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Pirateria somala: nata dalla marginalizzazione politica ed economica di un popolo

I pirati sono sempre riusciti ad individuare rotte marittime vulnerabili e di importanza strategica.
Uno di queste è quella che unisce l’Asia all’Europa, passando per il Golfo di Aden e il Mar Arabico. Una rotta che è oggi minacciata dai pirati somali. Si tratta di una rotta attraverso cui vi passa la metà dei traffici commerciali, a mezzo container, e il 70 per cento del traffico di petrolio mondiali. Un mare che quindi, riveste importanza per l’approvvigionamento di carburante per l’occidente. Attraverso esso vi passa anche un cavo
sottomarino di 17mila km in fibra ottica che collega Paesi come Sudafrica, Tanzania, Kenya, Uganda e Mozambico con l’Europa e l’Asia. Quindi un’importanza anche per le telecomunicazioni.

Tutto questo ha reso i predoni del mare somali un grosso problema regionale che, i tanti Paesi che si affacciano su quel mare, hanno cercato di contrastare, ma inutilmente.

Con il trascorrere degli anni, dal 2005 ad oggi, queste gang del mare sono diventate delle vere e proprie spine nel fianco per la comunità internazionale. Esse con le loro azioni hanno finito per rendere sempre più pericolosa la navigazione al largo del Corno d’Africa e Oceano Indiano.

Da questo pericolo è poi, derivata una forte lievitazione dei costi di navigazione delle navi mercantili che hanno mandando in rovina anche diversi armatori rimasti stretti nella morsa, tra i costi sempre più alti dei premi delle assicurazioni, per le navi che battono le rotte a rischio nell’Oceano Indiano, e i predoni del mare che pretendono somme sempre di più riscatti altissimi. L’obiettivo dei pirati somali è infatti, quello di prendere una nave e il suo equipaggio intatti per poi, dirottarla nei loro porti-covi lungo i 345 km della costa del Puntland, regione semiautonoma del Nord est della Somalia. Di fatto una moderna Tortuga.

La gang del mare che compie l’atto criminale è disposta a tenere nave e uomini in ostaggio anche per diversi mesi se in cambio del loro rilascio
non viene pagato un riscatto. A nulla serve tergiversare, finora nessun Paese ha mai riottenuto indietro gli ostaggi senza non aver pagato un riscatto. La somma del riscatto viene fissato dai pirati che inizialmente chiedono sempre cifre esorbitanti, anche diverse decine di milioni di dollari, ma poi, finiscono sempre per ‘accontentarsi’ di meno.

I predoni del mare finora hanno sempre dimostrato di conoscere il valore della nave, del carico e la situazione finanziaria dell’armatore.

L’importo del riscatto è stato quindi, sempre quantificato in base a questi elementi.

Il costo medio di un sequestro è  lievitato di anno in anno. E’ stato stimato che la somma pagata come riscatto negli anni è aumentata  mediamente di 36 volte rispetto al 2005 quando veniva pagato un riscatto di 150mila dollari.

Lo scorso anno è stato un anno terribile che ha fatto registrare quasi 240 mln di dollari pagati come riscatto ai pirati.

Un computo fatto tenendo conto che, in media, per ogni sequestro, le compagnie di trasporto marittimo o i governi dei Paesi a cui appartengono navi e uomini catturati, hanno ‘sborsato’ in totale per il rilascio di una nave, oltre ai dollari incassati dai predoni del mare, in più altri 15 milioni e anche 33 milioni di dollari in ‘costi accessori’.

Ovviamente le informazioni riguardante i riscatti pagati dalle compagnie di trasporto marittimo o dai governi sono diffusi da altre fonti specie dagli stessi pirati.

Comunque sia un rapido conteggio è possibile farlo.

Guardando le statistiche degli attacchi pirati negli ultimi tre anni si osserva che nel 2009 sono state 31 le nave riscattate. La somma pagata come riscatto mediamente è stata di  2,1 milioni di dollari. In totale quindi, sono stati pagati almeno 65 mln di dollari, ma in effetti è possibile, per quanto detto prima, stimare che siano stati invece, pagati almeno 150 mln di dollari.  Nel 2010 sono state 17 le navi riscattate. La somma pagata come riscatto mediamente è stata di 5,1 milioni di dollari. In totale sono stati pagati almeno 90 mln di dollari. La stima possibile è che siano invece, stati pagati almeno 238 milioni di dollari come riscatti. Nel 2011 sono state 33 le navi riscattate. La somma pagata come riscatto mediamente è stata di 7 milioni di dollari. In totale sono stati pagati almeno 230 mln di dollari. La stima che si può fare è che invece, siano stati pagati almeno 500 mln di dollari come riscatti.

Del riscatto al pirata viene data solo una parte, una sorta di commissione. Questo perché dopo il sequestro entrano in gioco organizzazioni
criminali a capo delle quali vi sono ‘coletti bianchi’. Organizzazioni che una volta incassato il denaro, si occupano di  ripulirlo e riciclarlo attraverso società di comodo con sede a Dubai, negli Emirati e a Nairobi in Kenya.

L’alto profitto e il basso rischio hanno  finora galvanizzato i predoni del mare facendoli diventare anche molto audaci.

Si stima che la pirateria globalmente costi alla comunità internazionale almeno 12 mld di dollari l’anno.

L’ONU, che  con la ‘Convenzione ONU sulla Legge del mare’ ha riconosciuto la pirateria marittima come un crimine, ha emanato diverse risoluzioni che autorizzano la comunità internazionale a partecipare attivamente alla lotta contro di essa nelle acque del bacino somalo.

Un tentativo, che visti i risultati, è stato un fallimento nonostante gli sforzi della Nazioni Unite, e delle Marine Militari di NATO, USA, Europa e tanti altri Paesi.

Purtroppo gli attacchi pirati nelle acque somale sono continuati ed hanno raggiunto l’apice anno dopo anno.

E’ mancato soprattutto lo stabilirsi di una sorta di fiducia tra somali e comunità internazionale. Una mancanza che non ha dunque condotto a far nascere la necessaria collaborazione tra  le due parti che avrebbe invece, certamente condotto, con più celerità, a sradicare il fenomeno dalle acque del Corno D’Africa.

L’errore principale commesso da tutti è stato quello di trattare tutti i somali, indistintamente, come criminali. Invece, andava fatta una distinzione tra i somali banditi e i somali difensori delle risorse locali.

Infatti, alla base della nascita della pirateria marittima nel mare al largo della Somalia vi è la lotta intrapresa dai pescatori somali definibili ‘pirati
difensivi’. Azioni le loro, dettate dal bisogno di difendere il loro mare dalle flotte pescherecce stranieri. Navi che lo depredavano del suo pesce togliendo ai somali l’unica risorsa che avevano. Inoltre, queste azioni sono nate anche per difendere il mare della Somalia da chi lo utilizzava come una discarica di rifiuti velenosi.

All’inizio vennero infatti, sequestrati numerosi pescherecci poi, liberati solo dopo aver ricevuto una sorte di indennizzo quantificabile con somme variabili tra i 50mila e i 150mila dollari.

A volte i ‘pirati difensivi’ si accontentavano solo di spaventare quelli che allora essi vedevano come dei  ‘predoni’ stranieri in quanto il loro scopo era solo fermarli e non di ricavarci un bottino.

Il fatto poi, divenne invece, occasione per altri somali per cercare di dirottate i mercantili che ogni anno a migliaia solcano le loro acque. Questi uomini sono definibili questi ‘pirati da riscatto’ in quanto le loro azioni sono dettate dal desiderio di ottenere un bottino individuabile nella
richiesta di riscatti per il rilascio delle navi e dei loro equipaggi che avevano catturato.

Questi pirati sono gente abituata a combattere, miliziani somali e avventurieri, anche stranieri, ed erano, e lo sono tuttora, sostenuti economicamente da avidi uomini d’affari.

Questi ‘banditi’ si sono mischiati ai ‘pirati difensivi’, ma sono ben distinguibili per violenza e per modalità di azione. I Signori della guerra locali hanno da sempre facilitato le azioni di questi ‘pirati da riscatto’ in quanto di certo partecipano ai loro ‘guadagni’. La caratteristica del fenomeno
è appunto che esso è un problema per molti, ma una ‘cuccagna’ per tanti altri.

Prima degli attuali pirati però, nel mare della Somalia hanno agito anche altri pirati, quelli ‘politici’. Infatti, i somali appartenenti al ‘Movimento Nazionale Somalo’, SNM, che si battevano contro la dittatura militare in Somalia, nel periodo a cavallo tra fine anni’80 e inizio anni’90 diedero vita ad una sorta di pirateria marittima di natura politica.

Questi somali, per impedire che al regime di Siad Barre giungessero rifornimenti, minacciarono la comunità internazionale che avrebbero attaccato ogni nave diretta ai porti somali. Questi pirati politici, che giunsero a catturare e dirottare anche due mercantili, scomparvero dopo la cadute del regime nel 1991.

Ed ecco spiegato forse anche perché molti somali difendono la pirateria che alla luce di quanto esposto è nata come effetto della marginalizzazione prima politica e poi economica di un popolo. Ed è forse su questi due punti che andrebbe fatto un lavoro di ‘cucitura’ della slegatura che esiste attualmente tra contrasto e causa del fenomeno.

Praticamente il fenomeno al largo della Somalia è nato ufficialmente nel febbraio 2005 quando venne compiuto il primo sequestro di una nave a scopo estorsivo. Nel 2006 il fenomeno subì una battuta di arresto in seguito all’azione di contrasto condotta dai miliziani dell’Unione delle Corti Islamiche, UCI, allora al potere nel Paese del Corno D’Africa dopo la loro caduta i pirati somali tornarono.
Successivamente l’attuale Governo di Transizione Federale somalo, TFG, ha condotto, in maniera altalenante, ambigua e inutilmente, la lotta alla pirateria nonostante che la comunità internazionale contribuisca economicamente in maniera generosa a questa lotta. Di fronte a questo comportamento la comunità internazionale ha cominciato a instaurare rapporti anche con altri partner regionali. Questo in quanto è ormai certo che il fenomeno è legato all’instabilità della Somalia.

Di fronte a questa certezza e al fatto che il TFG ha fallito la comunità internazionale ha cominciato a ‘coltivare’ i contatti con i governi del Somaliland e del Puntland. Si tratta di due regioni situate nel nord della Somalia da cui si sono distaccate e che si sono dimostrate partner più affidabili nella lotta alla pirateria. Questi due stati, tuttavia, non sono stati riconosciuti ufficialmente dalla comunità internazionale che non accetta uno spezzettamento della Somalia.

Proprio nel  Somaliland dal novembre 2010 vi è operativa una prigione costruita con aiuti economici internazionali e dove sono stati incarcerati diverse centinaia di presunti pirati. Un passaggio importante questo di fronte al fatto che i pirati somali continuano a godere di una certa impunità nonostante la minaccia che essi rappresentano per il commercio internazionale e l’impatto negativo della loro attività criminale su ostaggi e le loro famiglie.

Finora sono stati appena un centinaio i pirati somali condannati per le loro gesta.

Presunti pirati somali arrestati dalle forze navali internazionali sono in carcere e sono stati anche processati in almeno 20 Paesi. Tra i pochi Paesi che hanno dimostrato di voler concretamente combattere i pirati somali figurano Olanda, Stati Uniti, Francia, India, Corea del Sud, Yemen, Spagna, Germania, Comore, Belgio, Madagascar, Seychelles, Somalia, Giappone, Tanzania  e ultima Italia.

L’estendersi del pericolo ha indotto diversi giuristi e uomini politici di tutto il mondo a lanciare l’idea di creare un apposito Tribunale Penale Internazionale,  TPI, come quello già operante all’Aja per i crimini di guerra, contro l’umanità e il genocidio.

Purtroppo questa idea non ha trovato consensi in tutti i Paesi. Tra quelli non favorevoli spicca inspiegabilmente la stessa Somalia.

Ferdinando
Pelliccia

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