LiberoReporter

Stati Canaglia/2: il Messico di Enrique Peña Nieto

Il restyling del Potere dopo l’incontro dei due Gattopardi

pena-nieto-bergoglio

Jorge Mario Bergoglio e Enrique Peña Nieto

IL PRESENTE – Approdano a Bruxelles i risultati dell’inchiesta sui 43 studenti “desaparecidos”

3-3-2016 – Una delle più spaventose mattanze avvenute in Messico sotto la presidenza di Enrique Pena Nieto è quella del 26 settembre 2014, quando a Iguala vengono uccise sei persone, ferite oltre quaranta e rapiti 43 studenti della Escuela Normal Rural di Ayotzinapa.

Gli studenti universitari furono aggrediti dalla polizia di Iguala dopo che avevano assaltato e dirottato dei bus che intendevano utilizzare per future proteste. La notte stessa, secondo le autorità, gli agenti presero i 43 studenti per poi consegnarli al cartello della droga dei Guerreros Unidos, che li uccise tutti, per poi incenerirne i cadaveri in una discarica e gettarne i resti in un vicino fiume.

Secondo la magistratura messicana, il sindaco di Iguala  José Luis Abarca Velàsquez del Partito della Rivoluzione Democratica (PRD) avrebbe dato l’ordine di far sparire gli studenti; lui e la moglie adesso sono in prigione per questo motivo. Ma la situazione è tutt’altro che chiara, e gli europarlamentari Gaby Küppers e Josep-María Terricabras hanno preannunciato per il 3 marzo, a Bruxelles, la presentatazione dei risultati della controinchiesta, relativa ai 43 desaparecidos, effettuata dal Grupo Interdisciplinario de Expertos Independientes (GIEI) della Commissione Interamericana per i Diritti Umani. Un documento che smentisce con prove scientifiche la versione ufficiale del governo messicano, e che fa riferimento alla partecipazione attiva dell’esercito nei tragici fatti. Questo potrebbe forse indurre le autorità messicane a riconsiderare l’accaduto? A oggi, il 27º battaglione dell’esercito di stanza a Iguala non risulta essere stato sottoposto a nessun tipo d’indagine. Eppure il GIEI ha raccolto prove e testimonianze serie sulla notte delle sparizioni forzate, e afferma con decisione che nella discarica di Cocula non sono presenti i resti carbonizzati dei corpi dei 43 giovani (a dispetto di quanto sostenuto dalla magistratura messicana).

Amnesty International sta raccogliendo in tutto il mondo le firme per far piena luce sull’episodio e le sue responsabilità governative, mentre ora si apprende anche che il Procuratore generale messicano, certamente grazie alla pressione internazionale,  ha ordinato una nuova inchiesta sulla discarica dove gli inquirenti ritengono che i cadaveri dei 43 studenti messicani dispersi siano stati bruciati.

Dove sono gli studenti? Chi li ha davvero rapiti? Ma, soprattutto, cosa sta succedendo in Messico, Stato ufficialmente democratico che ha firmato con l’Unione Europea un Trattato di libero scambio che, nel primo articolo, prevede che si rispettino i diritti umani e che, nel 2015, il commissario europeo per il commercio, Cecilia Malmström, aveva già dichiarato di voler rafforzare? Questo impegno a stringere legami più vincolanti è il motivo per cui quella di oggi sarà una data importante per verificare l’impegno dell’Europa a far rispettare le norme sancite dalla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo.
L’Accordo di libero scambio che UE e Messico vorrebbero rafforzato, è al centro della battaglia dei promotori dell’appello #MexicoNosUrge (presentato alla Camera dei Deputati italiana lo scorso 24 settembre e firmato, tra gli altri, dallo scrittore naturalizzato messicano Paco Ignacio Taibo II e da quelli italiani Dario Fo, Roberto Saviano ed Erri De Luca), i quali vorrebbero “congelarlo” finché non si farà luce sulla vicenda dei 43 studenti e sulle continue minacce alla libertà di stampa. In Messico, infatti, secondo i dati ufficiali della Procura generale della Repubblica messicana, tra gennaio 2000 e settembre 2014, sono stati assassinati 102 giornalisti e ne sono scomparsi 17 (con comprovata connessione tra la loro professione e il crimine di cui sono stati vittime).

Il “dopo” Bergoglio uguale al “prima”, se non peggio

Intanto la lotta aperta tra il Cartello di Sinaloa, che, almeno formalmente, fa ancora capo al recluso e famoso Joaquin El Chapo Guzmàn – che è purtroppo ormai un divo, dopo le due precedenti evasioni del 2001 e del 2015, e del quale si fa a gara su Internet ad acquistarne la maglietta – ed il Cartello dei Beltran Leyva, che ha causato 17 morti nell’ultima settimana, ha fatto crescere molto il tasso di criminalità nello Stato occidentale di Sinaloa.

Il Governatore di questo Stato ha convocato una riunione straordinaria di sicurezza proprio in ragione della crescita degli omicidi in questi ultimi tempi. Sono stati trovati accordi tra i tre diversi livelli del Governo e sono state predisposte nuove strategie di lavoro per far diminuire la violenza. L’esercito farà una serie di operazioni nella zona terrestre dei municipi di San Ignacio, Rosario ed Esquinapa, proprio dove sono cominciati gli scontri tra i due gruppi di narcotrafficanti. Il procuratore generale di Giustizia dello Stato, Marco Antonio Higuera, ha assicurato che le zone di questi tre municipi sono quelle più critiche dal punto di vista della sicurezza.

Turbolento e tormentato Messico, terra dagli alti vulcani e dai terremoti devastanti, misteri e sconfinamenti continui dalla geografia alla storia, permanente rivoluzione istituzionalizzata, pacifica o spaventosamente feroce e criminale; terra di sogno, di passioni e di omicidi eccellenti, pur abitata da un popolo gentile, affabile e generoso.

La visita papale e la delusione di molti

La visita di Jorge Mario Bergoglio lo ha lasciato deluso, insensibile e disincantato: è un Paese, il Messico, che non crede più nelle parole, ma che esige un cambiamento, la cui condizione necessaria, ma certo non sufficiente, è l’uscita di scena del principale beneficiario di quella visita stessa, l’inossidabile Presidente messicano Enrique Peña Nieto, destinato per ora ad andarsene solo nel 2018, quando scadrà il suo mandato (in Messico per fortuna i Presidenti non sono rieleggibili).

Con lui il Narcotraffico continua a imperversare, anche, come era stato subito previsto ed abbiamo appena constatato ora, dopo l’ennesima, clamorosa cattura di Guzmàn, perché esso costituisce ormai in Messico un fenomeno endemico e strutturale, profondamente radicato negli Stati in cui opera, proprio come la ‘Ndrangheta (che è il suo canale di smistamento nostrano), la Camorra e la Mafia in Italia. Là le connivenze con il Potere sono ancor più evidenti e clamorose, data l’assoluta mancanza di una radicata cultura antimafia, se si eccettuano le élites intellettuali e i poveri studenti perseguitati o fatti sparire dalle forze dell’ordine, e nessuno si fida più di nessuno.

“Al Governo messicano non riesce nemmeno la più piccola cosa. E non gli riesce perché si nutre della sua relazione con i narcos, una relazione di consapevoli peccati e bugie: tra narcos e Governo ci sono mille linee di comunicazione, di corruzione, ci sono strane associazioni e turpi commerci. […] Il posto più sicuro dove nascondersi – per un criminale come El Chapo – era Los Pinos. La residenza del Presidente. Lì sarebbe stato in buona compagnia”, ha osservato sul numero 1454 de il Venerdì, senza uso di mezzi termini e con feroce umorismo, il già citato scrittore di sinistra Paco Ignacio Taibo II.

Per il resto, il Paese continua ad essere vittima di quell’ossimoro che è il dominante PRI, quel  Partido Revolucionario Institucional, che, con il suo stesso nome da Terzo Mondo, vuol dire tutto e il contrario di tutto. La sua corruzione, che affonda le radici anche nel campo imprenditoriale, è come un cancro, le cui metastasi sono diffuse in tutti gli altri partiti, di destra, di centro o di sinistra che siano, dato che si combattono a parole tra loro,  ma si comportano poi tutti allo stesso modo con il presunto “nemico”, quando si tratta di spartirsi il bottino: guerra di facciata e totale complicità nei fatti, grazie al lavaggio del denaro sporco, trasformato in finanziamenti ai partiti stessi, che senza di esso non potrebbero più vivere e prosperare.

Il Presidente Enrique Peña Nieto e i Governatori dei vari Stati hanno cercato di fare il proprio restyling grazie alla visita di Stato di Bergoglio, stanziando per questo evento, complessivamente, cento milioni di svalutatissimi  pesos equivalenti a  4.930.772 euro!

Tutto questo mentre quasi la metà della popolazione messicana (oltre il 40% secondo i dati della Banca Mondiale), soprattutto indigeni, vive in condizioni di povertà. L’indice di inequality, cioè di disuguaglianza, in Messico  – la seconda economia dell’America Latina – è il più elevato fra i paesi OCSE (attorno al 45%).

Come ha ricordato il quotidiano messicano La Jornada in un editoriale, Bergoglio è stato il primo Capo di Stato vaticano a visitare il Palazzo nazionale di Città del Messico, sede del laicissimo potere esecutivo messicano. La mattina di sabato 13, egli ha incontrato qui non soltanto alcuni dei principali esponenti della politica messicana, ma anche numerosi imprenditori: più di duemila ospiti. Non ha “trovato” però “il tempo” di riunirsi nemmeno con i genitori di quei famosi quarantatré studenti di Ayotzinapa, dispersi ormai da oltre diciassette mesi, o con i parenti dell’enorme numero di vittime di femminicidio.

In un’intervista rilasciata a SinEmbargo, il sociologo messicano ed esperto di religione Roberto Blancarte ha detto che, nella pianificazione dell’agenda bergogliana, hanno avuto più peso gli interessi delle burocrazie vaticana e messicana dell’attenzione ai diritti umani. Ha spiegato anche come i politici messicani vedano appunto in questa visita ufficiale un’occasione per riacquistare quella legittimità che hanno perso di fronte ai cittadini in seguito a scandali, episodi di corruzione, e promesse disattese.

Osserva ancora Marco Dell’Aguzzo sul quotidiano web Notizie Geopolitiche:

“Domenica 14 febbraio Bergoglio si è recato ad Ecatepec, nello Stato del Messico. È un comune decisamente sovrappopolato e povero, privo di servizi (manca perfino l’illuminazione statale) perché abbandonato dalle istituzioni, con un tasso di femminicidio e di violenza di genere tra i più alti dell’intero paese. Francesco è, si scrive e si ripete sempre, il papa degli ultimi e degli emarginati. Peccato che a Ecatepec gli ultimi e gli emarginati non abbiano potuto ascoltarlo né vederlo: diversi cittadini hanno raccontato dei massicci sgomberi della polizia nei confronti di migranti centroamericani, senzatetto e venditori ambulanti per ‘ripulire’ la zona prima dell’arrivo del pontefice.
L’ultima omelia dell’ultima messa, tenuta il 17 febbraio a Ciudad Juárez da un altare costato 7 milioni di pesos, è stata dedicata al ricordo della troppo spesso dimenticata ‘crisi umanitaria’ dei migranti centroamericani che attraversano il Messico. Ma questa ‘tragedia’, come Francesco l’ha giustamente definita,  la Chiesa messicana ha deciso di ignorarla: a dirlo non è un mangiapreti qualunque, ma tre sacerdoti – Alejandro Solalinde, Pedro Pantoja e Tomas González – che hanno fatto dell’attivismo e dell’assistenza ai migranti la loro concreta missione di vita. Non a caso sono stati tenuti il più lontano possibile dal papa e dai luoghi che ha visitato.
A Ciudad Juárez una trentina di madri hanno dipinto sui lampioni di viale Tecnológico – lungo cui sarebbe passato il papa – delle croci nere su sfondo rosa accompagnate dall’ormai tristemente famoso slogan “Ni una màs” (Non una di più) per ricordare le figlie assassinate e i numerosissimi casi di femminicidio rimasti impuniti. La manifestazione è stata presto interrotta, e quelle croci nascoste da un’altra mano di vernice. Rossa.”

ni-uno-mas

NI UNA MAS

La folgorante carriera di Enrique Peña Nieto, figlio d’arte: autoritarismo, contraddizioni, efferatezza

Cinquantasettesimo Presidente messicano, Enrique Peña Nieto è cresciuto fin da bambino nell’humus di quel potere corrotto che alligna nel PRI, il quale ha dominato incontrastato la vita politico-economica messicana nei 71 anni dal 1929 al 2000.

Il giovane Peña Nieto, iscrittosi al partito a diciott’anni, riuscirà a riportarlo in auge dopo la lunga parentesi di dodici anni nei quali era passato in minoranza, facendosi eleggere prima, appena trentanovenne, Governatore dello Stato di Messico dal 2005 al 2011, e, scaduto il mandato, Presidente dello Stato Federale nel 2012, secondo la voce comune anche grazie ai soliti brogli e acquisti di voti.

Il PRI aveva vinto con circa il 38% dei voti, a soli 6,4 punti sopra il candidato di sinistra Lopez Obrador del Partito della Rivoluzione Democratica, che in un primo momento aveva rifiutato di cedere ai risultati e aveva contestato l’esito elettorale, dichiarandolo “afflitto da irregolarità” e accusando il PRI di acquisto di voti. Egli sosteneva che il PRI ha distribuito doni per attirare gli elettori. Il PRI rispose negando le accuse e minacciando di citarlo in giudizio. Peña Nieto ha promesso di imprigionare chiunque – compresi i membri del PRI – se colpevoli di brogli elettorali.

Le proteste contro l’elezione di Peña Nieto catalizzarono decine di migliaia di persone in tutto il Messico, in particolare gli appartenenti al movimento studentesco Yo Soy 132, che denunciò le irregolarità di voto ed il condizionamento mediatico. Altri hanno protestato per il fatto che durante la propria permanenza al potere, appunto riportata in auge da Peña Nieto,  il PRI è diventato un simbolo della corruzione, della repressione, della cattiva gestione economica e dei brogli elettorali messicani. Molti messicani e gli abitanti delle città erano preoccupati che il suo ritorno al potere potesse significare un ritorno al passato del Messico. Ma Peña Nieto ha promesso che il suo governo sarebbe stato molto più democratico, moderno e aperto alle critiche. Egli ha anche promesso di continuare la lotta contro la criminalità organizzata e il traffico di droga e che non ci sarebbero stati patti con i criminali.

Il passaggio del potere al Partido Acciòn Nacional (PAN) era stato caratterizzato da una incapacità di far passare la riforma e gli mancava anche la maggioranza del Congresso. Nella sua propaganda elettorale, Il PRI aveva ribattuto che esso “sa come governare”, un argomento convincente e sufficiente per molti elettori a sostenerlo. Durante l’elezione, Peña Nieto ha mantenuto un ampio vantaggio nei sondaggi. Ha promesso di rilanciare l’economia del Messico, permettendo alla compagnia petrolifera nazionalizzata Pemex di competere con il settore privato, promessa questa che dovrebbe compiersi in questo 2016. Il Messico ha la dodicesima più grande riserva di petrolio del mondo ed il quarto più grande deposito di gas di scisto (dopo Argentina, Cina e Stati Uniti), ed è il terzo più grande fornitore degli Stati Uniti di petrolio, appena dietro, rispettivamente, il Canada e l’Arabia Saudita. Ha soprattutto promesso di ridurre la violenza della guerra della droga, che ha lasciato più di 55.000 morti in sei anni.

Una carriera facile per lui, nato il 20 luglio 1966, in quello stesso Stato, ad Atlacomulco – meno di 80 km a nord ovest di Città del Messico, capitale però del Distretto Federale -, città natale di famosi politici per oltre cent’anni, di cui suo zio paterno, Arturo Peña del Mazo, era stato sindaco, mentre un altro zio paterno era stato, come vedremo, Governatore dell’intero Stato, allo stesso modo, ancora, del parente materno Arturo Montiel Rojas. Primogenito di quattro fratelli, nasce in una famiglia borghese medio-alta, essendo suo padre, Gilberto Enrique Peña del Mazo, un ingegnere elettrico, e sua madre, Maria del Perpetuo Socorro Ofelia Nieto Sánchez, una insegnante scolastica. Ha frequentato la Denis Hall school a Alfred, Maine, durante un anno di scuola media nel 1979 per imparare l’inglese. Peña Nieto si distinse durante l’infanzia per essere cortese e ordinato e ben curato. La madre ricorda come facesse spremere il succo di limone sui suoi capelli per mantenere il suo ormai famoso taglio a posto. Alcuni vicini in Atlacomulco ricordano come Peña Nieto fosse stato un ragazzo “iperprotetto”.

Come ha ricostruito la “profetica” rivista rosa messicana Quién proprio nel 2011, in occasione delle sue seconde nozze da Mille e una notte con l’attrice Angélica Rivera, il piccolo Enrico si compiaceva molto ad essere maestro di cerimonie, a citare Napoleone Bonaparte, tappetto anche lui dai magnifici destini, a preconizzare il proprio futuro di Governatore dello Stato di Messico e poi dell’intero Stato Federale.

Un avvicinamento alla prima meta avviene al quinto anno delle scuole primarie, quando il nostro piccolo eroe si trasferisce, undicenne, con tutta la famiglia a Toluca, la capitale di quello stesso stato che “da grande”, si fa per dire, governerà. Giunto al secondo anno delle secondarie, il primo giorno di scuola Quique (diminutivo e vezzeggiativo di Enrique) non esita a rispondere alla professoressa che interroga i suoi alunni sulle loro aspirazioni future: “Yo voy a ser gobernador del Estado de México”.

Intanto l’ambizioso pargolo teneva a mettere per iscritto le proprie promesse, come prova del fatto che le avrebbe mantenute. Era già in divenire lo slogan della sua prima, fortunata campagna elettorale: “Te lo firmo y te lo cumplo”. Più avanti nel tempo, riferendosi ai tempi del liceo, il direttore dell’Istituto culturale Paideia, dichiara qualcosa di simile: “Egli volle sempre stare in politica. Lo affermava con molta sicurezza: ‘Voy a ser presidente’”.  Da adolescente, è diventato un appassionato di calcio e ha passato ore a giocare a scacchi con i suoi amici. Sempre durante l’adolescenza, il padre lo avrebbe spesso portato ai comizi elettorali dello Stato del governatore del Messico, Jorge Jiménez Cantú, un caro amico suo, il cui mandato stava per scadere.

Eccolo così gettato ancora quindicenne nella campagna elettorale dello zio paterno di secondo grado, Alfredo del Mazo Gonzàles, che diventerà Governatore dello Stato di Messico dal 1981 al 1986.

Peña Nieto studierà poi dal 1984 Diritto presso la Universidad Panamericana di Città del Messico, laureandosi con una tesi, poi tradotta in inglese, intitolata  El presidencialismo mexicano y Álvaro Obregón, dedicata furbescamente ad Arturo Montiel Rojas, suo predecessore nel Governo dello stesso Stato. Dove non arrivava la parentela subentrava l’adulazione: sta di fatto che il sostegno del Governatore Montiel (che nel 2006 verrà accusato di corruzione) si rivela determinante nel farne il suo beniamino e catapultarlo alla carica di suo immediato successore. Intanto aveva conseguito anche un Master in Ammimistrazione presso l’ Instituto Tecnológico Autónomo de México (ITAM).

Nel 2005, per la propria campagna elettorale a Governatore dello Stato di Messico, Peña Nieto ricorre ad uno stratagemma di berlusconiana memoria: 608 promesse elettorali firmate, invece che sulla lavagna televisiva di Bruno Vespa, davanti ad un notaio.

Le grida degli studenti di Yo soy 132: “Assassino!”

yo-soy-132Peña Nieto ha prestato giuramento come presidente del Messico il 1° dicembre 2012 al Congresso Federale del Messico e poi è volato a una parata militare per prendere formalmente il controllo delle forze armate messicane. Durante il suo discorso di inaugurazione al Palazzo Nazionale, ha proposto i suoi ordini del giorno e le riforme per la nuova amministrazione. Prima e dopo l’insediamento di Peña Nieto, i manifestanti sono insorti al di fuori del Palazzo Nazionale e si sono scontrati con le forze di polizia federali. Atti vandalici sono stati compiuti contro strutture alberghiere e appiccando incendi nella zona del centro di Città del Messico. Più di 90 manifestanti sono stati arrestati e molti sono stati feriti. Il sindaco di Città del Messico, Marcelo Ebrard, ha accusato gruppi anarchici di aver causato questi esiti violenti. Ci sono prove, tuttavia, che nel corso di queste proteste, degli agenti di provocazione hanno lavorato con la polizia. Tali individui sono stati pagati 300 pesos messicani (circa 20 dollari) per i loro atti di vandalismo, secondo i media. Le foto mostrano i vandali in attesa, radunati in gruppi, dietro le linee della polizia prima che esplodesse la violenza stessa. Le proteste precedenti erano state del tutto pacifiche, ma in questa occasione, in risposta apparente alla violenza, la polizia ha sparato proiettili di gomma. In contrasto con le proteste, non ci sono state celebrazioni pubbliche della nuova presidenza. Il giorno dopo il suo insediamento, Peña Nieto ha annunciato il Pacto por México, un accordo che aveva stretto con i leader degli altri due maggiori partiti circa gli obiettivi del governo per i prossimi anni. Il Patto per il Messico aveva come fine la realizzazione di 95 obiettivi. E ‘stato firmato il 2 dicembre 2012 dai leader dei tre principali partiti politici nel Castello di Chapultepec. Il patto è stato lodato da esperti internazionali, come un esempio per risolvere lo stallo politico e per far passare in modo efficace le riforme istituzionali: quelle, soprattutto, dell’istruzione, del sistema bancario, fiscale e  delle telecomunicazioni, tutte poi approvate.

In data 13 dicembre 2012, è stata promulgata una legge che comprendeva profonde riforme di sicurezza. Il Ministero dell’Interno del Messico, notevolmente rafforzato dal disegno di legge, è stato fatto l’unico responsabile per la sicurezza pubblica. Una nuova Gendarmeria, con una forza iniziale di 10.000 uomini, viene distribuita nelle zone più pericolose del Messico, mentre la Polizia Federale si concentrerà su indagini sulla criminalità. Il ministero dell’Interno ha annunciato che 15 unità di polizia specializzate erano tenute a concentrarsi esclusivamente sui principali reati che includono rapimenti ed estorsioni, insieme a una nuova task force dedicata a rintracciare persone scomparse.

Nel 2006, molti contadini che vivevano nello Stato di Messico da Peña Nieto governato, a San Salvador Atenco, avevano resistito manifestando contro il piano federale di un suo predecessore del PAN, il Presidente messicano Vicente Fox , di espropriare le loro terre per costruire un nuovo aeroporto destinato a servire Città del Messico. In risposta ai disordini, il 3 maggio 2006 forze dell’ordine federali di quel Presidente, congiuntamente a quelle governative dello Stato di Messico, assaltarono San Salvador Atenco e misero violentemente in stato d’arresto molti dei suoi abitanti, scatenando uno scontro in tutta l’area tra trecento civili disarmati e tremila agenti di polizia. Alcuni funzionari delle forze dell’ordine si vendicarono delle contestazioni dei giorni precedenti e tentarono la dispersione del blocco dell’autostrada federale, fermando un gruppo di venditori di fiori che protestavano contro il governo. Il capo del movimento fu condannato a 150 anni di prigione, e il resto dei manifestanti fu accusato di presunto “sequestro organizzato” di agenti di polizia e mandato in prigioni di massima sicurezza. Le organizzazioni nazionali ed internazionali di diritti umani chiesero di rilasciare gli attivisti, ma le loro richieste rimasero bloccate fino all’Agosto 2010. Secondo un rapporto di Amnesty International del febbraio 2009, questi gravi scontri tra forze armate e civili inermi provocarono la detenzione di duecento persone e centinaia di denunce di abusi, compresa la violenza sessuale ai danni di ventisei donne che erano state arrestate; altri inoltre erano stati presumibilmente torturati. Nelle sue operazioni, la polizia impiegò armi da fuoco, lacrimogeni e manganelli elettrici. Due ragazzi vennero uccisi dalla Polizia federale messicana, mentre centinaia furono arrestati senza mandato e picchiati. Un altro ragazzo di 14 anni venne assassinato.

In risposta alle accuse di abusi, la Corte Suprema di giustizia della Nazione ha accettato di indagare sull’incidente per stabilire se i disordini furono un evento isolato o se invece fecero parte di un complotto più grande formato da politici di livello comunale e statale.

Il movimento studentesco Yo Soy 132 criticò Peña Nieto per la sua posizione sui disordini di San Salvador Atenco.  L’allora Governatore dello Stato di Messico dichiarò in un’intervista di non giustificare le azioni delle forze statali e municipali, ma aggiunse anche che esse non erano state ricevute volentieri dai cittadini di San Salvador Atenco al loro arrivo. Nel condannare gli abusi, promise di eseguire pienamente la legge e di portare trasparenza alle indagini. Deplorò le morti causate dai disordini, ma sottolineò anche che tali rischi si verificano spesso in operazioni di sicurezza. Peña Nieto concluse assumendosi la responsabilità della repressione e insisté che il “giornalismo giallo” aveva contribuito ad oscurare ciò che era realmente accaduto. Infuriati da queste risposte, gli studenti del Yo Soy 132 fischiarono il politico e protestarono contro di lui, definendolo un “Assassino”.

Yo Soy 132 è un movimento giovanile di protesta messicano il quale persegue la democratizzazione del Paese e dei suoi mezzi di comunicazione. E’ cominciato come opposizione al Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI), che candidò Peña Nieto e alla sua copertura mediatica di parte nelle elezioni generali del 2012.

DALLE VIOLENZE DI OGGI A QUELLE DI IERI – 1968: il marchio indelebile della Strage di Piazza delle Tre Culture nel resoconto di Oriana Fallaci

tre-culture-messico

La mattanza di “Plaza de las tres culturas” Messico 1968

E’ una spietatezza, quella delle “forze dell’ordine” messicane, senza nome e senza tempo. In tutti i più vecchi fra noi è impresso il nome della Strage di Piazza delle Tre Culture del 2 ottobre 1968, nella quale per poco non perse la vita la nostra grande Oriana Fallaci, che così raccontò sul numero 42 de L’Europeo di quell’anno chiave:

oriana-fallaci-1963

Oriana Fallaci (1963) – EFE

“[…] Il dolore fisico si sopporta ma l’incubo no. Non è l’incubo della guerra del Vietnam, io nel Vietnam ho visto delle cose spaventose, ho seguito delle battaglie tremende, dei pericoli allucinanti, ma era diverso, perché sapevo di andare alla guerra. Uno va in Vietnam e sa che va alla guerra e la guerra è una cosa dove ci sono dei signori armati da una parte e degli altri signori armati dall’altra: sai anche che si spara da tutte e due le parti. Ma quello che è successo là la sera in cui sono stata ferita non era una guerra. […] E non doveva essere una notte si sangue. […]

Mercoledì alle cinque era stata indetta una manifestazione nella piazza delle Tre Culture a Città del Messico. Questa piazza, che credo sia una delle più grandi di Città del Messico e anche una delle più note, si chiama delle Tre Culture perché riunisce in un certo senso, simbolicamente, le tre culture del paese: quella azteca, quella spagnola, quella moderna: c’è una chiesa spagnola del 1500, c’è la base di una piramide azteca e ci sono gli edifici moderni, quelli costruiti ora. Gli studenti l’hanno sempre scelta per le loro manifestazioni, non soltanto perché si trova nel quartiere di Tlatelolco, vale a dire abbastanza vicino alla loro università, ma anche perché è molto grande, ha molte vie d’accesso e molte vie di fuga: è facile arrivarci ed è facile uscirne. E in questo paese è sempre meglio riunirsi in luoghi dove fai presto ad arrivare e fai presto a scappare.
Io ero già stata testimone di una manifestazione del genere nella piazza delle Tre Culture […]

Era lì “che avevo conosciuto i capi degli studenti e avevo cominciato a intervistarli. […] Questi ragazzi s’erano riuniti nella piazza delle Tre Culture, quello scorso venerdì, per commemorare i loro morti, perché avevano già avuto dei morti, un centinaio credo, dal ventisei luglio, il giorno in cui sono incominciate le repressioni della polizia. Quel venerdì c’era la polizia, soltanto la polizia, non l’esercito; era riunita però sulla terrazza della Scuola numero 7, ancora occupata dalla truppe governative. […] Era stata una manifestazione (…)  commovente perché ad un certo punto c’era stata la commemorazione dei morti: pioveva, e tutti questi ragazzi stavano immobili sotto la pioggia, e le madri dei ragazzi morti stavano immobili sotto la pioggia. Finita la manifestazione, anzi durante il minuto di raccoglimento per i morti, qualcuno aveva acceso un accendino, poi un altro, un altro ancora e poi un altro ancora […] Gli studenti mercoledì indissero un’altra manifestazione, sempre nella piazza delle Tre Culture; gli studenti mi dissero che questa era una manifestazione importante e sarebbe stato bene se io l’avessi vista, e ci andai.
La manifestazione doveva avvenire alle cinque. A un quarto alle cinque io ero lì nella piazza delle Tre Culture e la piazza era già piena a metà.  […] Ad un certo punto c’erano almeno seimila persone. Mentre la piazza si riempiva è arrivato Angel, un altro ragazzo dei capi del Comitato generale dello sciopero; sembrava molto turbato e mi ha detto: «Sai, sono in ritardo perché quasi tutta la piazza a tre o quattro chilometri da qui è circondata di autoblindo e di camion: a un certo punto c’è una strada sbarrata, mi sembra che fosse la strada Manuel Gonzales, sbarrata con ben trenta camion carichi di soldati con le mitragliatrici e non lasciano passare nessuno. Ho dovuto fare un lungo giro e per questo sono arrivato in ritardo». […]

La manifestazione si svolge pacifica e gli studenti, incoraggiati dalla Fallaci, si accordano per non dare adito alla benché minima “provocazione”. Ma ad un certo punto “un elicottero ha cominciato a volare sopra la piazza, un elicottero verde dell’esercito, in cerchi concentrici, sempre più bassi, sempre più bassi. Io mi sono preoccupata e ho detto a Manuel: che cos’è questa storia? […] Non avevano finito di parlare che si è sentito un gran fracasso, un grande rumore di camion e di carri armati e la piazza è stata letteralmente circondata dalle quattro parti, perché l’edificio dove eravamo noi, questo terzo piano dove c’erano gli studenti, guarda la piazza, quindi da qualsiasi parte si guardasse, si vedevano arrivare camion e autoblindo […]. I soldati si sono buttati giù sparando. Ma non sparando in aria, sparando in basso, i fucili non li tenevano in alto, li tenevano in basso. […] Loro continuavano a scappare, volevano venire in avanti. E ad un tratto ho cominciato a vederli cadere, sai quando vai a caccia e le lepri corrono, come fanno le lepri quando le colpisci, fanno una specie di capriola e poi restano lì.
Da lontano si vedevano piccoli, e si vedevano queste lepri, che correvano e facevano una capriola, bom! E restavano in terra. […]

“Noi eravamo chiusi in trappola, ci eravamo resi conto benissimo che stavano puntando verso di noi, verso il terzo «piso», il terzo piano, dove c’erano gli altoparlanti, ma ho capito anche che non c’era nulla da fare. […] Sono entrati sparando, hanno cominciato a sparare con queste rivoltelle dappertutto, non addosso alla gente, devo dire, ma per terra dappertutto, e agguantando la gente. […] Una guardia mi ha preso pei capelli, io ho i capelli lunghi, mi ha agguantata per i capelli, sai come nelle vignette dell’uomo delle caverne che agguanta la donna per i capelli, e prendendomi pei capelli (io credo che gliene siano rimasti un bel po’ in mano), mi ha fatto fare mulinello, mi ha letteralmente scaraventata contro il muro. Sono rimasta qualche secondo stordita, naturalmente. […] Loro ci hanno fatto mettere al muro. […] “Vedi, quando io dico che era peggio che nel Vietnam, voglio dire che nel Vietnam, quando sei dentro una battaglia, cerchi di ripararti, di salvarti, ti butti in un buco, ti butti in un bunker, ti ripari dietro qualche cosa e mentre fai questo non c’è mica un poliziotto con la rivoltella spianata che te lo impedisce. E non potevi trovare nessun rifugio, non potevi entrare in nessun buco, non c’era nessun bunker nel quale ti potevi rifugiare e tutte le volte che cercavi di muoverti di un millimetro da quel muro maledetto che costituiva il bersaglio principale e contro il quale ci avevano messi e cercavi di andare un pochino più in là dove c’era il muricciolo, questi poliziotti distesi per terra ti sparavano addosso, capisci? Sparavano contro il muro. Hanno sparato due o tre volte nel muro! […]
“Quindi io non mi potevo muovere, comprendi, non mi potevo muovere assolutamente. L’incubo per cui io alla notte mi sveglio come impazzita è questo, è un incubo da racconto di Poe.” […]

Poi “ho cominciato a scivolare lungo il muro e sono riuscita a spostarmi di un metro indietro mentre questo poliziotto gridava e mi puntava la rivoltella. Questo movimento è stato quello che mi ha salvato, perché se no la pallottola mi sarebbe arrivata nella testa anziché nelle spalle. La sparatoria era ininterrotta, ho detto che sparavano da tutte le parti mentre noi eravamo sempre sotto le rivoltelle della polizia. A un certo punto l’elicottero si è abbassato, si è sentita una grande raffica e io ho avvertito come due o tre pezzi di sasso che si abbattevano sopra di me e un coltello che mi entrava nella schiena. […]

I giudizi e le polemiche dei mass media anglosassoni e gli scandali.

Dopo aver governato per la maggior parte del secolo scorso in Messico, il Partito Rivoluzionario Istituzionale ha portato la speranza a coloro che hanno voluto offrirgli un’altra possibilità e la paura a coloro che si preoccupano per la sua vecchia tattica di stringere accordi con i Cartelli della droga in cambio di una relativa pace. Nel 2006, Felipe Calderón ha scelto di mettere la lotta contro la criminalità organizzata al centro della propria presidenza . Tuttavia, con oltre 60.000 morti, molti cittadini messicani sono diventati stanchi di una lotta che avevano prima sostenuto. Così, Peña Nieto vince per default ed è stato considerato da The Economist come la “meno cattiva scelta” per la riforma in Messico.

Secondo The Guardian, invece, l’immagine di Peña Nieto “giovane, telegenico e impeccabilmente liscia” ha spazzato via la reputazione del PRI di corruzione e autoritarismo.

Altri media, come CBS News hanno dichiarato che Peña Nieto è il “nuovo volto della vecchia guardia”.

Legato a filo stretto con gli onnipresenti “Poteri forti”, l’attuale Presidente è anche apparso due volte su Forbes Magazine nella lista delle persone più potenti al mondo: la prima volta nel 2013, dove è stato classificato 37 °, e poi di nuovo nel 2014, dove è stato classificato 60 °. Se ne ha la riprova nelle onorificenze che miete, mentre con i suoi comportamenti e le sue complicità  nausea il suo popolo ed il mondo intero: in particolare quelle del Re Juan Carlos I, che lo ha munìto nel 2014 della Gran Croce con Collare dell’Ordine di Isabella la Cattolica e del figlio Felipe II, che nel 2015 gli ha offerto quelli dell’ Ordine di Carlo III, per non essere da meno addirittura della Regina Elisabetta II, che lo aveva nominato, due mesi prima,  Cavaliere di Gran Croce dell’Order of the Bath. Ma il più inquietante è forse l’ultimo, il Collare dell’Ordine del Re dell’Arabia Saudita Abd al-Aziz del recentissimo gennaio 2016.

Il Messico dai Conquistadores di ieri a quelli di oggi.

Nei tre secoli di dominazione spagnola affondano le radici e l’immagine stessa del Messico d’oggi: nazione ispanica, cattolica e meticcia. Questa dominazione tramontò definitivamente il 28 Settembre 1821, quando il Messico, dopo una serie di rivolte armate contro i Gachupines (gli Spagnoli alla guida del potere politico) firmò il proprio atto di indipendenza, dotandosi tre anni dopo di una Costituzione repubblicana.

Ma il Paese confinava a Nord con gli ormai potenti USA, i quali ben presto si impossessarono del Texas, che si era autoproclamato Repubblica indipendente nel Marzo 1836. Seguì l’invasione degli Stati Uniti, in seguito ad una guerra che durò dal 1846 al 1848. Così, grazie al Trattato di Guadalupe Hidalgo, passarono dal Messico agli USA California, Nuovo Messico, Arizona, Nevada, Utah e la maggior parte di Colorado e Wyoming. Il Messico dimezzò così il proprio territorio nazionale.

Nel 1862 Napoleone III, con il pretesto dei crediti che vantava nei confronti del Paese, lo conquistò e costituì l’Impero messicano, affidato all’arciduca Massimiliano d’Asburgo, fatto però fucilare dal Presidente repubblicano Benito Juàrez il 19 giugno 1867, assieme a due generali conservatori messicani.

Eroe della guerra contro i francesi, Porfirio Dìaz divenne presidente del Messico nel 1876 ed instaurò una dura e violenta dittatura militare. La sua presidenza si protrasse infatti  fino al 1911. LRivoluzione scoppiò in seguito alla sua decisione di ripresentarsi alle elezioni presidenziali del 1910 contro Francisco Madero, che fece arrestare.

rivoluzione-messico

Da sinistra a destra: Venustiano Carranza, Francisco Villa, Francisco I. Madero e Emiliano Zapata

Fuggito, Madero invita il popolo alla Rivoluzione, la quale, contro ogni previsione, ha successo, ed è guidata al Nord da Pascual Orozco e Pancho Villa e a Sud da Emiliano Zapata. Diaz è costretto all’esilio a Parigi. Ma il reazionario Victoriano Huerta, nel 1913 con un golpe, assassina Madero, che era divenuto Presidente nel 1911.

Nel 1914 Venustiano Carranza, Zapata e Villa riprendono la Rivoluzione contro Huerta, che fugge dal Messico. Ma i Rivoluzionari si dividono sulla nomina di Carranza a Primer Jefe, e in ottobre si riuniscono ad Aguascalientes, pubblicando la Soberana Coinvenciòn Revolucionaria, la quale prevede di adottare il piano di Zapata per la ripartizione della terra e la nomina a Presidente di Eulalio Gutiérrez. Ma Carranza rifiuta e la Rivoluzione si divide in due fazioni irriconciliabili.

Nel 1915 il generale Alvaro Obregòn, fedele a Carranza, sconfigge Villa.

Nel 1917 il Messico si diede una nuova Costituzione e Carranza venne eletto Presidente, confiscando i beni della Chiesa cattolica

Nel 1924, Plutarco Elias Calles diventò Presidente, ma nel 1926, in seguito alle rigidissime misure anticattoliche da lui emanate, si verificò la rivolta dei Cristeros, sedata in un bagno di sangue. Molti di quei martiri sono stati dichiarati successivamente Santi dalla Chiesa cattolica.

La dittatura del Partito Rivoluzionario Istituzionale (1929-2016) e il Narcotraffico

Calles divenne così il Jefe maximo de la Revolución, fondando nel 1929 il primo partito politico ufficiale, il Partido Nacional Revolucionario, che col tempo ha stemperato l’iniziale connotazione socialista per orientarsi su posizioni moderate.

Nel 1946, il Partito Rivoluzionario Istituzionale, nuovo nome del Partito Nazionale Rivoluzionario,  prese definitivamente il potere, che perse solo temporaneamente nel 2000, con l’elezione di Vicente Fox, candidato del PAN, di destra e di sedicente ispirazione cristiana.

Paradossalmente, è proprio con il tanto auspicato “cambio della guardia” che la situazione del Paese precipita di nuovo.

Infatti negli anni ’80, ai tempi in cui il PRI dominava incontrastato,  un ex agente di polizia giudiziaria federale messicano, Miguel Ángel Félix Gallardo, controllava tutto il commercio illegale di droga in Messico e nei corridoi del confine Messico-Stati Uniti, diventando il punto di riferimento per il colombiano cartello di Medellin di Pablo Escobar, e prosperava in silenzio a Guadalajara, dove si trasferì nel 1987, con la sua famiglia, grazie, come afferma l’insospettabile storico Peter Dale Scott, alla protezione dell’intelligence messicana Direcciòn Federal de Seguridad, nonché della CIA. Gallardo sapeva che quella pace paradisiaca ed indisturbata stava per finire. Ma el Padrino era troppo affezionato al lavoro criminale svolto fino ad allora per darlo in pasto, con sé, ai militari della DEA, l’agenzia federale antidroga statunitense, della quale aveva ucciso un agente. Egli convocò così i principali narcos messicani in una casa ad Acapulco e con loro stabilì quali sarebbero state le nuove piazze di spaccio (plazas) e i nuovi itinerari del narcotraffico verso gli Stati Uniti.

Guarda caso, l’8 aprile 1989 Gallardo fu arrestato

Gli anni ’90 furono caratterizzati proprio dal declino dei grandi cartelli colombiani che attraverso i Caraibi rifornivano il mercato statunitense. L’opportunità di occupare questo spazio e sviluppare rotte terrestri fu presa dai Cartelli messicani, in particolare dal quelli di Sinaloa, Tijuana, del Golfo e di Juarez.

Con il calare della domanda di droga negli Stati Uniti, che scatenò una maggior concorrenza tra i cartelli, e la nuova presidenza di Vicente Fox del PAN, comincia una nuova fase per i cartelli: la militarizzazione. Dal 1999 con l’ingresso in campo del gruppo paramilitare Los Zetas capeggiato da Arturo Guzman Decena al servizio di Osiel Cardenas Guillen, capo del Cartello del Golfo, era cominciata una corsa di tutti i cartelli ad arruolare un gruppo paramilitare e si era interrotto il periodo di pace e prosperità degli anni precedenti. Questi gruppi avevano il compito di difendere le rotte del narcotraffico e di controllare il territorio.

Appunto dopo il “cambio della guardia” con il quale il PAN detronizza per la durata di dodici anni il PRI, e con l’elezione di Felipe Calderon Hinijosa, nel 2006, si tenta di fermare questa spirale di violenza, riformando la sicurezza pubblica, combattendo il riciclaggio di denaro e con la riforma della giustizia nonché con la collaborazione degli Stati Uniti grazie all’ operazione Merida, che portò 1,6 miliardi di dollari di finanziamento.

Queste misure portarono alla caduta o all’indebolimento dei grandi cartelli come quello di Beltrán-Leyva e della Familia ma non certo a una diminuzione della violenza. Un’altra conseguenza fu la creazione di nuovi gruppi criminali più piccoli come i Los Mata ZetasGolfo Nueva GeneracionLos Coroneles.

E’ proprio allora che si verificò l’inizio delle mattanze e l’esplosione della violenza bruta.

Fino agli altri avvenimenti atroci che hanno caratterizzato l’inizio di quest’anno: dall’omicidio, avvenuto nella sua stessa casa, del sindaco di Temixco, Gisela Mota, dello Stato di Morelos, del quale si è accusato un adolescente in concorso con altri tre assassini, alla sparizione, l’11 gennaio scorso, di cinque ragazzi in Tierra Blanca, per il quale sono attualmente sotto processo i sette poliziotti che li fermarono, sotto il pretesto di un normale controllo,  “por el delito de desapariciòn forzada”
Usque tandem?

Giancarlo De Palo

giancarlodepalo@gmail.com

5 COMMENTS
RELATED ARTICLES

Back to Top

Pin It on Pinterest

Share This

Condividi - Share This

Condividi questo post con i tuoi amici - Share this post with your friends