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Marzo ’86: le ultime 48 ore di Michele Sindona, il banchiere di Cosa Nostra

18-20 marzo 1986: trent’anni fa scoppia il caso dell’italo-americano, il banchiere di cosa nostra, Michele Sindona. Condanna all’ergastolo e due giorni dopo… un caffè al cianuro nel carcere di Voghera.

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Nome: Michele, cognome: Sindona. Nato l’8 maggio 1920 e cresciuto a Patti (Messina), laureato in giurisprudenza, di professione avvocato e affarista, membro della P.2 (tessera n° 501) e, soprattutto, noto banchiere dalle molteplici attività, tra le quali il riciclaggio di “verdoni” sporchi per le famiglie mafiose siciliane (i Bontade e gli Inzerillo) e i potenti Gambino di New York City.

E’ lui che “smacchia” i proventi illeciti per conto dei Padrini tramite gli infiniti conti offshore dei suoi istituti dislocati nei cosiddetti paradisi fiscali. Sono gli anni d’oro, quelli della riorganizzazione di Cosa nostra a Palermo, sotto l’egida di Lucky Luciano e Don Vito Genovese. Bastano un paio di valide credenziali per entrare nel giro milionario in epoca di Guerra Fredda. Per Washington le parole chiave sono anticomunismo, appoggio alla CIA e amicizia al Partito Repubblicano, per il “mondo di sotto” invece occorre essere siciliano e con poca coscienza. “Michael” sembra essere perfetto sia per gli uni che per gli altri. E’ il mix tra la giusta dose di spregiudicatezza e un forte senso di maccartismo. Se Pippo Calò è considerato all’unanimità il cassiere della criminalità organizzata di stampo mafioso, Sindona è il punto di contatto finanziario tra il vecchio e il nuovo continente, colui che, tramite la miriade di transazioni, prende le scottanti banconote e stile lavatrice le re-immette sul mercato linde e pinte. Il meccanismo è semplice (si fa per dire): all’epoca la Sicilia è il quartier generale del narcotraffico, la raffineria del bianco stupefacente di nome eroina e la East Coast degli States il bacino per eccellenza della vendita all’ingrosso. Tra le sponde, uniti da un patto di sangue, fanno capolino gente del calibro di Stefano Bontade (il Principe di Villagrazia) e le influenti famiglie emigrate dei Gambino e Genovese. Roba seria. In mezzo a questo turbine durato una quindicina di anni (dagli inizi dei Sessanta alla fine dei Settanta) vanno a intersecarsi strani personaggi legati alla massoneria deviata, un certo Roberto Calvi e il suo giocattolo Ambrosiano, uomini corrotti della nostra intelligence affiancati da “madre” CIA, un bel gruppo di colletti bianchi e un discutibile capo dello IOR, anch’esso americano, l’oramai famigerato Paul Marcinkus, il tutto guarnito da un placido e tacito benestare di una classe politica un “tantino” corrotta. Sindona fa il suo ingresso nel giro borsistico milanese tramite l’acquisto della Banca Privata Finanziaria e grazie alla preziosa conoscenza di Giovanni Battista Montini, l’eminente ex arcivescovo del capoluogo lombardo poi divenuto Santo Padre, avvia un percorso di intensa collaborazione con l’Istituto per le Opere di Religione dello stato Vaticano.

A quei tempi, negli USA, era visto come un grande stratega del sistema bancario, dove si aggiudica il comando della Franklin National Bank di Long Island e della Continental Illinois di Chicago. In Europa non va peggio, anzi, gran parte delle sue operazioni oltre alle piazze di Milano e Roma si registrano nel gotha del riciclaggio mondiale, Ginevra, tramite la Finabank. A dir poco oscure le sue operazioni!

Dapprima il leggendario avvocato diventa l’elogiato maestro della finanza internazionale, particolarmente stimato negli apparati governativi di Washington e, solo in un secondo momento, viene scoperto come criminale spietato. Banche! banche!! banche!!!
A cosa dovevano servire tutte queste banche?  Sono gli stranissimi anni Settanta e le vicende dei trasferimenti di miliardi di vecchie lire al partito della Democrazia Cristiana ad opera dei cari “amici” d’oltreoceano, fanno da cornice ad un’Italia piena di intrighi, contraddizioni, risentimenti e molte stranezze.

Cosi come il Dott. Calvi crolla sull’Ambrosiano anche Sindona lo segue con l’esagerato affare Bastogi, ma è altresì coinvolto nel default dell’Istituto da lui controllato, la Banca Privata Italiana (ex B. Finanziaria I.), anch’essa sotto l’alone protettivo del Vaticano e dello IOR. Inutili i tentativi di Andreotti, Gelli, e Co. e nulla di fatto anche per chiara volontà della Banca d’Italia e di un agguerrito Enrico Cuccia, presidente di Mediobanca, forte oppositore di tale salvataggio. Ormai il commissariamento era imminente e un liquidatore d’esperienza venne messo al comando delle indagini per far luce sui loschi affari di Sindona. Era un avvocato, anch’esso Milanese, di caparbia professionalità che ebbe però la sfortuna di entrare a conoscenza di molti (troppi) segreti che si racchiudevano nell’immenso recipiente d’informazioni che era la vita segreta del messinese. Si chiamava Giorgio Ambrosoli, ed è stato assassinato l’11 luglio 1979, su preciso ordine del criminale Siculo. Siamo alla fine degli anni Settanta, inizi Ottanta, e anche per il Boss della Franklin le ore appaiono contate, a livello giudiziario e non solo. Tra finti rapimenti, sparizioni, magiche risurrezioni a cavallo tra la scoperta della Loggia P2, la morte di Calvi e le oltre sessanta accuse in terra d’America, a Sindona tocca la tanto odiata estradizione dagli Stati Uniti verso il bel Paese per rispondere delle accuse sul tragico omicidio Ambrosoli. Come negli Usa anche in Italia arrivano nei suoi confronti le prime condanne. Intanto si comincia con quella del 18 Marzo 1986; ergastolo per l’omicidio dell’avvocato/liquidatore. Troppo bello per essere vero, un bel lieto fine in questo intrecciato scenario quasi da romanzo poliziesco. Ma non è il Padrino di Francis Ford Coppola né un racconto di Camilleri, questa è storia vera, di quella che non ti aspetti. Il miglior sceneggiatore di Hollywood non avrebbe saputo fare meglio. Solo 48 ore dopo la pesante condanna, il sig. Michele Sindona, il cinico affarista, il potente siculo colluso con gran parte della malavita internazionale viene trovato in fin di vita – il 20 Marzo 1986 – nel carcere di Voghera. Causa del decesso? Stessa fine di Gaspare Pisciotta, un caffè al cianuro. Morirà pochi giorni dopo. Si parlò di suicidio o di uno sbaglio di dosaggio ma la verità è tutt’oggi un mistero. Sindona (probabilmente) fu rassicurato da chi gli procurò il veleno, poiché secondo alcune teorie l’intento ero quello di rimanere solamente intossicato, per poi chiedere l’infermeria e successivamente il rientro negli Stati Uniti, là dove alcuni sodali lo avrebbero aiutato in quelle implicazioni giudiziarie. Una “zolletta di zucchero” letale mal somministrata o volontà di uccidere colui che sapeva troppo? Perché c’è anche l’ipotesi concreta che se il siciliano si fosse trovato alle strette pur di rimediare un salvacondotto, considerando il carattere del soggetto, non si sarebbe fatto scrupoli a snocciolare informazioni a dir poco imbarazzanti.

Un ponte di Londra (per Calvi), un caffè “amaro” (per Sindona), tante banche e una marea di misteriose transazioni su conti offshore per miliardi di dollari, tra Roma, Milano, Ginevra, Nassau e New York, cospirazioni, segreti inconfessabili, uccisioni sempre più assurde e la mafia che muove valanghe di denaro. Dai Bontade e i Gambino costantemente citati, si passa ai versamenti nelle casse dei partiti, ai rapporti con i servizi segreti, fino alle scalate bancarie e alle OPA (offerta pubblica d’acquisto), operazione quest’ultima trasferita proprio dal lungimirante Sindona da Wall Street a Piazza Affari. Non c’è che dire, sembra una colossale sceneggiatura per il più grandioso thriller internazionale!
Sono, invece, le trame oscure di un Paese avvolto da una fitta nube che ha caratterizzato per anni la nostra incredibile “Prima Repubblica”.

Mirko Crocoli  

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