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2 agosto: Bologna, un invito a riflettere

85 vittime e 200 feriti, l’attacco al cuore dello Stato ancora pieno di mille contraddizioni. Questa sentenza è appesa nel vuoto” (G. Pellegrino)
STRAGE_BOLOGNA
Ci sono cose che non si dimenticano, attimi che (per chi li ha vissuti) rimangono stampati nella memoria collettiva per sempre. La mente accomuna quel determinato fatto al proprio istante di vita. Non è facile spiegare bene questa cosa ma è così. Ero al lavoro, ero in auto di ritorno da… ero in spiaggia o stavo in quel preciso luogo. Per alcuni lo è il ritrovamento di Moro in via Caetani, per altri le ore interminabili di Alfredino nel pozzo per altri ancora i mille kg di Capaci… fino all’11 settembre 2001. La potenza dei media naturalmente ha contribuito ad immortalare quegli istanti, tra essi, non può mancare l’atto più eclatante del periodo storico forse più delicato della nostra Repubblica; la strage del 2 agosto 1980, presso la stazione centrale di Bologna.“Anni di piombo”, “strategia della tensione”. Chiamateli come volete ma in realtà era una guerra, in seno alla Nazione. Si scendeva in piazza e si sparava con le P38, si sequestravano Politici e la lunga mano di Cosa nostra (dei Corleonesi) viveva il suo massimo splendore. Soprattutto dalla metà degli anni Settanta il fermento sociale era all’apice per non parlare della difficile situazione a Montecitorio e all’estero in piena “cortina di ferro”. BR (Brigate Rosse), NAR (Nuclei Armati rivoluzionari), GAP (Gruppi di azione partigiana), ma anche cellule criminali sparse in tutta la penisola, bande quali quelle della Magliana, la Comasina, del Brenta o le mafie fortemente legate con i poteri locali, come la camorra di Don Raffaele Cutolo o la n’ndrangheta dei De Stefano e Piromalli.

A soli due anni dall’assassino di Aldo Moro e a pochissime settimane dalla tragedia del DC9 di Ustica accade l’evento più drammatico, il boato che distrugge un intero edificio nel cuore del capoluogo Emiliano, ove perirono 85 persone e 200 rimasero ferite.

Una vicenda talmente ingarbugliata che – ancora oggi – risulta difficile da comprendere sotto tanti aspetti, a partire da quello processuale e indiziario. Tutto, sin da subito, sembra essere nelle mani di un solo testimone, un certo Massimo Sparti, piccolo criminale legato alla malavita comune, drogato ed esperto in rapine che accusa il capo dei Nar Valerio Fioravanti e la sua giovane compagna; Francesca Mambro.

Sparti e la sua incredibile storia è l’esempio più lampante delle favole assurde che ci sono state raccontante in questi lunghi 35 anni.

Costui dichiara che – due giorni dopo la strage – incontra a Roma i coniugi neofascisti, i quali (secondo lui) confessano palesemente di aver commesso il fatto. “Hai visto che botto”, queste le parole di “Giusva” (Fioravanti) secondo Sparti. Un teste importante per la Procura e gli organi giudicanti, l’unico considerato affidabile, peccato però che verrà sconfessato e smentito dalla moglie, dalla suocera, dalla colf e soprattutto dal figlio Stefano. Il “ladruncolo” sostiene che il 4 agosto era a Roma per incontrare la coppia, che Fioravanti gli chiese dei documenti falsi per la Mambro e che sempre il “Tenente” gli ha poi fornito alcuni dettagli sulla strage avvenuta nella stazione centrale. Valerio a Bologna è travestito da tirolese e la giovane amica – anch’essa presente nella città emiliana – (secondo Sparti) senza alcun camuffamento, solo con una “chioma” leggermente più schiarita.

Questa è la particolare versione (o visione) del super testimone davanti ai giudici, per poi, di lì a poco, inventarsi di sana pianta un tumore fulminante al pancreas ed uscire di galera già nel maggio del 1982. Tutto falso! Una grande recita inventata di sana pianta. Costui, dal giorno della strage e per quelli a seguire non si è mai spostato da Cura di Vetralla (Viterbo) dove era con la famiglia. Non ha mai visto ed incontrato Fioravanti, non si è mai ammalato di tumore ed è persino riuscito a falsificare – grazie a qualcuno compiacente – le lastre all’ospedale di Pisa.

Inganna quasi tutti, ma la cosa più inverosimile e paradossale è che tutti gli credono: giudici, direttori dei penitenziari e medici. Possibile che nessuno si sia accorto di quelle menzogne? Sembra proprio di no anche se, ad onore del vero, il medico del carcere della cittadina toscana in un’intervista al Tg1 affermò di aver notato la falsa cartella clinica dell’uomo e che per questo fu poi licenziato. Un vero rebus.
Gran parte di coloro che vengono citati appaiono inaffidabili tranne lui. Mistero inspiegabile. Il gruppo dei Nar, fedelissimi alla coppia accusata, non nomina mai né Fioravanti né la Mambro nella questione Bologna; l’intera famiglia Sparti nega completamente che Massimo si sia mai spostato da Cura di Vetralla, ma tutti, a partire dagli inquirenti credono solo a lui. Questo criminale non mai ha avuto legami con i Nuclei Armati Rivoluzionari, non godeva di fiducia da parte della coppia e non era certamente stimato negli “ambienti”.
Allora le domande nascono spontanee:

Perché Fioravanti decide di compiere il più importante attentato della storia d’Italia e non ne fa mai parola con nessuno, soprattutto con i suoi amici e collaboratori più intimi?
Un consiglio, una discussione, un appoggio logistico, strategico o materiale. Niente. Non lo fa né prima, né dopo il 2 agosto. Venti appartenenti al gruppo neofascista restano completamente all’oscuro, e molti di essi non hanno mai menzionato Valerio e Francesca in quel tragico contesto bolognese. Due persone completamente sole che distruggono un’intera stazione con una quantità di tritolo impressionante, senza che nessuno, nel giro dell’epoca, ne sapesse nulla. Si ammazza un poliziotto in dieci, ma si annienta un quartiere da soli.

Perché invece Fioravanti decide di parlare di una cosa così delicata con un “delinquentello” comune, di poco conto e con cui non ha rapporti di reciproca stima? Perché in stazione lui dovrebbe essere vestito da tirolese e la moglie nelle solite vesti? Perché chiedere aiuto per dei documenti falsi dopo la strage e non prima? E perché chiederlo a Sparti? Ne avrà avuti di contatti in quel periodo il capo dei Nar? E il tumore ormai allo stadio terminale completamente inventato? Come si giustifica questa grande svista da parte dei medici di Pisa che hanno svolto le visite? Sparti è fuori dalle sbarre poco tempo dopo l’attentato.

E tutti gli altri teste? Moglie, suocera, colf e figlio sentiti a processo ma non giudicati attendibili, così come i Nar chiamati a testimoniare. Nessuno nomina Fioravanti tranne lui, il grande accusatore storico. Ciò sembra inspiegabilmente bastare alla Corte, per una condanna piuttosto discutibile. La questione della strage di Bologna resta ancora aperta, non più e non solo per la ricerca dei mandanti ma, dalle ultime rivelazioni, anche per gli esecutori visto che la colpevolezza di Fioravanti e Mambro sembra tutt’oggi alquanto dubbia.

Il titolo di un “pezzo” uscito sul Resto del Carlino datato 25/05/2007 è abbastanza eloquente.

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Tante anomalie, troppe controversie, un’infinità di tasselli che non si incastrano tra loro, e non solo nella città dei portici. Si chiudono gli occhi davanti al cosiddetto “lodo Moro”, a quell’accordo con i palestinesi che ancora fa discutere ma che si tenta ostinatamente a non considerarlo fatto primario. (Per capirne di più e approfondire sul tema “LODO MORO”, vi rimandiamo al nostro giornale tematico www.segretidistato.it dove l’argomento è stato ampiamente trattato).

Cerchiamo di riflettere anche sulle motivazioni e sul modus operandi, anch’essi importanti ed essenziali per la chiusura del cerchio. Nessuno scopo da parte dei Nar di agire a Bologna in quel modo e soprattutto sui civili inermi. Nessun beneficio per il gruppo neofascista e per la coppia che ha poi pagato invece in prima persona sotto l’aspetto giudiziario e mediatico. Non è poi difficile comprendere che il modus operandi di Fioravanti e Mambro era tutt’altra cosa. Non ci vogliono scienziati forensi per dimostrare che nessuno di loro in precedenza aveva mai agito con tritolo o TNT, con plastico o altro. Solo armi da fuoco e in condizioni di“face to face”, scontro diretto e con persone mirate per scopi ben precisi. I Nar, nei vari processi per strage (quelle prima della Stazione di Bologna), non sono mai assurti agli onori della cronaca, si può quindi dedurre che non hanno mai agito su treni, non hanno mai fatto esplodere ordigni nelle piazze e/o nei luoghi affollati. Nessuno mai ha pagato per quel tipo di attacco al cuore dello Stato ma per Bologna evidentemente servivano a tutti i costi dei colpevoli. Questa è la sgradevole sensazione. Già la vergogna di una nazione abituata a depistare era all’apice, poiché era fresca ancora la questione del disastro “DC9” nei cieli di Ustica, e dunque, ciò che è avvenuto poche settimane dopo a Bologna evidentemente non poteva e non doveva rimanere impunito.

Nei fatti concreti è bene forse sapere che la cosa più particolare del lungo iter processuale è che per sua propria definizione, il processo è altamente incompleto. I giovani dei Nar furono condannati in primo grado e poi assolti in appello su richiesta della giuria popolare. Successivamente, la Corte di Cassazione annullerà tale sentenza e, in un secondo processo di appello, si giungerà ad un’ennesima condanna. Un verdetto molto discutibile. La sentenza infatti dovette ammettere che nessun testimone aveva mai visto Mambro o Fioravanti a Bologna, che nessuno dei feriti li aveva mai riconosciuti, nonostante i due giovani di destra fossero rimasti per alcune centinaia di udienze seduti (in bella vista) dentro una gabbia nell’aula del tribunale. La sentenza quindi concluse che Mambro e Fioravanti: “probabilmente hanno ragione quando dicono che non erano a Bologna quella mattina” però – argomentano i giudici – fanno comunque parte dell’associazione sovversiva che ha organizzato l’attentato, e quindi devono essere condannati.

La sentenza, rendendosi conto di aver fornito prove molto deboli contro gli imputati, si sbilancia in una promessa: è in corso un supplemento di inchiesta e – a breve – gli inquirenti saranno in grado di indicare gli esecutori materiali che hanno agito in loco a Bologna. Ovviamente mancavano altre informazione basilari, e le promesse aumentarono: al termine dell’inchiesta bis forse saranno in grado di indicarci chi ha fornito l’esplosivo, chi è stato il mandante e quale il movente. Oggi, a 35 anni da quel disastro umano, siamo ancora al punto di partenza: abbiamo una condanna definitiva all’ergastolo per due persone che avrebbero avuto un ruolo intermedio nella strage. Ma l’inchiesta bis si è conclusa, c’è stato anche un abbozzo di ter, e ancora non sappiamo chi ci fosse, nella scala gerarchica, sotto o sopra Fioravanti-Mambro…

Ancora non sappiamo chi abbia fornito l’esplosivo e soprattutto quale mai potesse essere stata la motivazione di quell’infausto gesto. Non a caso il senatore Giovanni Pellegrino, che all’epoca era presidente della Commissione Stragi, commentò con siffatte parole: “Questa sentenza è appesa nel vuoto”. Probabilmente aveva ragione, poiché in una catena che si presume fosse composta da almeno 5 anelli, ne abbiamo a mala pena uno e ne mancano ancora 4. Una catena con un anello solo oltre a non essere una catena, non porta da nessuna parte, non spiega niente e non dimostra alcunché.

L’ipocrisia è questa; oggi un po’ tutti (sinistra, destra, centro) sanno benissimo o sono convinti che la verità su quella tragedia non è del tutto chiarita ma, la paura, la mancata audacia o puramente il tipico egoismo italico, tiene tutto a tacere. Il giudice romano Rosario Priore sono anni che chiede di far luce sulla questione del gruppo capitanato da Ilich Ramirez Sanchez,  noto come Carlos. (Per approfondire l’argomento Carlos – Gruppo Separat http://www.segretidistato.it/?s=carlos+gruppo+separat)

Considerato uno dei più spietati terroristi internazionali, ideologicamente filo-marxista e profondamente anti-capitalista, il Comandante si allea e si presta ai servigi del Fronte popolare per la Liberazione della Palestina, dei servizi segreti di Gheddafi e del Kgb. A suo dire compie atti stragisti in tutto il mondo con un bilancio che va dai 1500 ai 2000 morti. Il gruppo di Carlos viene messo in relazione alla vicenda della strage di Bologna per due questioni: la prima è da attribuirsi alla sua cooperazione con i palestinesi, la seconda è relativa alla presenza – quel giorno – nel capoluogo emiliano di uno dei suoi uomini: Thomas Kram (Chi è Thomas Kram e che ruolo ha avuto nel Gruppo di Carlos?).
Kram è a Bologna il giorno della strage, ma naturalmente esclude ogni coinvolgimento sia sulla vicenda sia sull’intero gruppo venezuelano. Carlos, con le sue ultime lettere, accusa addirittura la Cia, il Mossad e persino la Gladio, in totale contraddizione con il nostro governo, nella persona di Francesco Cossiga. Le versioni sono discordanti da entrambe le parti, le opinioni disparate e molto si è scritto su questa triste “faccenda”. L’emerito Presidente, all’epoca dei fatti al secondo mandato come Primo Ministro, rilascia successivamente un’intervista dove smentisce l’ipotesi della matrice neofascista:

«Lo dico perché di terrorismo me ne intendo. La strage di Bologna è un incidente accaduto agli amici della “resistenza palestinese” che, autorizzata dal “lodo Moro” a fare in Italia quel che voleva purché non contro il nostro Paese, si fecero saltare colpevolmente una o due valigie di esplosivo. Quanto agli innocenti condannati, in Italia i magistrati, salvo qualcuno, non sono mai stati eroi. E nella rossa Bologna la strage doveva essere fascista. In un primo tempo, gli imputati vennero assolti. Seguirono le manifestazioni politiche, e le sentenze politiche».

«Ero presidente del Consiglio, e fui informato dai Carabinieri che le cose erano andate così. Anche le altre versioni che raccolsi collimavano. Se è per questo, i palestinesi trasportarono un missile sulla macchina di Pifano, il capo degli autonomi di via dei Volsci. Dopo il suo arresto ricevetti per vie traverse un telegramma di protesta da George Habbash, il capo del Fronte popolare per la liberazione della Palestina: “Quel missile è mio. State violando il nostro accordo. Liberate subito il povero Pifano».(F. Cossiga).

Queste le parole e la convinzione dell’ex “picconatore”. Dov’è allora la verità? Gli esecutori per la giustizia sono stati trovati e condannati, ma per l’ex capo del Quirinale è tutt’altra cosa. Cos’è il “Lodo” che prende il nome dello statista Moro, ve lo spieghiamo su SegretiDiStato, ma vi consigliamo di andarvi a leggere l’intervista integrale pubblicata il 14 agosto 2008 sul Corriere della Sera, (della quale vi riportiamo soltanto il titolo) conversazione con Bassam Abu Sharif, leader storico del Fronte popolare… Terroristi palestinesi che transitano in assoluta libertà sul nostro suolo con il placido benestare delle autorità.

corriere-lodo-moroTeorie, sospetti, affermazioni, accuse e controaccuse. Il più grande mistero dal dopoguerra ad oggi, ancora nascosto da troppe falsità. Un eterno mistero di Stato che, probabilmente, ancora e per molti anni farà parlare. Poi ci sono coloro che temono di esprimere semplicemente il proprio punto di vista per ritorsioni o maldicenze. Ma ciò è sbagliato soprattutto se consideriamo che nella nostra società vige una sorta (ci auguriamo) di libertà di stampa e soprattutto di pensiero.

Si dovrebbe sempre avere il coraggio non solo delle proprie azioni ma soprattutto del proprio punto di vista anche se talvolta scomodo, discutibile o non condivisibile dai più oltranzisti. Bologna è il capo saldo di un qualcosa ancora ben celato dal mistero, uno dei tanti che hanno avvolto l’intera Prima Repubblica.

Mirko Crocoli

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