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Strage di Ustica: 35 anni di silenzi, il muro di gomma

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Il 27 giugno del 1980, alle ore 21:00 circa, dai monitor della torre di controllo di Ciampino, sul punto di coordinate 39°43’N e 12°55’E, scompare dalla schermo un velivolo civile. È il DC9 I-TIGI della società Itavia, in volo da Bologna e diretto a Palermo con a bordo 81 persone, di cui 78 passeggeri e 3 uomini dell’equipaggio. Il controllore di turno cerca di ristabilire il contatto con il pilota dell’aeromobile: lo chiama disperatamente una, due, tre volte, ma a rispondergli solo un silenzio di morte.
35 anni fa, sui cieli di Ustica, uno degli eventi più tragici della Prima Repubblica, il caso irrisolto per antonomasia, la strage tutt’oggi ancora impunita. Sul banco degli accusati nel corso dei lunghi anni di processi siedono alti vertici militari italiani che – all’epoca – avevano incarichi di rilievo durante quei fatidici minuti di traversata del volo sul mar Mediterraneo. Non delle responsabilità dirette sull’attentato (o presunto tale) ma eventualmente rei di aver depistato, nascosto, distrutto prove che, secondo i magistrati, potevano essere rilevanti. Alto tradimento di questi uomini nei confronti del tricolore che si è poi concluso con un nulla di fatto, poiché tutti assolti nell’ultimo grado di giudizio. Un “faldone” spaventoso, un’inchiesta durata decenni fatta di pagine e pagine tra testimonianze, perizie tecniche, prove documentali che non hanno però dato l’esito sperato. Anche la Commissione Stragi presieduta da Libero Gualtieri per undici lunghi anni tenta un’improbabile ricerca della verità, ma, come sappiamo, il “muro di gomma” è stato invalicabile. La grande macchina messa in campo dal potere giudiziario della nostra Nazione acquisisce informazioni dai tracciati radar di Marsala, Licata, Grosseto, Ciampino e Fiumicino ma anche su tutto il traffico aereo prima, durante e dopo la sparizione del DC9 partito dal capoluogo dell’Emilia Romagna.
Ciò che si evince chiaramente dalle indagini è che in quelle “calde” serate d’inizio estate lo spazio aereo sulla Sicilia era piuttosto affollato, un po’ tutti ci stavano controllando. Gli americani dalla portaerei Saratoga, i sovietici dalla Libia, i francesi in stato d’allerta sulla nave da guerra Clemenceau e – naturalmente – la nostra Aereonautica militare. Non dobbiamo rimanere sorpresi o stupiti purtroppo se, ancora e con rammarico, dopo tutto questo periodo non si è riusciti a far luce sull’intera vicenda. I primi anni Ottanta sono forse i peggiori in quanto a crisi e tensione internazionale. Piena Guerra fredda, i missili intercontinentali a media e lunga gittata pronti dall’una come dall’altra parte e piccole ma insidiose “pedine” come il colonnello Mu’ammar Gheddafi, di certo sono una spina nel fianco sia della Nato sia di Washington. E’ lui difatti l’incubo, il nemico pubblico numero uno, l’uomo da monitorare con fermezza in quel particolarissimo momento storico. Basti solo pensare cos’era strategicamente e logisticamente la sua Libia per Usa e Urss, in una “cortina di ferro” ascesa ai massimi livelli d’attenzione. Una finestra a due passi dalla portaerei naturale degli Stati Uniti che era la nostra Italia, ricca di petrolio, amica di Mosca e con un rapporto decisamente conflittuale con gli odiati imperialisti della White House.
I francesi stessi, come poi ci hanno dimostrato negli ultimi tempi con Monsieur Sarkozy, hanno sempre guardato con profondo interesse quelle coste africane, quel dittatore, quel comandante che riusciva, con pochi mezzi, a tenere in scacco la parte meridionale dei nostri confini.
Si è parlato di un ordigno posto all’interno dell’aereo o forse un cedimento strutturale. Di un missile terra-arei statunitense o come sostenne Francesco Cossiga poi confermato anche dal Giudice Priore (che è poi la versione più attendibile) di uno scontro aereo franco-libico sui cieli di Ustica. Probabilmente quest’ultima ipotesi pare dagli esperti la più accreditata. Per gli alleati d’oltralpe che hanno fatto partire erroneamente il caccia dalla Clemenceau, c’era la convinzione che a bordo di un Jet in quello spazio aereo “vitale” ci fosse proprio il leader di Tripoli. Una certezza che non è stata mai chiarita. Onde per cui, con ogni probabilità, l’Itavia DC9 adibito al trasporto civile diretto a Palermo si è accidentalmente e suo malgrado trovato nel bel mezzo di un combattimento aereonavale e sulla scia di un missile a risonanza non ad impatto che, a quanto pare, tutto è stato tranne che – come si usa dire – “intelligente”.
Un disastro dunque, come tanti, avvenuto in epoca di guerra psicologica, di contrapposizione dura tra il blocco Occidentale e quello filosovietico. Un attimo che si è poi dimostrato fatale, un errore umano che ha portato alla morte 81 nostri cari connazionali.

Mirko Crocoli

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