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Calvi – Il “Banchiere di Dio”: dal trono dell’alta finanza al ponte sul Tamigi

33 anni fa, il 18 giugno del 1982, Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, viene ritrovato morto “impiccato” sotto il ponte dei Frati Neri a Londra.
“La politica dello struzzo, l’assurda negligenza, l’ostinata intransigenza di alcuni responsabili del Vaticano mi danno la certezza che Sua Santità sia poco e male informata di tutto quanto ha per lunghi anni caratterizzato il rapporto tra me, il mio gruppo e il Vaticano”. (Roberto Calvi – lettera a Giovanni Paolo II, 5 giugno 1982)

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Un’incredibile storia di intrighi internazionali, alta finanza e Cosa nostra. Coinvolti noti faccendieri quali Francesco Pazienza (agente Sismi) e Flavio Carboni non appartenenti ufficialmente alla Loggia P2 ma saliti alle cronache per i rapporti con il Banco Ambrosiano di Roberto Calvi e con alcuni esponenti della famiglia dei Corleonesi, tra i quali il cosiddetto “cassiere” Pippo Calò. Sono due i particolari esponenti che più degli altri balzarono alle cronache in quegli anni, appartenenti al mondo bancario, di cui molto si è parlato e ancora oggi, le loro vite così come le loro strane morti, restano avvolte nel totale mistero. Stiamo parlando della tessera n. 519 corrispondente al nome del Dott. Calvi Roberto e della n. 501, quella dell’avv. Sindona Michele. Roberto Calvi, “baffuto” banchiere milanese e uno dei più importanti uomini d’affari dell’Italia repubblicana, fece una folgorante carriere nel banco Ambrosiano raggiungendo negli anni settanta le cariche di direttore generale e presidente. Furono tanti, stretti e ingarbugliati i collegamenti tra la banca di Calvi, il viterbese dott. Umberto Ortolanitessera n° 4 e l’istituto di credito del Vaticano, lo IOR,  allora diretto da Sua Eminenza l’americano (di Chicago) Paul Marcinkus.

“L’avvicinamento di mio padre alla massoneria e alla P2 – dice Carlo Calvi – deriva dal fatto che lui era poco politico, aveva più che altro capacità aziendali. Si sentiva insicuro rispetto a certi mondi, quelli legati ai partiti, così come nei confronti di una certa finanza laica”.

Nel giro di pochi anni molteplici furono le intrecciate operazioni finanziare che videro coinvolto Calvi e l’Istituto per le Opere Religiose, in Francia, Svizzera, Lussemburgo e nei paradisi fiscali delle Bahamas. Giri di denaro per miliardi di dollari in tutto il mondo con meccanismi talvolta oltre i limiti della legalità e sotto il nome di finte società fantasma. Legato, come detto, non solo allo IOR di Marcinkus, grazie alla proficua intercessione di Ortolani, ma inizialmente anche al faccendiere Siciliano Michele Sindona, Roberto Calvi affronta con il suo Banco la prima grossa crisi finanziaria. E’ l’inverno del 1977 quando, per opera dello stesso vecchio amico Sindona, l’Ambrosiano balza all’opinione pubblica per la grave situazione d’insolvenza, una voragine spaventosa nelle casse dell’Istituto. Calvi poco prima rifiutò a Sindona la richiesta d’aiuto per la sua Banca Privata Italiana, cosa che il siciliano non gradì affatto. L’intento di screditare l’operato dell’Ambrosiano riuscì alla perfezione e, ormai nella bufera più totale, fu oggetto di particolare attenzione da parte della Banca d’Italia. Sotto gli occhi dei controllori, i quali avvisarono non poche irregolarità, nel 1980 con l’aiuto dell’Eni e della Bnl a fronte di un primo intervento di 150 milioni di dollari e di 50 milioni in una seconda trance, Calvi riuscì a salvarsi, ma non per molto. Quel fatidico giorno di primavera del ’81, con la scoperta della Loggia P2 anche i sogni e le speranze del banchiere Milanese svanirono, poiché senza più l’appoggio della loggia e del suo Maestro Venerabile le cose divennero insanabili. Neanche lo IOR ebbe il tempo di agire poiché Roberto Calvi fu arrestato poco dopo. Il crollo finanziario di una Banca, i tanti risparmiatori defraudati, gli strani rapporti con i Corleonesi, con gli uomini di Sindona, con la Banda della Magliana e con faccendieri tipo Carboni non aiutarono affatto lo sfortunato Calvi che, in attesa di processo, forse si fece troppi nemici. Era giunto il momento di organizzare la propria fuga, o per sfuggire dal processo che inesorabilmente lo avrebbe visto condannato o dai troppi sguardi indiscreti complici del pazzesco giro di denaro che per anni aveva nascosto illecite operazioni. Ma una cosa era certa, Roberto Calvi sapeva troppo e il rischio che parlasse era stato realmente considerato.“Proprio le sue doti – dice Carlo Calvi sempre riferito a suo padre – che gli permettevano di riportare validi successi in ambito strettamente operativo, attiravano su di lui l’attenzione interessata di diversi ambienti dai quali ha cominciato a subire pressioni”.   Il 18 giugno 1982, il “noto banchiere” che aveva probabilmente numerosi segreti da nascondere fu trovato impiccato sotto il Blackfriars Bridge a Londra, il Ponte dei Frati Neri sul Tamigi.
La notizia fece il giro del mondo. Successivamente emersero dagli inquietanti scenari sulla sua morte anche grazie alle testimonianze dei figli Carlo e Anna e da alcune inchieste giornalistiche. L’uomo, negli ultimi tempi, pistola in mano, temeva ritorsioni e vendette da parte dei suoi numerosi denigratori, e assidui erano i riferimenti spesso ossessionanti sulle faccende debitorie che vedevano a suo dire coinvolti lo IOR e l’opposta fazione dell’Opus Dei. La tensione che attanagliava l’affarista negli ultimi anni di sua vita era palpabile e diverse le lettere scritte di suo pugno ed indirizzate ad alti prelati compreso Sua Santità Giovanni Paolo II. Ormai i rapporti tra Calvi e Marcinkus sembravano giunti al termine e la sua richiesta di aiuto all’Opus Dei fu quanto mai azzardata e per taluni inappropriata. L’uomo infatti fu l’artefice di una storica spaccatura proprio tra le due parti che comandavano in quegli anni la Sacra Romana Chiesa (quella massonica conservatrice vicina allo spregiudicato “prete” americano) e quella della potente lobby spagnola dell’Opus Dei.
Lo IOR era debitore di milioni di dollari nei confronti del Banco Milanese e la richiesta d’intervento economico di Calvi ai vertici proprio dell’Opus Dei per salvare l’istituto da un sicuro default mise in grave imbarazzo l’interoestablishment Vaticana.

Mio padre mi disse che per risolvere il problema dei rapporti con lo Ior avevano messo su e portato avanti un progetto che prevedeva l’intervento dell’Opus Dei, organizzazione che avrebbe dovuto erogare una cifra enorme, di entità superiore ai 1000 miliardi di lire, per coprire l’esposizione debitoria dello Ior nei confronti del Banco Ambrosiano. Mio padre mi disse che ne aveva parlato direttamente con il Papa, (il quale) gli aveva assicurato il suo appoggio e il suo consenso; aggiunse che, però in Vaticano vi erano fazioni contrarie, che contrastavano vivamente la realizzazione del progetto che, ove condotto a termine, avrebbe creato degli equilibri completamente nuovi nel Vaticano stesso: ciò perché l’Opus Dei avrebbe acquisito il controllo dello Ior e quindi una posizione di diversa e grande rilevanza all’interno del Vaticano. Proprio per questi contrasti e queste lotte intestine, mio padre era molto preoccupato. Mi disse che contrario alla realizzazione del progetto era il cardinale Casaroli, e disse ancora che se l’affare non fosse andato in porto lo Ior sarebbe crollato e avrebbe coinvolto anche il Banco Ambrosiano nel suo crollo. Soggiunse che il Vaticano si sarebbe trovato nella necessità di vendere piazza San Pietro. (…) Il discorso di mio padre proseguì durante il pranzo, nel corso del quale mi disse che ultimamente aveva parlato con l’onorevole Andreotti, il quale aveva usato un tono strano e gli aveva mostrato di non sapere gli ultimi sviluppi con l’aria di chi, invece, la sapeva lunga. (…) Mi disse di avere una grande paura dell’onorevole Andreotti, perché lo sapeva legato alla fazione che, all’interno del Vaticano, si batteva contro la realizzazione del progetto che ruotava attorno all’Opus Dei”.

Il “Banchiere di Dio”, l’uomo che stava spaccando il Vaticano in due e una delle principali pedine del mosaico della P2 viene trovato senza vita in circostanze enigmatiche, in un punto e in un luogo altrettanto sensazionali e con un rituale alquanto bizzarro. Di quei mattoni nella sua tasca, di quella “location” amena scelta per l’esecuzione e di quella tecnica se ne parlò per anni, decenni. Il “caso” Calvi cominciò a scoppiare sin da prima della sua dipartita e gli intrecci con l’altro uomo simbolo di quel crack bancario, Sindona, la miriade di conoscenze tra il vecchio e il nuovo continente e tra le varie lobby, in seguito, affiorarono in maniera sempre più insistente. La sua morte resta ancora oggi uno dei grandi misteri del secolo scorso.

Mirko Crocoli

(Le frasi in corsivo e le citazioni di Carlo Calvi sono estrapolate dal libro Poteri Forti di Ferruccio Pinotti (Bur – Milano, 2005)
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