viterbese Ferdinando Signorelli di origini ciociare da parte di madre. Dalla sua abitazione sita nel quartiere di Pianoscarano, cuore del capoluogo della Tuscia, oltre alla preziosa testimonianza diretta assai utile per la ricostruzione dei fatti, ci ha anche fornite maggiori dettagli riguardanti questa incredibile vicenda che ancora oggi – purtroppo – come da lui confermato, pur essendo avvenuta sotto gli occhi attoniti dei malcapitati è stata volutamente sottaciuta per la vergognosa logica della salvaguardia ad ogni costo del mito della liberazione. Tutto ha inizio con la campagna d’Italia, combattuta dal 10 luglio ’43 (sbarco in Sicilia) al 2 maggio ’45 (pianura Padana), la quale, a quanto sembra, non è stata solo rose e fiori come ci hanno voluto far intendere dai libri di testo. Oltre alle decine di migliaia di caduti militari da entrambi gli schieramenti c’è anche una nube oscura, talvolta rinnegata, la quale ha coinvolto civili di ogni età, ceto sociale e sesso, che al solo rievocarla fa venire i brividi. E pensare che quei poveri cristi e soprattutto quelle care nostre “sorelle” connazionali attendevano gioiosamente l’arrivo degli alleati e la libertà tanto agognata e invece, ad arrivare, è stato solo l’inferno. Li, non si sono ravvisati trionfalismi, cioccolate, chewing-gum e fiori ma violenze stupri e barbarie. Se n’è parlato poco perché l’infamia è stata smisurata, in quanto evidentemente andavano taciute certe nefandezze poiché l’immagine dei “liberatori” doveva assolutamente rimanere limpida e immacolata. Una parentesi imbarazzante che avrebbe probabilmente macchiato l’intero successo dell’occupazione alleata. C’è chi, in certi luoghi della Penisola, ha persino rimpianto la presenza tedesca e questo già la dice lunga su quanto realmente sia accaduto. Il fronte di Guerra alleato era in mano alla 5° Armata statunitense di Clark e all’8° britannica di Alexander, generali e strateghi di grande spessore ma profondamente in competizione per via di un’assurda leadership in suolo italico. Agli americani si affiancarono i militari del CEF, il Corpo di spedizione francese in Italia, facente parte del riassettato esercito della Francia Libera di Charles De Gaulle. In questo contesto si opta per l’idea di assoldare proprio all’interno di questo Corpo alcuni reparti coloniali di nord africani composti principalmente da marocchini, tunisini e algerini. Gli uomini di De Gaulle erano sotto il comando di Alphonse Juin, inquadrati in 4 divisioni; 1ère Division de marche d’infanterie (1ère DMI); 2ème Division d’infanterie marocaine (2ème DIM); 3ème Division d’infanterie algérienne (3ème DIA); 4ème Division marocaine de montagne (4ème DMM).

La seconda e la quarta vennero rispettivamente date in mano ai Generali Dody e Augustin Guillaume. Queste, formate da circa 12 mila agguerriti marocchini esperti in corpo a corpo, battaglie sanguinarie, territori angusti e soprattutto scenari montanari, venivano chiamati in gergo “goumiers”, oggi come allora termine che da Salerno a Siena risuona tristemente noto. In parte costoro sbarcarono in Sicilia ove fecero i primi cosiddetti danni collaterali, ovvero gli stupri di massa, registrati sulla statale Licata-Gela, come ci dice lo storico Fabrizio Carloni, per poi proseguire a Capizzi, tra Nicosia e Troina.

Ma è solo l’inizio. L’oltraggio si compì poco dopo lo sbarco di Salerno, nelle durissime battaglie per lo sfondamento della linea Gustav in ciociaria, là dove gli anglo-americani fin li avevano ripetutamente fallito. Dal 17 maggio fino al mese di luglio del 1944 lo scempio toccò apici devastanti. Come sostenuto da diverse fonti, il comandante francese Juin, il giorno 14, all’alba del grande attacco per la conquista della impenetrabile Cassino/Gustav ben difesa dalla Wermacht al fine di incentivare, motivare e caricare le sue “truppe” (uniche e sole in grado di compiere l’arduo compito) pronunciò un discorso a dir poco sinistro, molto simile ad una vera e propria autorizzazione al diritto di preda e saccheggio: “Soldati! Questa volta non è solo la libertà delle vostre terre che vi offro se vincerete questa battaglia. Alle spalle del nemico vi sono donne, case, c’è un vino tra i migliori del mondo, c’è dell’oro. Tutto ciò sarà vostro se vincerete. Dovrete uccidere i tedeschi fino all’ultimo uomo e passare ad ogni costo. Quello che vi ho detto e promesso mantengo. Per cinquanta ore sarete i padroni assoluti di ciò che troverete al di là del nemico. Nessuno vi punirà per ciò che farete, nessuno vi chiederà conto di ciò che prenderete…”.

L’attacco si doveva sviluppare attraverso i monti Aurunci, partendo da Castelforte via Ausonia, monte Petrella ed Esperia. Obiettivo finale: il paese di Pontecorvo e la via Casilina. Si sarebbe ottenuto così l’aggiramento dei difensori di Montecassino, rappresentati dalle armate tedesche.    

Il loro premio i 7000 goumiers sopravvissuti cominciarono subito a riscuoterlo, devastando, rubando, razziando, uccidendo e violentando senza remore. Mai nessuno più si interessò di contare le ore della barbarie che si rinnovò via via alla bisogna. Nelle aree limitrofe alla cittadina di Esperia in provincia di Frosinone (la più colpita dall’uragano marocchino), circa 3.500 donne, tra gli 8 e gli 85 anni, vennero stuprate e – nella più benevola delle sorti – uccise, circa 800 uomini sodomizzati tra cui un prete (Don Alberto Terilli) parroco di Santa Maria di Esperia che morì due giorni dopo a causa delle sevizie. I parenti delle vittime o coloro che tentarono di proteggere le loro sorelle, madri e figlie vennero addirittura impalati. In una relazione degli anni cinquanta si legge: “circa 2000 donne oltraggiate, di cui il 20% affette da sifilide, il 90% da blenorragia; molti i figli nati dalle unioni forzate. Il 40% degli uomini contagiati dalle mogli, l’81% dei fabbricati distrutto, sottratto il 90% del bestiame, dei gioielli, degli abiti e del denaro”. Stiamo parlando delle terrificanti “marocchinate”, un termine che oggi le nuove generazioni ancora poco conoscono nonostante il romanzo di Moravia “La Ciociara” poi divenuto film Oscar per la Loren sotto la regia di De Sica.

La furia franco-coloniale non si placò e continuò nelle cittadine ai piedi dei monti Leprini, sia nel versante ciociaro che in quello pontino e paesi confinanti (dal 2 al 5 giugno 418 stupri su uomini, donne e bambini, 29 omicidi, 517 furti).

Una nota dei Carabinieri ricorda la bestialità di quegli eventi: “infuriarono contro quelle popolazioni terrorizzandole. Numerosissime donne, ragazze e bambine (…) vennero violentate, spesso ripetutamente, da soldati in preda a sfrenata esaltazione sessuale e sadica, che molte volte costrinsero con la forza i genitori e i mariti ad assistere a tale scempio. Sempre ad opera dei soldati marocchini vennero rapinati innumerevoli cittadini di tutti i loro averi e del bestiame. Numerose abitazioni vennero saccheggiate e spesso devastate e incendiate”.

Si proseguì con lo stesso comportamento nei paesi di Mastrogiovanni (dove madri e figlie vennero stuprate e poi passate per le armi), Lanuvio, Velletri ed Acquafondata dove ci fu addirittura un rastrellamento di donne da violentare. La triste lista dei comuni è lunga, a parte il frusinate c’è anche Latina con Formia, San Felice Circeo, Terracina, Sezze…etc. etc. etc.

La brutale attività di queste truppe veniva completata lungo il percorso della Toscana, per lo più nell’isola d’Elba, dopo aver lasciato tracce consistenti, anche se in minor misura rispetto alla zona di Frosinone, del loro passaggio in direttrice Cassia (Ronciglione, Montefiascone, Bolsena, Acquapendente), proseguendo per la Val d’Orcia fino a Siena. Ed è stato proprio Signorelli, nei primi anni sessanta, a presiedere la commissione dell’Opera nazionale invalidi civili di guerra che valutava le necessità ed i problemi delle numerose vittime “marocchinate” della provincia di Viterbo. La furia si fermò solamente nel luglio del ’44 con il trasferimento del CEF in Provenza. Le testimonianze che ci giungono sono innumerevoli, Mons. Toccabelli ad esempio, arcivescovo di Siena che, il 22 luglio ’44, in un incontro con il Generale Juin, ebbe a rivelare che 24 bambine dai 12 ai 14 anni erano ricoverate nell’ospedale cittadino per violenze perpetrate da parte delle truppe marocchine nei territori della provincia senese. Il capitano dei carabinieri Umberto Pizzalis, nel maggio dello stesso anno annota: “Violenza totale e assoluta da parte delle truppe francesi” e il 28 maggio prosegue laconico “Indifferenza degli ufficiali”. Anche lo scrittore Norman Lewis, all’epoca ufficiale britannico sul fronte di Montecassino, narrò gli eventi con particolare precisione: “Tutte le donne di Patrica, Pofi, Isoletta, Supino e Morolo sono state violentate… A Lenola il 21 maggio hanno stuprato cinquanta donne…”

Una scia di sangue e dolore confermata anche da Emiliano Ciotti, presidente dell’Associazione nazionale Vittime delle “Marocchinate” al convegno su questo tema tenutosi a Castro dei Volsci il 15 Ottobre 2011. Ciotti dichiara con cognizione di causa che “Facendo una valutazione complessiva delle violenze commesse dal “Corpo di Spedizione Francese”, che iniziò le proprie attività in Sicilia e le terminò alle porte di Firenze, possiamo affermare che ci fu un minimo di 60.000 donne stuprate, e ben 18.000 violenze carnali”. Ma la domanda a questo punto sorge spontanea ed inevitabile, perché e di chi è la responsabilità di quei tragici atti avvenuti nella nostra amata terra? Signorelli conclude affermando che “fu un’inusitata scia che si andò ripetendo e che accompagnò l’avanzata delle Armate alleate fino al Luglio dello stesso anno nel grossetano e nel senese. Avvenne sotto gli occhi di tutti ma, parimenti ad altre scomode vicende riferitesi alla Liberazione, furono completamente rimosse nella logica ciellenista della salvaguardia di quel mito, che è tornata assai comoda agli Stati Maggiori ed ai Governi, sia alleati sia italiani. In nome e per conto dell’associazione ANVM chiedo inoltre di conoscere la sorte subita delle pratiche riguardanti quelle 60.000 vittime (quali furono dichiarate da parte governativa italiana), rimaste forse intrappolate nelle maglie burocratico-amministrative, chiamando in causa proprio i governi del dopo guerra”.

A noi però, in un giorno considerato speciale per la tanto agognata libertà, ci sembrava d’obbligo non dimenticare quanto accaduto ai nostri cari connazionali, poiché ricordare è un sacro dovere.

Mirko Crocoli

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