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Inchiesta: bambini, atrocità di guerra. Il loro latte quotidiano

ESCLUSIVA – 30 mag. – Come si supera il trauma? Cosa resterà per sempre impresso nella memoria dei piccoli profughi di guerra? I bambini siriani di oggi e Krisald, un bambino albanese di ieri che racconta un inedito 1997

 

bambiniSiriani_imitanoCombattentiBimbi siriani nel campo profughi di Kilis

Kilis, il campo di rifugiati siriani in Turchia, è uno dei più accoglienti del mondo. Accoglienti, non solo perché sin da quando è stato costruito (nel 2012), ospita migliaia di persone fuggite dalla guerra nei suoi 2053 containers, ma anche perché è pulito, ordinato, ben organizzato e ben equipaggiato. Situato al confine tra la Turchia e la Siria, è anche uno dei campi profughi che accoglie più bambini. Delle oltre quindicimila persone “residenti” al suo interno, infatti, la metà di loro sono minorenni di ogni età. Nella disgrazia di essere stati costretti a lasciare il loro paese, sono comunque bambini più fortunati di altri che si trovano nella loro stessa situazione, ma altrove. In campi libanesi, giordani o iracheni, o peggio ancora in Siria, perché impossibilitati a lasciare il paese.

campoKilisA Kilis, infatti, ci sono anche le scuole, che dovrebbero aiutare i bambini a non restare indietro con lo studio e soprattuto a superare il trauma del violento cambio di vita. Scuole pulite e ben attrezzate che, secondo quanto ha riferito un insegnante al New York Times, non hanno nulla da invidiare alle scuole siriane prima della guerra.

Lavorare con questi bambini, però, non è sempre semplice. Insieme agli insegnanti ci sono anche psicologi e operatori umanitari. Sempre più turbati per la salute dei piccoli, perché, come ha dichiarato un altro insegnate a un giornalista dell’Independent che ha visitato il campo: “La guerra è impressa a fuoco nelle loro menti. Parlano sempre di ciò che hanno visto – delle bombe e delle esplosioni. Sono sempre più preoccupato. Ricordano tutto”.

 

Cosa accade a livello psicologico nei bambini che hanno vissuto la guerra?

Già nel 1990 gli psicologi Raundalen e Dyregrov, del Centro per la Psicologia delle Crisi di Bergen (Norvegia), osservavano che le guerre lasciano nei minori un conflitto mentale che ruota attorno a tre punti focali: il tradimento da parte dell’intero mondo degli adulti, la perdita di vite umane fra cui i genitori e i parenti stretti e il trauma dovuto ad impressioni sensoriali estreme che si conservano nella memoria e riemergono in forma di tensione ed ansia. Naturalmente, le conseguenze traumatiche hanno aspetti o livelli differenti legati all’età e al grado di sviluppo del singolo individuo.

Il primo punto, il crollo davanti ai suoi occhi del mondo normale e integro degli adulti, causa nel bambino diversi tipi di reazione. La peggiore è quella in cui egli percepisce l’impotenza dei genitori, fino a quel momento visti come coloro che l’avrebbero nutrito e protetto da ogni pericolo, si rattrista perché magari, presi dalla disperazione della situazione, si rivolgono a lui con rabbia, e si chiude in se stesso, arrivando, nei casi più gravi, ad interrompere qualsiasi forma di comunicazione con il padre e la madre. Si tratta di una ferita che influenzerà la sua vita per sempre. È proprio crescendo in contesti di questo tipo che, ad esempio, molti ragazzi decideranno volontariamente di arruolarsi nelle forze armate o comunque saranno molto più vulnerabili di altri al richiamo di estremisti e gruppi criminali.

Il secondo punto focale, la perdita di genitori o di persone care, genera nel piccolo una sofferenza che difficilmente riesce a superare nel breve termine e che può essere alleviata solo se ha, successivamente, l’opportunità di ritrovarsi in un contesto accogliente e famigliare. L’unico fattore che può aiutare i bimbi a colmare il loro dolore, infatti, è la presenza di adulti che si prendono cura di loro avvicinandosi alla loro sfera emotiva e rappresentando continuità e responsabilità. In questo, sostengono sempre i due psicologi, gli insegnanti e/o gli eventuali genitori adottivi hanno un ruolo fondamentale: devono dimostrarsi sensibili ai problemi del bambino, in modo che quest’ultimo riesca a fidarsi e quindi confidarsi con loro.

All’inizio bisogna naturalmente avere molta pazienza, e trovare il modo giusto di incoraggiarli a parlare. Poi bisogna aiutarli a superare le tragedie che emergono dalla loro memoria e ad allontanare i cattivi pensieri scaturiti dalla rabbia di aver perso i propri cari. Racconta all’Independent Sara, un’insegnante di 24 anni che opera a Kilis: “C’era una bambina che non sembrava interessata a niente. Se ne stava seduta, sempre in silenzio durante le lezioni. Le ho chiesto cosa la facesse sentire così triste e lei mi ha risposto che suo padre era stato colpito da un razzo e che gli si era staccato un braccio. Lei è corsa da lui subito dopo e l’ha visto morire. Mi ha detto che voleva tornare indietro per vendicarlo; per diventare una martire”.

Il terzo punto focale è il proprio il trauma provocato da ciò che si è visto in guerra. Impressioni sensoriali estreme sedimentate nella memoria dei piccoli rifugiati che creano in loro tensione, ansia, irrequietezza. Immagini e suoni che ritornano alla loro mente come frammenti vivi, improvvisi e incontrollabili e che possono avere conseguenze anche molto importanti sulle altre funzioni cognitive. Soprattutto se non si riesce a garantire al bambino una vita progressivamente più serena e “normale”, che gli allontani poco a poco il ricordo delle atrocità che ha vissuto. Sembra essere questo, infatti, l’unico fattore in grado di limitare i danni psicologici ed emotivi che la guerra lascia. L’esperienza di Krisald lo dimostra.

 

imgAlbania1997I racconti di guerra di Krisald, bambino di 5 anni nel 1997

Krisald è un ragazzo albanese di 22 anni che ha vissuto da piccolo il dramma della guerra. La sua storia è significativa per comprendere, da un lato, cosa resta, anche dopo molti anni, nella memoria di chi ha conosciuto le atrocità del conflitto armato e, dall’altro, che questi ricordi possono diventare nel tempo innocui se il bambino viene aiutato a ritrovare progressivamente la serenità e la fiducia nel mondo degli adulti.

Krisald oggi vive in Italia, ma ricorda ancora bene l’anno 1997, anno in cui nel suo paese era scoppiata una vera e propria guerra civile a seguito del crollo delle piramidi finanziarie in cui la maggior parte della popolazione albanese aveva investito, e dell’abbandono totale della cittadinanza da parte di una politica troppo corrotta. É passato molto tempo, e i ricordi di Krisald, all’epoca un fanciullo di soli cinque anni, non sono più tanto nitidi. Ma non ci vuole molto per farli tornare alla memoria, restituendo a noi un racconto abbastanza inedito di quegli anni di fine millennio impressi negli occhi di un bimbo.

 

Krisald, che cosa ricordi del 1997?

Pistole, bazooka e kalashnikov. Se chiudo gli occhi vedo queste armi prima d’ogni altra cosa. E sento il rumore assordante dei loro spari. Tutte le famiglie avevano un’arma in casa. Anche noi bambini giocavamo con le pistole. Noi eravamo in sette in famiglia: mio padre, mia madre, io e i miei quattro fratelli, tutti più grandi di me. Da quando era scoppiata la guerra, nei primi mesi del 1997, mangiavamo per terra. Perché tutti nelle strade sparavano senza motivo, la gente era impazzita. Poteva capitare che tu eri in casa tranquillo, magari stavi cenando, e qualcuno puntava la tua finestra e ti faceva fuori. Soprattuto quando scendeva il buio il caos aumentava, le strade si riempivano di gente impazzita e piena di vendetta.

 

In che senso i bambini giocavano con le pistole?

Innanzitutto, nel senso che noi bambini non avendo altri giochi ci adattavamo con quello che avevamo. Quindi se trovavi una pistola per casa ci giocavi proprio come si gioca con le pistole ad acqua. Se erano scariche non succedeva niente, ma ho saputo anche di bambini che sono morti giocando così. Altre volte per alcuni giochi da tavola usavamo i proiettili.

Poi c’era anche un altro tipo di giochi, molto meno ingenui e più pericolosi. Sai, i ragazzini che fanno i bulli ci sono anche in guerra e loro, anche se piccoli, facevano sul serio, non giocavano con le pistole pensando che fossero quelle ad acqua. Imitavano i grandi, erano impazziti anche loro. Per esempio mi ricordo di un ragazzino molto bravo a scuola e per questo deriso da tutti. I bulli del quartiere lo prendevano in giro, gli dicevano che se voleva dimostrare di avere le palle doveva sparare. Loro gli davano dei nomi di tipi da eliminare, e lui doveva dimostrare che ne era capace, altrimenti lo avrebbero ucciso. Un altro, di sedici anni, una volta entrato in questo meccanismo perverso, ha ammazzato la sorella. Si cresceva in maniera distorta, soprattuto se perdevi i tuoi punti di riferimento. Hai presente Altin Dardha? È stato uno dei serial killer più ricercati di tutta la Grecia e di tutta l’Albania, avendo commesso con le proprie mani oltre cento omicidi. Lui era di Berat, come me. Era un ragazzino nel 1997. Dopo che gli hanno ucciso il padre in lui è scattato qualcosa. È impazzito. La vendetta è diventato l’unico obiettivo della sua vita. E la mafia è diventata la sua nuova famiglia.

 

Eri molto piccolo. Sono ricordi tuoi questi o cose che ti hanno raccontato dopo?

 

È un misto di ricordi miei e cose che mi hanno raccontato dopo. Però io ricordo perfettamente il rumore degli spari, i carri armati per strada, il sangue delle persone che ho visto morire. Certo, ero molto piccolo e, ovviamente, non avevo idea del perché accadesse tutto ciò. Mi ricordo che facevo delle domande. Ma i miei genitori non avevano molte risposte. In casa non c’era mai un bel clima. Loro erano cambiati. Litigavano tanto, mio padre urlava spesso. Eppure la mia era stata sempre una famiglia normale prima di quel momento, il nostro standard di vita era sempre stato abbastanza alto. Mio padre era un insegnante di geografia, e mia madre una tipografa. Due persone molto colte, insomma.

 

Si poteva andare a scuola?

Si, ma non era semplice andarci. Poteva accaderti di tutto per strada. A mia cugina, all’epoca poco più grande di me, spararono nelle gambe. Fortunatamente non fu colpita mortalmente, ma ci mise molto a riprendersi. Mi ricordo che noi bambini dovevamo alzarci molto presto per andare a scuola, perché dovevamo tornare a casa prima che facesse buio. Per i miei fratelli più grandi non era facile: sai, quando sei adolescente non accetti facilmente di startene segregato in casa. Di notte, poi, era difficile addormentarsi. Sai, il rumore degli degli spari non è il massimo delle ninna-nanne. Il terrazzo dell’edificio dove vivevo, a Berat, è ancora pieno di pallottole. In tutti i palazzi vecchi puoi ritrovare ancora oggi i segni di quello che ti sto raccontando.

 

Oggi tornano ancora nella tua mente flash di quello che hai vissuto nel 1997?

No, ormai non più. È come se con gli anni il mio corpo avesse attivato una forma di difesa. Adesso ricordo solo se qualcuno mi chiede di raccontare. Però per qualche anno ho avuto degli incubi. I miei sogni erano spesso abitati da cose che avevo visto tempo prima con i miei occhi: gente che si impiccava, che si dava fuoco, che si sparava in testa nelle vie principali di Berat. Una volta per strada ho visto una scena orribile: un uomo veniva sparato in testa e poi legato a un’auto. L’auto metteva in moto e partiva, trascinandosi dietro l’uomo morto. Girava la città con lo stereo a tutto volume, lasciando tracce di sangue ovunque.

Un’altra volta ero con mia madre. Sai, mia madre durante quel periodo aveva iniziato a vendere la frutta per guadagnare qualcosa. Io ero lì con lei. All’improvviso è arrivato un uomo. Era letteralmente impazzito, ha iniziato a sparare a destra e a sinistra. Quel giorno sono morte quattro persone davanti ai miei occhi.

Sparavano tutti in quel periodo, come se niente fosse. Anche i bambini, come ti ho detto.

 

Scusa se te lo chiedo. Anche tu hai sparato a qualcuno?

No. Diciamo che, essendo la mia una famiglia abbastanza colta, non ho né compiuto né visto compiere dai miei genitori o dai miei fratelli atti estremi. E poi noi seguivamo alle lettera le regole di papà, mentre molti altri no. Se il capo famiglia diceva che non si esce, noi non uscivamo. Se lui ci picchiava perché era nervoso, noi in quel momento lo odiavamo, ma ci non ci ribellavamo. Tutt’ora io lo rispetto nonostante questo. Perché prima lui non era mai stato cosi. E perché adesso capisco che in quei momenti è difficile controllare la mente. Lui non riusciva più a portare i soldi a casa e questo lo devastava. In più, quel poco che avevi te lo rubavano. Una sera eravamo tutti in casa; sono venuti dei matti, erano armati: volevano farci fuori, uno per uno. Mio padre gli ha dato tutto quello che avevamo, purché non facessero del male a nessuno di noi.

 

E le forze dell’ordine? Che ci stavano a fare?

I poliziotti avevano paura e scappavano. Molti venivano uccisi. C’era l’anarchia totale nelle strade. Tutti erano armati, la gente aveva saccheggiato i depositi di armi. E poi molti poliziotti erano nella stessa situazione di chi aveva perso tutto, quindi erano contro lo Stato e contro tutti anche loro. Anche se non se n’è mai parlato più di di tanto, noi albanesi ricordiamo quel periodo come il peggiore, il più vergognoso della nostra storia.

 

Perché come quello peggiore? In fondo è durato molto di meno di tanti conflitti armati che hanno coinvolto il tuo paese durante il secolo scorso.

È vero. Ma noi lo ricordiamo come il pezzo di storia da cancellare perché mai prima di quel momento gli albanesi si erano ammazzati tra di loro, gli uni contro gli altri. Erano tutti impazziti. È comprensibile. Più della metà della popolazione aveva venduto qualsiasi cosa – immobili, terre da coltivare, bestiame, oppure si era fatto prestare denaro da amici o parenti, pur di investire i ricavi in società che avevano promesso tassi di interesse così alti da triplicare il tuo capitale in qualche mese.

 

So che forse è difficile perché eri molto piccolo. Ma ti ricordi che cosa provavi mentre vivevi quel caos in prima persona?

Non lo so bene, so solo che ero triste e costantemente spaventato. Volevo giocare con gli altri bambini. Probabilmente nello stesso momento in cui tu in Italia, stavi giocando con la playstation o con i tuoi amichetti, io a Berat mi stavo nascondendo sotto un tavolo perché avevo paura degli spari. E poi mi impedivano di fare qualsiasi cosa: “se esci i cattivi ti portano via, dicevano i miei genitori”. Nei loro discorsi sentivo di bambini e bambine rapite per strada. E di uomini armati di kalashnikov che andavano nelle famiglie dove sapevano di trovare delle bambine da rapire. E se i genitori si rifiutavano di consegnargliele, li fucilavano. In quei momenti mi sentivo felice di non essere una bambina. Solo molti anni dopo avrei capito il perché di quello che succedeva: le bambine venivano rapite e portate in un altro paese dove sarebbero state “addestrate” a fare le prostitute. Venivano prelevate dalle loro case a otto, dieci, undici anni. Quella gente, pur di fare soldi, non guardava in faccia nessuno. Anche perché l’unico lavoro che ti faceva guadagnare qualcosa in quel periodo era quello sporco: droga, immigrazione, prostituzione. Le persone, infatti, erano tornate ad emigrare come nel ’91.

 

Anche la tua famiglia è emigrata?

Solo mio zio. È arrivato a Bari dopo un viaggio infernale durato due giorni. Ci ha raccontato di aver fatto tutta la traversata fuori dalla nave, attaccato ad una corda, perché sopra non c’erano posti per tutti. I miei genitori hanno preferito aspettare. Restare, sperare, e ricostruire la loro vita piano piano. Io sono venuto regolarmente in Italia una volta maggiorenne, per finire qui i miei studi, grazie ai risparmi accumulati da loro e dai miei fratelli negli anni successivi.

 

Immagino sia stata dura ricominciare una vita normale dopo la guerra. Cosa ti ha aiutato?

All’inizio è stato difficile ricominciare come se nulla fosse accaduto, soprattutto perché la guerra aveva cambiato anche i rapporti con i tuoi famigliari. Ma poi, quando ho visto che anche i miei genitori stavano tornando progressivamente delle persone “normali” è stato più semplice, più naturale. Oggi non saprei neppure dirti con precisione quando e come la situazione nel paese si è stabilizzata. Credo sia stata una cosa graduale. Ti posso solo dire che almeno per un anno e mezzo, a dispetto di quel che hanno scritto molti giornali, io ricordo la mia città nel caos più totale.

 

Luciana Coluccello

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