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FOIBE. Noi continueremo a raccontare ciò che a scuola non si insegna

foibe

Il termine “foibe” indica una particolarità geologica del terreno di zone della Venezia Giulia, dell’area istriana, fiumana e dalmata; sono infatti un aspetto tipico del paesaggio carsico, delle fenditure del terreno che si sono create a causa dell’erosione millenaria dell’acqua. Hanno spaccature molto profonde e possono avere una larghezza che varia dai pochi centimetri ad alcune decine di metri. Qui vennero gettati i corpi di migliaia di cittadini, un’utilissima alternativa alle fosse comuni; si trattava di veri e propri inghiottitoi di esseri umani, vivi o morti. Nell’autunno del 1943 e nella primavera del 1945 vennero gettati nelle foibe, sparse nell’entroterra istriano, i corpi delle vittime di una serie di esecuzioni sommarie su larga scala. Allo stesso scopo eliminatorio sono state usate anche altre cavità come le miniere di bauxite dell’Istria ed il pozzo della miniera di Basovizza. Le foibe sono il simbolo di atroci sevizie, compiute con l’intento di dare la massima sofferenza. Ai corpi, dopo torture orribili, venivano legate al collo di uomini e donne italiani ancora in vita, delle pesanti pietre, in modo che potessero cadere più in profondità e più velocemente, lacerandosi contro le appuntite rocce durante il percorso. Dalle testimonianze dei sopravvissuti si apprende che le fucilazioni avvenivano in massa sull’orlo delle foibe così da far precipitare direttamente i corpi, con il vantaggio di non dover ripulire nulla dopo l’esecuzione e che, se qualcuno non fosse morto sul colpo, una volta precipitato comunque non sarebbe sopravvissuto. In alcuni casi bloccavano i polsi e i piedi con del filo di ferro di ogni singola persona e, successivamente, legavano gli uni agli altri, sparavano al primo malcapitato del gruppo che ruzzolava rovinosamente nella foiba spingendo con sé tutti gli altri. Spesso dopo aver infoibato centinaia di persone lanciavano delle bombe: con il crollo si chiudevano le cavità. Una tragedia accomunabile ad altre epurazioni razziali che hanno giustamente indignato e sconvolto l’opinione pubblica mondiale. In questo caso, però, si tende a trascurare l’orrore subito dal nostro popolo, forse solo perché Italiani, fino al punto che questa tragedia non è stata nemmeno riportata nei libri scolastici. Dopo decenni è stato istituito il giorno della memoria, il 10 febbraio. Ricordare dovrebbe essere utile per evitare i medesimi errori.
Maria Luisa Mogno

FOIBEIl lato più oscuro della storia italiana, dove il silenzio regna come cattivo maestro di vita, dove neppure la Pietà riesce a trovare pace.

Se proviamo a fissare l’inizio di una serie di fatti e avvenimenti storici che ci conducono fino al martirio delle foibe e alla tragedia dell’esodo delle popolazioni dalmate, giuliane ed istriane, è necessario ripercorrere il calendario storico dal 1918, anno in cui l’Italia ha ricevuto, come paese vincitore della prima guerra mondiale, tutto il territorio dell’Istria, incondizionatamente e senza nessun genere di consenso da parte delle decine di migliaia di slavi già insediati da anni in quelle zone. La scarsa intelligenza politica delle regie autorità italiane di quegli anni non ha saputo generare una sana politica di coinvolgimento di questi popoli, causando, anche se indirettamente, il nascere di movimenti slavi irredentisti. Nel concreto, si veniva a sostituire alla elastica e onestissima amministrazione austro-ungarica (capace da secoli di amministrare popoli ed etnie diverse del vasto impero asburgico) una sorta di brutta-copia di stampo borbonico-piemontese, estremamente burocratizzata e pasticciona. La situazione economica subì un crollo e gli stessi istriani e giuliani di lingua slava percepivano chiaramente la sensazione di sentirsi occupati in casa loro, rimpiangendo non poco il mantello protettivo dell’impero austro-ungarico. Negli anni seguenti, con l’instaurarsi del regime fascista, la politica amministrativa di quelle zone subisce un forte cambiamento: la nuova e più “efficiente” amministrazione mussoliniana tende a riordinarne l’assetto sociale semplicemente italianizzando il più possibile ogni suo aspetto, sia di costume che economico, comprimendo inevitabilmente e con una certa violenza usi e costumi slavi, ignorandone le tradizioni e limitandone persino l’uso della lingua. La stessa toponomastica ed i nomi dei paesi e delle città saranno scosse da questa improvvisa italianizzazione forzata. Stessa sorte toccò ai movimenti irredentisti slavi che furono letteralmente perseguitati e repressi. Purtroppo, se da una parte il fascismo cercò (in alcuni casi riuscendoci) di “rianimare” le nuove terre italiane anche con l’uso di mezzi decisamente poco ortodossi, dall’altra venne meno il controllo sulle singole azioni dei singoli gerarchi e capi militari di zona i quali operarono spesso con eccessiva violenza e metodi devastatori nei confronti delle minoranze slave. Sicuramente questo aspetto alimentò non poco l’odio verso gli italiani da parte slava: gli eventi della seconda guerra mondiale, poi, non fecero altro che acuire una situazione ormai già pesantemente compromessa, generando immediatamente una forte resistenza armata, caratterizzata da un feroce e maligno odio in un primo tempo a carattere politico (antifascista) che si rivelò in seguito ancora più forte ma ferocemente etnico e anti-italiano. Nell’autunno del 1943, subito dopo l’armistizio, nei territori dell’Istria abbandonati dalle milizie italiane e non ancora sotto il controllo dell’esercito tedesco, le bande armate partigiane slave, appoggiate anche da gente comune proveniente soprattutto dalle campagne, dettero inizio a quella repressione vendicativa che passerà tristemente alla storia come tragedia delle foibe: centinaia di cittadini italiani definiti “nemici del popolo” furono rastrellati sistematicamente, spogliati di ogni bene, umiliati e sottoposti ad ogni genere di sadica sevizia, torturati o più semplicemente fucilati e gettati nelle foibe. E’ necessario non dimenticare che la resistenza slava era quasi completamente caratterizzata e pilotata da un motore ideologico di stampo comunista che spaventò non poco gli italiani residenti in Istria e Dalmazia: la paura spinse, chi ne ebbe il tempo e la possibilità, ad una drammatica e disperata fuga per non cadere vittima di queste ritorsioni e rappresaglie perpetuate dagli “slavi rossi” con una disumana quanto gratuita ferocia. Questo scempio inumano vide il momento di massimo sviluppo durante l’occupazione jugoslava di Trieste, Gorizia e dell’Istria, dall’aprile al giugno del 1945, momento in cui l’esercito anglo-americano entra in Trieste, occupata dalle bande slavo-partigiane di Tito. Nel periodo compreso tra marzo ed aprile del 1945 gli anglo-americani e le armate jugoslave erano impegnati ognuno a giungere per primi ad occupare Trieste: furono proprio gli jugoslavi a raggiungere questo obiettivo. Gli ordini tassativi ed inequivocabili di Tito, tramite la voce del suo ministro degli esteri, furono immediatamente applicati: “Epurare subito” e “punire con severità tutti i fomentatori dello sciovinismo e dell’odio nazionale”. Era semplicemente il via libera a una carneficina sistematica di tutti gli italiani presenti nel territorio triestino, una cancellazione totale di ogni simbolo o espressione anche soltanto vagamente italiana. All’odio politico antifascista si unì velocemente un ben più forte odio razziale, alla necessità di punire e colpire i rappresentanti del “fu” regime fascista, si affianca la ben più bieca e cruenta epurazione etnica, tanto cruenta da permettere e giustificare anche l’epurazione dei partigiani comunisti italiani che avevano, fino ad un momento prima, combattuto al fianco dei compagni slavi. Il problema non era più, quindi, essere fascisti o antifascisti, essere con o contro il popolo: il problema era semplicemente rappresentato dall’essere italiani. Questa cieca “caccia all’italiano”, questa violentissima mattanza ebbe come risultato la deportazione, la tortura e l’infoibamento di circa diecimila persone tra civili e militari per mezzo di altrettanto umilianti processi farsa. Quando nel giugno del 1945 giunsero finalmente anche gli anglo-americani, fu tracciata la linea di demarcazione tra le due zone di occupazione, la zona A, limite che tutt’oggi definisce il confine orientale dello stato Italiano e la zona B. Purtroppo, però, la persecuzione degli italiani continuò per tutto il 1947 nella zona di amministrazione provvisoria jugoslava (zona B) sotto lo sguardo inerme delle forze anglo-americane. Tracciare un bilancio di questa atroce follia non è facile così come non è facile individuare i responsabili, diretti ed indiretti, che hanno permesso il nascere di questo tragico epilogo. E’ anche vero che non si può assolutamente tacere, con complice e colpevole silenzio, di fronte alla ricerca di una verità, di una ragione. Fino alla soglia dei primi anni duemila, è stata volontariamente insabbiata la tragedia delle foibe, il silenzio ha contribuito a nascondere colpe e mancanze, nessuno spazio sufficientemente esplicativo è rintracciabile nell’insegnamento, nei libri di storia, nessuno sforzo di ricordare lo strazio bestiale di così tante vite inutilmente falciate dall’odio razziale e politico.

LA COLPA DEGLI ALLEATI
In piena guerra fredda, per non rovinare i rapporti di “comodo” con la Jugoslavia che al tempo non rientrava con i paesi allineati ai sistemi comunisti europei (cioè sotto diretta influenza sovietica), gli americani e gli alleati occidentali si guardarono bene dall’indagare minimamente su quello che era accaduto durante la guerra di liberazione antifascista, perpetrata dalle bande slave e prolungata ben oltre il suo naturale essere. Né pensarono di pubblicizzare a quanto, loro stessi, avevano assistito durante l’occupazione di Trieste del giugno 1945. Perché tutto ciò? Semplice e storicamente comprovabile dalla fondamentale necessità di utilizzare la “rossa Jugoslavia” come paese cuscinetto tra il blocco occidentale ed il blocco “comunista sovietico”, al fine di tamponarne l’egemonia nei Balcani. Una scelta molto discutibile, sopratutto perché è costata la vita a migliaia di italiani innocenti. Anche a fine guerra fredda, con l’implosione dell’Impero Sovietico, non c’è stata nessuna ammissione ufficiale di questa sorta di “consenso”: infatti, come spiegare ad un’opinione pubblica ormai svincolata da ogni giogo ideologico, il vero motivo del loro volontario “non intervento” durante le carneficine etniche in Venezia Giulia? Come giustificare agli italiani stessi il fatto di aver consegnato direttamente ai macellai di Tito tutti quegli italiani (profughi civili e militari) che cercavano di sfuggire alle persecuzioni comuniste-slave pur di mantenersi “buono e amico” lo stesso Tito?

La colpa dei governanti della neo Repubblica italiana.
Stupidamente “simpatica” la reazione dei governi italiani dell’immediato dopoguerra che preferirono tacere e cercare di far dimenticare le foibe per non doversi responsabilizzare sulle questioni dei debiti di guerra e dei risarcimenti ai privati. Eh si, perché è bene dire e SAPERE che i beni espropriati agli italiani nelle zone interessate dell’esodo del dopoguerra sono stati risarciti con cifre avvilenti da “elemosina parrocchiale”. Riparlare della questione delle foibe significa rimettere sul piatto della bilancia gli indennizzi definitivi agli esuli. E poi, al tempo, perché irritare l’amico americano in un momento in cui “l’odore” dei fondi indispensabili alla ricostruzione (piano Marshall) si faceva sempre più forte e piacevole? Perché ricordare tutti quei morti, le foibe, la pulizia etnica slava, rischiando di mettere in imbarazzo a livello mondiale l’amico e liberatore americano per la sua non presa di posizione in merito? Meglio insabbiare, si, alla faccia di tutte quelle anime innocenti che mai avranno una tomba con un fiore.

La colpa del Partito comunista italiano e del CLN.
Dalla vicenda delle foibe ne esce molto male anche il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN). Quando alle prime avvisaglie di epurazione etnica operate dalle bande armate di Tito, i tedeschi ed i fascisti proposero una sorta di tregua per cercare di far fronte comune contro questi, i vertici del CLN non accettarono, pagando con il sangue degli stessi partigiani italiani di estrazione comunista, massacrati dai “compagni slavi”. Perché? Eppure erano anche loro antifascisti, comunisti, no? Si, vero, ma con un piccolo fastidioso particolare: erano italiani. Se sulla tragedia delle foibe era prevedibile il silenzio responsabile ed interessato dei neogovernanti italiani, completamente assoggettati e servili agli interessi strategici ed alle visioni di equilibrio mondiale degli alleati anglo-americani, altrettanto prevedibile e colpevole è il silenzio del Partito Comunista Italiano. Il PCI non poteva certo far capire alla popolazione italiana che molti dei suoi leader avevano tacitamente assecondato e indirettamente appoggiato gli autori degli infoibamenti e delle deportazioni. I dirigenti del partito, nell’ottica internazionalista del grande disegno di una futura Europa comunista e della comune ideologia, erano completamente appiattiti sulle posizioni dei “compagni” slavi. Chiunque sostenesse il contrario, anche all’interno dello stesso partito, veniva tacciato di falso e menzognero. La lotta al nazi-fascismo, nemico comune dei popoli europei, aveva reso scioccamente ciechi i comunisti italiani, rendendoli volontariamente complici dei disegni espansionistici di Tito dell’immediato dopoguerra, avvallando l’occupazione dei territori italiani della Venezia Giulia, dell’Istria e della Dalmazia, chiudendo colpevolmente gli occhi di fronte allo scempio che si consumava a scapito degli italiani, anche di tutti quegli italiani antifascisti o compagni stessi di partito contrari all’annessione slava.
In quel momento, ipoteticamente parlando, le bande partigiane “rosse” italiane avrebbero avuto la forza di opporsi con le armi ai “compagni” slavi. Se il CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) lo avesse ordinato forse sarebbe stata evitata l’occupazione slava. Ma ciò non fu fatto, semplicemente perché, dall’alto delle dirigenze del PCI, chiunque si opponeva all’esercito slavo era condannato e tacciato di fascismo. Stessa condanna espressa nei confronti dei profughi giuliani, in perfetta linea con quella slava, colpevoli di voler sfuggire dai “liberatori” e dal loro modello di società comunista. Lo stesso CLNAI fu “minacciato” dall’alta dirigenza comunista italiana con lo spauracchio della guerra civile se avesse avuto intenzione di schierarsi in opposizione alle scelte politico espansionistiche titine. Gli stessi profughi furono considerati alla stregua di scomodi “relitti repubblichini”, pericolosi focolai di criminalità; è importante, invece, precisare che i profughi, là dove trovarono rifugio, si distinsero per la loro laboriosità, la loro grande sensibilità civile e il loro rispetto per le leggi.
A più di sessanta anni da quei tragici e disumani avvenimenti che hanno portato così tanta sofferenza, ingiustizia e morte tra i nostri fratelli giuliani ed istriani, è importante spezzare la cortina di silenzio che ancora oggi resiste sulla questione delle foibe: più che ricercare colpevoli è importante che la memoria non si avvilisca nelle tenebre dell’oblio. Non dimenticare mai la follia ideologica e la criminale epurazione etnica è forse l’unico modo per rendere un po’ di giustizia a tutte quelle povere anime ed è sicuramente l’unico modo per lenire lo schiacciante senso di vergogna che ogni cittadino italiano, consapevole, prova, di fronte al termine foibe.
Marco Ciacci

L`intervista alla Professoressa Ivanov
Esule di seconda generazione.
clicca qui –> http://www.liberoreporter.it/?p=3538

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