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Pirateria marittima: pirati somali rilasciano sette marittimi indiani ostaggi da 4 anni

Asphalt_Venture[1]Nei giorni scorsi  7 marittimi di nazionalità indiana sono stati rilasciati dai pirati somali. I sette erano membri dell’equipaggio della MV Asphalt Venture battente bandiera di Panama e di proprietà della società armatrice, OMCI Ship Management Pvt Ltd. La nave venne catturata, insieme al suo equipaggio, nell’Oceano Indiano il 28 settembre del 2010 mentre era in navigazione dal Kenya verso il porto di Durban in Sudafrica. I sette marittimi indiani erano rimasti nelle mani dei pirati somali anche dopo che, per il rilascio della loro nave, era stato pagato un riscatto di 3,5 mln di dollari. Nel mese di aprile del 2011 infatti, la nave e 8 dei 15 marittimi del suo equipaggio vennero rilasciati. Gli altri 7 marittimi, quelli di nazionalità indiana, vennero trattenuti e trasferiti a terra in un remoto villaggio forse nella regione di Mudug a circa 20 chilometri da Harardheere. Essi vennero trattenuti dai pirati somali come gesto di ritorsione per l’arresto, compiuto in quel periodo, di oltre 100 pirati somali da parte della Marina Militare indiana.  Quindi trattenuti nell’intento di voler far ‘pagare’ all’India il suo forte impegno in mare nel contrasto alla pirateria marittima. Un fatto questo che si è ripetuto più volte nel tempo con tanti altri marittimi indiani. Alla fine l’India, dopo essere stato, per mesi, il Paese capofila nel contrasto alla pirateria marittima, ha dovuto, per forza maggiore, allentare la pressione militare sui pirati somali per salvaguardare i lavoratori del mare indiani. Circa il 10 percento del totale dei marittimi che lavorano per le compagnie di navigazione di tutto il mondo sono di nazionalità indiana. Nel mese di settembre del 2012 però, il governo di New Delhi ha consentito alle navi commerciali di bandiera di poter  imbarcare guardie armate private a bordo per essere difese dagli attacchi pirati. I predoni del mare somali che  trattenevano in ostaggio i sette marittimi indiani si erano rifatti vivi lo scorso mese di luglio chiedendo in cambio del loro rilascio del denaro e anche il rilascio di alcuni loro compagni detenuti nelle carceri indiane. Non ci sono conferme se le loro richieste sono state esaudite. Con molta probabilità il rilascio dei sette indiani, a cui si è giunti dopo lunghe trattative condotte principalmente dagli anziani dei clan locali, e stato preceduto dal pagamento di un riscatto. Il prezzo pagato per ottenere il loro rilascio sembra sia stato richiesto dalla gang del mare, che li tratteneva in ostaggio, per recuperare le spese sostenute. Unico loro interlocutore è, stato il governo indiano in quanto nel frattempo, la società armatrice della nave si è sciolta. Due dei sette marittimi sono originari dello stato federale del Kerala ormai noto a tutti per la vicenda che lo lega ai due marò. Gli altri sono dell’Andhra Pradesh, del Maharashtra e del Punjab. Sulla decisione presa dal governo di New Delhi di aderire, almeno in parte, alle richieste dei pirati somali ha pesato anche il fatto che in questi Stati federali indiani si era creata una forte mobilitazione popolare, che ha coinvolto anche politici locali, allo scopo di riportare a casa i 7 marittimi-ostaggi. Quella di coinvolgere anche la politica locale si era dimostrata una mossa indovinata. Infatti, questi, per paura di perdere consensi elettorali  hanno spinto il governo centrale indiano ad fare qualcosa per riportare tutti i marittimi ostaggi indiani a casa. Fondamentale però, è stata certamente la pronuncia dell’Alta Corte indiana, preseduta dal giudice TS Thakur,  che si era pronunciata in merito alla petizione presentata dalla moglie di uno dei 7 marittimi indiani ostaggi dei pirati somali. La corte aveva sollecitato tutta le parti, governo e ministeri, coinvolte a cercare di trovare una soluzione alla questione. Una risposta immediata era stata l’istituzione, da parte del governo centrale indiano, di un gruppo interministeriale, IMG, posto sotto il controllo del Ministero della Marina Mercantile, con lo scopo di garantire il rilascio di tutti i marittimi indiani ancora prigionieri in Somalia.  Purtroppo il governo indiano come tanti altri, almeno ufficialmente, non tratta con i pirati ne tantomeno paga i riscatti.  Stavolta però, ha giocato a favore anche il fatto che molti membri del governo si sono detti apertamente favorevoli al pagamento del riscatto giustificandolo come un gesto umanitario verso i marittimi ormai prigionieri in Somalia da quattro anni. In questo modo cedere al ricatto è stato visto non più come un gesto di debolezza , ma umanitario ed ha aperto la via alle trattative che visto i risultati si sonio concluse nel migliore dei modi. In Somalia nelle mani dei pirati somali sono trattenuti in ostaggio ancora decine di marittimi, membri degli equipaggi di navi catturate. L’esperienza insegna che nonostante tutto quello che possa accadere, se le trattative sono condotte con capacità e si decide di pagare, si riesce sempre a riportare a casa i lavoratori del mare prigionieri in Somalia. L’attenzione dei media sul fenomeno è limitata e a volte criticata. Per molti, specie gli Armatori, ogni notizia in merito che viene pubblicata serve solo ad aiutare i pirati a premere per ottenere un maggiore riscatto. Accuse che sono totalmente assurde e infondate in quanto i predoni del mare hanno un loro listino prezzi. Il riscatto è quantificato in base alla ‘preda’ catturata e al Paese di bandiera della compagnia marittima proprietaria della nave. Però, a parte il fatto che si tratta di accuse assurde la gente ha diritto di sapere, di conoscere i fatti. Soprattutto i familiari dei marinai catturati devono conoscere le condizioni dei loro cari e quale possa essere il loro destino. E proprio in virtù di questo che non pochi media, tra cui Liberoreporter, non hanno mai cessato di tenere alta l’attenzione sul fenomeno e sul dramma che vivono i marittimi sequestrati dai pirati somali e non. La disgrazia di cadere nelle mani dei pirati somali è toccata anche ai marittimi italiani. I primi sono stati i membri dell’equipaggio del rimorchiatore d’altura Buccaneer catturato nel Golfo di Aden  nel 2009. La prigionia è un vero inferno che ha lasciato un segno indelebile nell’anima, nella mente e nel corpo di ogni ex ostaggio.  Quasi tutti gli ex ostaggi non sono più tornati in mare.

Ferdinando Pelliccia

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